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![]() Nico, 31 anni spritzino di Padova CHE FACCIO? Lavoratore Sono single [ SONO OFFLINE ] [ PROFILONE ] [ SCRIVIMI ] STO LEGGENDO HO VISTO STO ASCOLTANDO ABBIGLIAMENTO del GIORNO ORA VORREI TANTO... STO STUDIANDO... OGGI IL MIO UMORE E'... ORA VORREI TANTO... ORA VORREI TANTO... ORA VORREI TANTO... PARANOIE Nessuna scelta effettuata MERAVIGLIE Nessuna scelta effettuata BLOG che SEGUO: BOOKMARKS Nessun link inserito: Invita l'utente a segnalare i suoi siti preferiti! UTENTI ONLINE: |
Wednesday, May 02, 2007 - ore 18:51 L’ASSO PIGLIA-TUTTO (AGAIN, MA SENZA DEDICA) A quel tempo, il mio profilo argenteruleo si beava assuefatto tra sinedri di poesie e liquori dolci. Passavo le giornate a mangiarmi l’anima e a mondarmi il pube. Ne assaporavo il niente e il nulla. Nel mio salotto barocco, dorato, fabbricavo lamenti sul triclinio di un’esecuzione privata, quotidiana, sprofondando nell’imbottitura di viscere e cuscini. Ero puro alla rovescia, idealmente mistico di sensi acerbi come acini al mattino. Tu non c’eri ancora e potevo meditare assorto sul mio fegato depresso. Un canto ovale sosteneva la costrizione del respiro stanco e reciproco di cedimenti. Lisciavo la mia pallida magrezza come la schiena di un felino e mi lasciavo marcire all’ombra di drappi e velluti alle finestre. Ricordo che ero dalla parte dei deicidi, dei saltimbanco, dei sabotatori e degli amanti che sparano agli amanti per gelosia di un de profundis anale. Impudicamente francese e ammorbato, scambiavo analgesici per spilli da balia e tenevo a bada le chimere con formule magiche in endecasillabi a mollo. Così ero, gentile puttana, surfing myself col sangue dal naso che veniva regolare come un flusso di vita che imbratta e si butta nel cestino. Poi t’incontrai. Di ritorno da un viaggio, l’ontologia mi accoglieva tra i suoi discepoli e una musica swing gorgogliava sinistra dalle casse. Fuori maltempo, padano, ed io neldentro impreparato: volevo essere vivo come si è vivi quando si è vivi e lottavo nåif contro la pigrizia, questo cardine e ruotare senza una risposta che mi annidava in me come ad un vicolo cieco. Tu avevi gli occhi larghi dello Stilnovo e le labbra sottili delle antiche sibille. Dal secchio di un lavavetri immaginifico, un pomeriggio sacro, mi ritrovai a Venezia, tra l’esanguità della laguna, il remare dolce e ramingo, l’inverno e le mani fredde che ci slacciavano confidenze e si infilavano nel tuo costato. Ci stringevamo affini, mirabolanti e rocambileschi nelle nostre sciarpe. La comprensione è sempre del tutto, pensavo, e da quel giorno divenni un insetto da macello sul crinale di una contraddizione, a chiedermi ogni istante se può esserci pace per un amore decapitato tardi o un’amicizia lasciata a morire di fame. Smisi con i quattro principi, l’efedrina e l’etere e inizia con te, donna dalle curve di violino e dai pensieri salmastri. (Il nostro amore ha avuto il ritmo di queste parole, di un sussurro d’aiuto nello sgabuzzino dove riposano gli stracci e la scatola dei ricordi, di un battere di ciglia leggero in un luogo frondoso da cui si intravedono barbagli di speranza. Seduto sotto un salice come si sta svenuti su una giostra, ho messo il pianto davanti al Faust, consapevole che nemmeno il diavolo si sarebbe curato della mia anima in liquidazione. Mi sono sprecato, mi spreco. Consumista di me stesso, ho puntato più di ciò che ero e ho perso: l’ho capito quando, rabbrividendo indifeso, ho intuito, nella tua espressione evanescente, le Stan Smith e la polo azzurra che portavi vergine o ventenne). Fermo un