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Che dei libri possano sconvolgere a tal punto la nostra coscienza e lasciare che il mondo vada a rotoli ha di che toglierci la parola.
Daniel Pennac

HO VISTO

Ecco che se ne va. Uno dei prototipi di Dio, un mutante ad alta potenzialità neanche preso in considerazione per le produzioni di massa. Troppo strano per vivere e troppo raro per morire.


"Che modo imbarazzante di morire". "Certo, ma niente è in confronto a Walter, mio cugino". "Com’è morto?". "Si è spezzato il collo". "E sarebbe imbarazzante?". "Se l’è spezzato cercando di succhiarsi il cazzo"


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ABBIGLIAMENTO del GIORNO



ORA VORREI TANTO...

dire l’incredibile e fare l’improbabile



STO STUDIANDO...



OGGI IL MIO UMORE E'...

La mia anima strafogata di birra è più triste di tutti gli alberi di Natale morti del mondo.
Hank


ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







PARANOIE


1) ..i capelli in disordine! l'umido li increspa maledettamente...uffi!
2) rendersi conto di vivere una vita che non è la tua
3) Lo Squaraus in un posto frequentato e senza BAGNI!!!

MERAVIGLIE


1) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...
2) essere i campioni del mondo e sfottere i vicini tedeschi,francesi puzzoni ecc..
3) vedere un sorriso dove non c'è mai stato
4) il kebab



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Thursday, May 03, 2007 - ore 23:24


primo giorno (con le betulle stronze e robomerd)
(categoria: " Vita Quotidiana ")


capitolo 1 -
da un pezzo mi ero abituato a rimanere a letto, la mattina mi svegliavo presto e poi per ore me ne restavo li a guardare il soffitto. poi alzavo un braccio e gustavo il piacere di una piccola fatica, osservavo la mano e muovendo le dita disegnavo nastri colorati. alcuni rimanevano impigliati sul mio dito così innervosito e stanco ributtavo giù il braccio. Quella mattina mi svegliai di buon umore, attraverso le tende filtrava una bella luce, così decisi di muovermi prima del solito. Era comunque troppo presto per cominciare a pensare. In quel periodo pensavo abbastanza da guadagnarmi da vivere così decisi di prendermi un giorno di ferie. Tirate le tende esaminai la giornata, si trattava di un bellissimo preludio alla primavera, le solite cose: uccellini che cantano,fiori che sbocciano,insetti che danzano. Tutto il verde tremava godendo al tiepido sole.
Terminata la lunga colazione, fatta di caffè e due sigarette, buttai nello zaino il necessario per una puntata solitaria nel mondo.
Ma dovevo ancora decidere dove andare e non era una decisione che intendevo prendere così su due piedi. Inoltre il trambusto dei preparativi mi aveva stancato. Così scesi in cortile sorseggiando un long island, ottimo dopo la colazione e fissai l’amaca tra due grandi alberi gemelli. erano due bellissime betulle tutte prese a far strofinare tra loro le foglie appuntite.
Mi addormentai dopo quattro pagine di Così parlò Zarathustra...

