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Tuesday, May 01, 2007 - ore 14:27 lavoratori Torino, chiesto un milione per ognuno dei duemila morti. Sotto accusa tre miliardari, due svizzeri e un belga: sono gli eredi Eternit TORINO — Questa volta, nel mirino non ci sono oscuri dirigenti o amministratori delegati di filiali di periferia. Per rispondere della morte di duemila persone, operai che lavoravano alla produzione dei pannelli di Eternit, mogli e madri che lavavano i loro abiti da lavoro, semplici cittadini che avevano soltanto la sfortuna di abitare troppo vicino a uno stabilimento, il procuratore aggiunto di Torino Raffaele Guariniello ha messo sotto inchiesta per omicidio colposo e disastro colposo due grandi imprenditori svizzeri, i fratelli Stephan e Thomas Schmidheiny, terza generazione di una dinastia, e un loro collega belga, Jean-Louis de Cartier de Marchienne. Sono gli eredi dei proprietari della Eternit svizzera e belga. Sono loro, o almeno così il magistrato cercherà di dimostrare, i vertici della potente «lobby mondiale dell’amianto », poi riconvertita in attività meno rischiose. E sarebbero loro, dunque, in caso di condanna, a dover risarcire ognuna delle famiglie delle vittime con cifre che partono da 950.000 euro a testa per un totale da capogiro, ben di più di quanto sia mai stato offerto nelle trattative informali degli ultimi mesi, ben di più di quanto, a suo tempo, fosse stato ottenuto dalle procedure fallimentari, circa 7miliardi delle vecchie lire. L’inchiesta sta giungendo alle ultime battute, anche se dalla Svizzera continuano ad arrivare nuovi documenti che vanno ad aggiungersi alle migliaia di pagine che Guariniello vorrebbe depositare prima dell’estate. Ci sono i vecchi verbali degli incontri della Saiac, il cartello internazionale che fin dagli anniTrenta raggruppava i produttori mondiali di amianto, le prime relazioni mediche, perfino le «istruzioni per l’uso» sulle notizie da dare e su quelle da non dare ai visitatori ritrovate tra le macerie nello stabilimento di Casale Monferrato ormai abbandonato. Le morti per amianto, una sostanza per la quale il legame con il mesotelioma della pleura e altri tumori è stato sospettato e poi dimostrato fin dall’inizio degli anni Sessanta, rappresentano forse la pagina più nera nella storia delle malattie del lavoro in Italia. Per il numero di vittime, che continuano anche oggi ad ammalarsi e a morire, dato che la patologia può manifestarsi anche a quarant’anni di distanza. Per l’uso massiccio che di questo materiale — l’esempio più noto è l’ondulina grigia usata per ricoprire o coibentare i tetti — è stato fatto in tutto il Paese, prima nelle costruzioni industriali poi negli edifici pubblici e nelle case del boom economico, grazie anche agli scarti regalati direttamente alla popolazione dai singoli stabilimenti. Ma anche, e forse soprattutto, perché come si legge nei documenti oggetto dell’ultima inchiesta torinese, i produttori d’amianto sapevano, almeno dagli anni Sessanta in poi, e cercarono di rallentare con ogni mezzo la riconversione industriale e la messa al bando legale di questo materiale. In Italia, l’amianto venne definitivamente proibito nel 1992. Negli stessi anni, mentre il sindaco di Casale Monferrato, la città più colpita dalle morti, aveva già provveduto a vietare ogni lavorazione, gli stabilimenti Eternit del Piemonte (Casale e Cavagnolo), di Bagnoli (vicino Napoli, presente con oltre 400 vittime nell’attuale inchiesta del procuratore Guariniello), di Rubiera (Reggio Emilia) e di Siracusa sceglievano la strada del fallimento volontario. «Ecco perché l’attuale inchiesta che indaga per la prima volta sulle responsabilità dei proprietari internazionali della Eternit e delle diverse società svizzere e belghe che a turno ne controllarono le azioni è particolarmente importante per noi—spiega l’avvocato Sergio Bonetto, uno dei legali che rappresentano le vittime piemontesi —. Si tratta dell’unica possibilità di ottenere risarcimenti congrui e non inaccettabili come quelli dei quali si è parlato informalmente fino ad ora. Ricostruire con esattezza gli assetti che controllavano le Eternit in Italia e nel resto del mondo è poi essenziale per comprendere come, nonostante i sospetti diventati certezza che giungevano dai medici, la produzione e la lavorazione sia continuata e tuttora continui, dal Brasile alla Cina al Canada». L’inchiesta riguarda anche i lavoratori italiani impegnati negli stabilimenti di Niederurden e Payerne, in Svizzera, e i deportati che, durante il nazismo, vennero obbligati a lavorare nello stabilimento-lager di Berlino. Per ritrovarli, o per rintracciare i loro eredi, gli avvocati stanno raccogliendo testimonianze attraverso le associazioni: fino ad ora, solo un’anziana donna ucraina che lavorò proprio in quella fabbrica-lager ha testimoniato sulla presenza di italiani. La famiglia Schmidheiny, e in particolare Stephan, che ne è l’esponente più in vista, ha importanti interessi in Sudamerica (a lei si riconduce, tra l’altro, la proprietà in Honduras dove è stata realizzata l’ultima serie de «L’isola dei famosi») e si è da tempo affermata come portavoce di un’imprenditoria «ecocompatibile». Stephan Schmidheiny ha scritto anche un libro, Cambiare rotta, proprio sulla riconversione «ambientalista » dell’industria, mentre Forbes gli ha attribuito un capitale di 20 miliardi di euro, poi redistribuito in diverse fondazioni benefiche. Più delicato il problema del riconoscimento delle responsabilità collegate ai morti per amianto: il gruppo ha espresso «rammarico» per circa 50 decessi avvenuti in Svizzera, e ammesso che la sostanza si è rivelata «oggettivamente » nociva. Ma, informalmente, ha accettato un primo confronto su risarcimenti indiretti alle vittime italiane solo a condizione che non si arrivi al processo. Vera Schiavazzi COMMENTA (0 commenti presenti) PERMALINK |
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