taxi ideale per riportarti nella nostra domus di deflagrazione e piatti sporchi. “C’è posto qui per due creature infelici?” L’uomo mi sorride comprensivamente anonimo e accenna ai tuoi fianchi. “Il tempo del saliscendi è finito”, azzarda, mentre io ti stringo davvero per l’ultima volta e provo a parlarti: “Cara, regina della mia pattumiera interiore, questa sera i tuoi occhi erano zozzi di nero. Ci siamo accovacciati di nuovo tra il cashmere e gli accordi di basso per raccontarci una storia. Sei stata gentile tu - così sembri - da non chiedermi più di differenziare: sai che ne ho poche e che mi sono svuotato (non solo dentro). Ti ho scrutata attentamente e non credere che non capisca: seduta con i pugni in pancia, raccolta gravida di idee malsane, sei pronta a uccidere per dimenticare…” Ti aggiusti i capelli dietro l’orecchio, fredda come la morte. Dici: “Ma non ti accorgi che i nostri volti non sono che maschere sepolte dentro a giornate di bitume?” *** * *** *** *********** *** ******* * ** **** * A queste parole, i miei lineamenti di personalità friabile e masticata come una smorfia prendono la consistenza dell’aria. Tenerti per mano sarebbe una scienza e so già che ci saranno orari e incontri per tremare ancora come tigri di carta, mentre un’assenza di noi dirigerà le cose lungo una volontà universale. Cado scendendo. Cado salendo. Mi sfregio asfalto i palmi delle mani che avevo per pregare e per sbucciare arance. Come è strano come tutto brucia all’improvviso – sento - compresi i sentimenti intrinseci non detti che infiammano l’inevitabile di lamentevoli ciance. Non sono più partecipe, ma gioco lo stesso. Continuo ad indossare lo stesso vestito, con entusiasmo forzato, ma so che tradisce la mia debolezza zodiacale. (Rivoglio le domeniche bambine e la saggezza dei miei nonni, rivoglio, perché ho coscienza che la vita è più complessa della morale o di una fantomatica vaudeville da borghese. E in ogni caso, la felicità sceglie sempre per chi non ce l’ha. E dire che "Il nostro assoluto”, dicevi “non ha bisogno di niente!”) E’ stato tutto un rigurgito di malefica giovinezza e fica e sperma. Mi tengo aggrappato alla maniglia come un quadro in un bilico arruginito, e per quanto soffra non riesco a mollare. Piscio e teologia si saldano con gli angoli dell’abbandono e mi viene solo da pensare che è tardi, domani ho mille scadenze e ci vorrebbe un bagno in sali di organza per ridarmi l’igiene emotivo cui anelo. She’s going to break my heart in tanti piccoli pezzetti (Nico canta), che ricomporrò paziente come un legospazio. La mia suite all’inferno ha il n°. 37. I muri e il pavimento sono in aisi 304 per alimenti, che io possa fare di me frattaglie e packaging da corsia. Ho anche una discreta dose di aspirine e antivita, tanto per essere sicuro. Passerà anche questo come tutto passa su rette di nostalgia ricurva e non saremo più gli stessi: io ho i piedi spezzati e i polsi sanguinanti cuore - tu i segni conclamati di una patologia predestinata dal primo respiro, secondo una sequenza fisica di cause e conseguenze. Ma è troppo complicato da capire (l’amore tra noi è complicato), troppo farraginoso da gestire e altrettanto funesto meditarci sopra. Ti confesso che ho firmato l’ipoteca sulla prima volta: il commercialista afferma che non c’è altro tao e l’avvocato mi consiglia di intentare. Nel frattempo, mi farò gli orli all’anima perché non strisci a terra. Ora so che una donna, se vuole essere la mia donna, deve essere fatale. Essermi fatale. ![]() COMMENTA (0 commenti presenti) PERMALINK |
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