Quando mi svegliai pioveva sangue, o almeno era quello che pareva a me. Ma mi sbagliavo perché erano le betulle a mollare quella brodaglia rossa, piangevano? Non feci a tempo ad approfondire perchè mi rivolsero la parola - il mondo come lo conoscevi è finito – mi guardai attorno, erano proprio le foglie a parlare e ce l’avevano con me. - care betulle piangenti, a parte che mi avete sbrodolato addosso la vostra merdosissima sbobba rossa, io del mondo non so proprio un cazzo – cercai subito di fare il duro, e grazie al risveglio poco grazioso mi veniva bene.
- stupido umano non ti rendi conto ancora del cambiamento che è avvenuto – dissero le foglie con lo stesso tono di prima, - può essere, - dissi io spavaldo - cosa è cambiato? – i tronchi delle betulle si smossero violentemente, come un cane che si sgrolla dopo il bagno. Mi aggrappai stretto all’amaca cercando di rimanere in equilibrio, e alla fine come una cozza attaccata allo scoglio non mollai la presa e restai su.
Mi guardai attorno, in effetti un po’ di cose non quadravano. C’era un gran silenzio, era scomparso il ronzio continuo del traffico della statale, gli uccellini non cantavano e i gufi non gufavano più. Il vento aveva smesso di alimentare l’orgia primaverile, tutto sembrava immobile. Notai quindi subito i personaggi che a varie distanze avevano preso posto, ad un occhiata veloce parevano tutti presi a recitare una piccola parte di una recita alquanto scadente. Il direttore della fotografia doveva essere un tantino psicopatico, il cielo aveva un colorito tra il viola e il marrone, come se qualcuno lassù avesse avuto problemi di stomaco e ora una grande cagata malata coprisse il sole.
Le betulle presero a scuotersi più nervose di prima, - stupide troie! – ebbi il tempo di urlare, poi mi fecero cadere dall’amaca. Non ne restai particolarmente incazzato però. Il prato era coperto da bonsai di canapa indiana, e dal profumo intenso che viaggiava raso al terreno sembrava buona. Le piantine erano sproporzionate, foglie a sette punte piccolissime con fiori giganteschi. Mi guardai attorno, tutto il prato ne era pieno. Tutto sommato questo particolare manto erboso mi aveva tirato su di morale. Mandai affanculo le betulle, e mi diressi verso quello che dalla distanza pareva un water con uno sturacessi enorme piantato dentro. Avvicinandomi vidi che si trattava di Robocop che stava cagando. Pareva morto, ritto nella sua posizione a L, non si muoveva. Mi spaventai un po’ quando disse: “deponga le sue armi a terra e alzi le braccia” pareva la registrazione di una segreteria telefonica, infatti alla fine ci fu un biiip. La cosa mi turbò, ma feci finta di niente e frugandomi nelle tasche trovai il mio pacchetto di sigarette. Cercai di mantenere un’aria indifferente, pensavo a qualche stronzata da sparare per attaccare bottone quando lo sbirro robotico disse - conterò fino a dieci. Se non depone le armi sarò costretto ad aprire il fuoco. Uno, due, tre…
- occhei occhei depongo subito – frugai nell’altra tasca e trovai lo zippo, lo appoggiai a terra e alzai le mani in segno di arresa.
- bene ora si spogli – disse Robocop con una voce ambiguamente simile a quella di Maria De Filippi. - oh robocop non è che sei frocio? A queste parole la spietata macchina da guerra urbana, l’arma potentissima della polizia metà robot metà maria de filippi, si tolse la visiera e scoppiò in lacrime.
Io non dissi niente, e sinceramente nemmeno a pensarci cent’anni avrei trovato qualcosa da dire a uno sbirro che caga in un water nel mio giardino. Raccolsi l’accendino da terra e mi allontanai indietreggiando pian piano.

In un angolo poco distante c’era un tipo che fumava una sigaretta e fissava qualcosa oltre la siepe. Decisi in quel momento che la mia missione primaria sarebbe stata quella di capire un po’ meglio che cos’era successo al mondo, Robocop non mi era stato di grande aiuto e ora il personaggio più tranquillo mi sembrava proprio il tipo che avevo davanti.
Esaminai l’elemento che ormai avevo raggiunto, lui forse non mi aveva notato perché continuava a sbirciare tra le foglie della siepe. Portava un paio di pantaloni a zampa neri, scarpe rosse lucide. Sopra una camicia awayana stile Acapulco con grossi fiori rosa e arancione. L’aspetto era di un tipo ok, almeno negli anni 70, aveva folti capelli afro e basette enormi e ben curate. Portava un paio di occhiali neri squadrati che coprivano gran parte del volto. La bocca stretta e il naso arricciato come se i denti di un barboncino gli stessero mordendo le palle. cercai di fare il simpatico.
- ciao amico! - lui mi guardò di sbieco, tirò su con il naso e mi sputò su una scarpa.
Non sembrava pericoloso così ricambiai. Ma mi sbagliavo. “mi chiamo john krauser e ora tu morirai” e in quello tirò fuori con un ampio movimento circolare del braccio una .38 Smith & Wesson. Non sapendo cosa fare lasciai lavorare l’istinto, tirai fuori dalla tasca l’accendino e con una rapida mossa di mani l’agganciai allo spray per l’allergia. In pochi secondi ero in possesso di un arma, si meno letale della sua, ma con un fattore sorpresa che poteva funzionare. Prima che avesse il tempo di premere il grilletto sparai un fiammata orizzontale che non lo raggiunse, la fiamma di rinculo raggiunse però il mio pizzetto che prese fuoco in una vampata. Subito un forte odore di peli di pollo bruciati si piazzò tra me e krauser. John krauser sorrise e facendo rollare la pistola tra le sue tozze dita la rimise a cuccia.
- sei in gamba ragazzo, - io cercai di sorridere ma il fatto di ritrovarmi senza peli e la sensazione di aver fatto una figuraccia mi demoralizzò. In un certo senso avrei preferito che mi avesse sparato. John voltatosi di nuovo verso il cespuglio mi rivolse nuovamente la parola. - ora basta stronzate figliolo, non ho tempo da perdere. -
Ormai ero in gioco. - mi serve una cartina poi vado - dissi piano; lui si frugò le tasche e tirò fuori un pacchetto di rizla - tienile tutte, quando avrò finito con questi stronzi ti raggiungo, ho un paio di cosette da dirti - Presi in mano le cartine e avvicinandomi guardai tra i rami della siepe. Dietro in una sdraio pieghevole un orso bianco stava disteso a pancia in su, portava ancora le pinne. Ai piedi della sdraio partiva una lunga serpentina che percorrendo una montagnola in salita raggiungeva una grande piscina. Trovando tra le foglie della siepe spiragli più grandi riuscii a vedere in cima alla collina un gruppo di orsi che sembra preso in una lite furibonda. La mia attenzione tornò subito però sull’orso bianco che appoggiato un fusto da 25litri di coca cola a terra, aprì il muso all’aria ed emise un segnale in lingua orsesca. Alle mie orecchie umane però il segnale parve il rutto più bestiale mai sentito sulla terra, e il forte odore di coca cola mista a miele mi fece venire più di un dubbio sul metodo comunicativo adottato. Gli orsi sopra smisero di cavarsi il pelo a morsi.

