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Monday, April 30, 2007 - ore 13:30
(categoria: " Vita Quotidiana ")
GIACOMO LEOPARDI – "Lultimo canto di Saffo"
Placida notte, e verecondo raggio
Della cadente luna; e tu che spunti
Fra la tacita selva in su la rupe,
Nunzio del giorno; oh dilettose e care
Mentre ignote mi fur lerinni e il fato,
Sembianze agli occhi miei; già non arride
Spettacol molle ai disperati affetti.
Noi linsueto allor gaudio ravviva
Quando per letra liquido si volve
E per li campi trepidanti il flutto
Polveroso de Noti, e quando il carro,
Grave carro di Giove a noi sul capo,
Tonando, il tenebroso aere divide.
Noi per le balze e le profonde valli
Natar giova tra nembi, e noi la vasta
Fuga de greggi sbigottiti, o dalto
Fiume alla dubbia sponda
Il suono e la vittrice ira dellonda.
Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella
Sei tu, rorida terra. Ahi di cotesta
Infinita beltà parte nessuna
Alla misera Saffo i numi e lempia
Sorte non fenno. A tuoi superbi regni
Vile, o natura, e grave ospite addetta,
E dispregiata amante, alle vezzose
Tue forme il core e le pupille invano
Supplichevole intendo. A me non ride
Laprico margo, e dalleterea porta
Il mattutino albor; me non il canto
De colorati augelli, e non de faggi
Il murmure saluta: e dove allombra
Deglinchinati salici dispiega
Candido rivo il puro seno, al mio
Lubrico piè le flessuose linfe
Disdegnando sottragge,
E preme in fuga lodorate spiagge.
Qual fallo mai, qual sì nefando eccesso
Macchiommi anzi il natale, onde sì torvo
Il ciel mi fosse e di fortuna il volto?
In che peccai bambina, allor che ignara
Di misfatto è la vita, onde poi scemo
Di giovanezza, e disfiorato, al fuso
Dellindomita Parca si volvesse
Il ferrigno mio stame? Incaute voci
Spande il tuo labbro: i destinati eventi
Move arcano consiglio. Arcano è tutto,
Fuor che il nostro dolor. Negletta prole
Nascemmo al pianto, e la ragione in grembo
De celesti si posa. Oh cure, oh speme
De più verdanni! Alle sembianze il Padre,
Alle amene sembianze eterno regno
Diè nelle genti; e per virili imprese,
Per dotta lira o canto,
Virtù non luce in disadorno ammanto.
Morremo. Il velo indegno a terra sparto
Rifuggirà lignudo animo a Dite,
E il crudo fallo emenderà del cieco
Dispensator de casi. E tu cui lungo
Amore indarno, e lunga fede, e vano
Dimplacato desio furor mi strinse,
Vivi felice, se felice in terra
Visse nato mortal. Me non asperse
Del soave licor del doglio avaro
Giove, poi che perir glinganni e il sogno
Della mia fanciullezza. Ogni più lieto
Giorno di nostra età primo sinvola.
Sottentra il morbo, e la vecchiezza, e lombra
Della gelida morte. Ecco di tante
Sperate palme e dilettosi errori,
Il Tartaro mavanza; e il prode ingegno
Han la tenaria Diva,
E latra notte, e la silente riva.
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