Non c’è niente da fare: non ci si crede. Nè di fronte all’allarmismo alla panna della tv, nè davanti alle acque del fiume sottocasa che oramai sembrano un rivolo di montagna. Il prezzo della verdura è ancora accettabile, il caldo quasi gradevole. Dunque non ci si crede. Non si crede alle parole di metereologici o scienziati, a quello che ci dicono: che stiamo andando incontro ad un’estate spaventosamente torrida, ad una siccità devastante per le nostre colture, all’innalzamento dei mari che, a poco a poco, seppelliranno le nostre città.

La Cassandra delle voci della natura è rimasta ancora una volta inascoltata. Mentre lei sembra già averne abbastanza da rovesciare, con imponente forza tellurica, il nostro tavolo da gioco, noi siamo ancora alla nostra fase preferita: al lamento fatalista. Ci arrabbiamo per le temperature moleste come fosse una posa per un chiacchiericcio da bar, "perchè tanto poco e nulla ci si può fare". Perchè siamo gente più di lamento che di denuncia; di rimostranza più che di azione, schiacciati come siamo da un gioco che sembra troppo grande per noi.

Un fatalismo molto pericoloso, questo. Un fatalismo che si riverbera anche nella cassa di risonanza che hanno avuto le tesi di molti importanti scienziati metereologici: quelle che attribuirebbero il riscaldamento della terra non all’opera dell’uomo ma ad un naturale ciclo geologico. Comoda scusa per rimandare il tutto - nella nostra quasi "teofoba" società - alle responsabilità dei piani superiori: del fato o della sorte. Una scusa non perchè queste teorie debbano essere necessariamente false: anzi, potrebbero anche aver ragione. Ma se non c’è comune accordo nell’ambiente scientifico sulle cause del riscaldamento del globo, c’è invece larga convergenza d’opinioni sulle disastrose conseguenze che questo innalzamento delle temperature avrà sulla vita della terra. E dunque, nel dubbio, perchè non cominciare a fare qualcosa, almeno per cavarsi fuori dal rischio di una tesi fatalista sbagliata?

Invece no: aspettiamo e ci apprestiamo ad affrontare l’ennesima "emergenza clima": le ennesime morti di anziani negli appartamenti d’estate, gli ennesimi raccolti distrutti dalla sete implacabile di acqua, l’ennesimo orso polare che balla il tip tap su di un iceberg grande come un cortile di Milano. Assistiamo ma non ci crediamo, e andiamo avanti. San Tommaso sarebbe stato più pronto di spirito di noi. Di questo passo, probabilmente, l’ultima cosa che sentiremo prima di morire sommersi da ettolitri di ghiaccio liquefatto del polo, sarà il lamento di qualcuno per una partita di pomodori pagata troppo cara.