La scena avrebbe buttato a terra il morale del peggior hippy strafatto di acidi della terra, ma qualcosa di più grosso si prese tutta la mia concentrazione. Cominciai ad avere una sensazione tremenda. Il mondo intorno a me era completamente cambiato ma io non riuscivo a sbalordirmi. Da un’altra parte stava cominciando una rivoluzione. Nel mio io interno, nel cantone del mio io intestinale, qualcosa di arcano cominciò a muoversi e percepivo chiaramente che voleva uscire. La missione era ardua, ma i tempi stringevano. Mi avvicinai nuovamente a Robocop, che in quel momento sedeva sulla mia unica via di salvezza. Chissà da quanto tempo è seduto sul quel cazzo di water pensai. Dovevo assolutamente far smuovere le sue chiappe metalliche, così cercai di essere il più gentile possibile, - mi servirebbe di provare un attimo quel cesso amico, ho i crampi allo stomaco… quanto hai ancora? – Robocop si era rimesso la visiera ma intuivo dall’espressione della sua bocca che qualcosa nei suoi ingranaggi non doveva funzionare. – non riesco a farla. – rispose con la sua voce da trans. Quel suo timbro vocale clonato alla voce di Maria De Filippi mi metteva i brividi. Mi venne in mente che in casa tenevo delle copie di Novella 2000, ottime come lassativo. Ma la mia casa, con il mio cesso e tutto, non c’era più. Notai solo in quel momento che in effetti solo le betulle con l’amaca facevano parte di qualcosa di familiare. Il luogo in cui mi ero svegliato era si un giardino, molto simile al mio, ma diverso nelle fondamenta. Tutto ciò risultava molto strano, la sensazione di essere comunque a casa non mi aveva mai abbandonato fino a quel momento. Avrei chiarito tutto più tardi però, dovevo prima cagare.
Un rumore tipo biglie lanciate contro una padella dissolse i miei pensieri. Robocop finalmente l’aveva fatta. – grazie, - disse sorridendo. – e di che – risposi.
Dal culo del robot partì un getto d’acqua potente, un turbine frenetico di schizzi e fontanelle lavorarono per alcuni secondi. Era il sistema di lavaggio.
Appena Robocop si spostò posai le mie chiappe sulla gelida tavoletta, come un esplosione che libera una diga un attimo prima di straripare mollai i freni. La botta fu qualcosa di disumano, una forza extraterrestre mi lanciò a qualche metro dal cesso, con la faccia appiccicata a terra e con il culo ancora all’aria vidi la creatura uscire dal water. – mi chiamo merdacop – disse.
Ero felice. Tirai su i pantaloni e corsi verso robocop abbracciandolo, - è un maschietto! – sussurrai piangendo.
Continua….


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