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Thursday, May 10, 2007 - ore 20:42
Bolognismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Avevo un po’ di cose da fare in facoltà ieri, e così me ne sono andata a zonzo per Bologna, come una matta, con una enorme pesantissima borsa blu a tracolla e tanta voglia repressa di shopping. Che è rimasta repressa perché manca sempre la cosa fondamentale, ossia le fondamenta.
Prima però visita alla
Pinacoteca. Per il prossimo esame è necessario aver presenziato alla pantomima della Pinacoteca. Sono rimasta un po’ di sasso, non me l’aspettavo, anche se mi hanno poi confermato che questo stratagemma assurdo viene usato spesso. Pazzesco.
Vi do una dritta sulla Pinacoteca: entrate quando scocca l’ora in punto. Perché così potete fare un’ora per un’area, e un’ora per l’altra, finché ve le chiudono. Perché la Pinacoteca apre
Rinascimento e
Barocco a ore alterne. Eh sì, mica si può tenere aperto tutto quanto, diamine. Carenza di personale, mi hanno comunicato appena varcato la soglia.
Se vuoi andare a mangiare qualcosa e poi torni quando apriamo il Rinascimento… No signora, tranquilla, riesco a stare un’ora in un museo, sa? Vado a mangiare dopo.
Lo so che da letterata e studentessa d’arte non dovrei pronunciare simili parole, anzi dovrei spremere elogi del Reni, dei Carracci, della Santa Cecilia di Raffaello. Ma appena entrata, proprio lì nell’ingresso manierista, mi sono trovata la strada sbarrata da una classe delle elementari in gita. I bambini erano seduti a terra, di fronte ed attorno a un busto scolpito e una maestra in età avanzata che poneva domande. “Chi può essere quest’uomo secondo voi?”.
Vi giuro, sono rimasta lì 10 minuti ad ascoltarli, e loro, uno alla volta e alzando la mano -
Un marinaio! Un prete! Un imperatore! Uno che si credeva chissachì! Uno che ha pagato! Un suo amico! Suo papà! e altre che non ricordo, perché non potevo mettermi là a segnare, dovevo ascoltare, e godermi lo spettacolo. Ma quel
uno che si credeva chissachì è stato il massimo.
Bellissimi, spontanei, allegri, vitali. Bambini di 10, forse 9 anni, con le giacche colorate e le scarpe non di marca. Con i capelli tagliati di fresco, con le merendine nello zainetto con gli unicorni.
Era il Frangipane, come facevano a saperlo? A momenti non me lo ricordavo neanch’io… e poi non era questo che volevo sottolineare. Ma la loro vivacità intellettuale, la curiosità, la fantasia, la creatività. Che perderanno non appena entrati in pubertà.
E sempre alla Pinacoteca, una coppia di ottantenni con una Guida Pratica dell’Italia settentrionale, con la copertina rossa, che non vorrei esagerare ma aveva più o meno la loro età, e secondo me segnalava anche le attrazioni di Istria e Dalmazia. Passeggiavano in mezzo a quei pezzi di storia come due liceali, ogni tanto si davano la mano, si aspettavano prima uno poi l’altra perché camminare era difficile, in quelle stanze enormi. E lei si è incantata davanti a un
Tiziano, e non si muoveva più. E parlava, e diceva è bellissimo, è bellissimo! e lui la guardava più incantato ancora.
Trovandomi appunto a Bologna sono andata in facoltà, dato che alle mail i segretari non mi avevano mai risposto. Volevo solo sapere perché il mio nick e la mia password non funzionavano più sul sito della facoltà, e non riuscivo ad entrare da nessuna parte. Volevo una risposta, un consiglio, un suggerimento. E il ragazzo in segreteria che fa? Mi dice seguimi. Io lo seguo, perché se sto sola faccio danni. E lui mi porta direttamente dal responsabile dell’ufficio didattico. Che con una flemma invidiabile mi ha spiegato che hanno deciso di cambiare sistema di registrazione. Io imbarazzatissima, lui che legge i miei dati e mi aiuta a registrarmi col nuovo ipermoderno sistema.
Simpatia. Cambiano sistema di registrazione, annullano i miei dati precedenti, ma non mandano comunicazioni per avvisare noi poveri studenti che non possiamo più entrare con il solito numero del badge. Bisogna andare per esclusione, o a estro, o a fantasia. È tutto meraviglioso. Mi sono quasi sentita a Trieste. Ma mai come a Trieste.
La tragedia, come prevedibile, si è manifestata al ritorno, quando contemporaneamente ho assistito a una mezza zuffa fra due manichini di Gucci e a un ritrovo di vecchi compagni di scuola.
I manichini di Gucci erano due ragazze arroganti, stronze e un po’ presuntuose, una soprattutto, che si beccavano giù dal binario per non so quale ragione. Litigavano come furie, parlando di uno che si comportava come un bambino. E io ho pensato, Dio li fa e poi li accoppia. E poi sempre io, che non so farmi gli affari miei, fingevo di fare parole crociate come un’investigatrice privata. Con un occhio al giornale e uno alle ragazze. E ascoltavo tutto. Perché con una vita relativamente piatta come la mia queste cose sono pane e nutella.
Gli 8 compagni di scuola invece erano seduti dietro di me, ed erano accompagnati da 3 cestini da pranzo MacDonald. Se c’è una cosa che non tollero in treno è l’odore di Mac. Divento pazza. Mi fa vomitare.
E qui scatta il pregiudizio, perché io sento odore di Mac e penso ai cinesi. E invece non erano cinesi. La ragazza cinese accanto a me gridava al cellulare in uno sparuto italiano che aveva finito l’elettricità. Su consiglio di un viaggiatore adiacente alla sua postazione ha comunicato alla sua amica Monica che aveva finito la batteria. Tutti contenti. Soprattutto quella marmaglia di ragazzotti muscolosi e caciaroni.
Se non fosse stato che fra quei ragazzotti c’era una delle creature più meravigliose dell’universo conosciuto, adesso non starei qui a ripetere a voi le mie disavventure. Carino, silenzioso, i riccioloni arruffati sulla testa, gli occhi dolci, quella pelle nera e liscia, pulita, come una perla nera, i denti perfetti, le mani delicate. E non posso aggiungere il resto, perché tengo l’uomo.
E allora foto. Di Bologna

Della strada che faccio all’andata.

Della strada che faccio al ritorno.

Della sosta obbligata che faccio al ritorno.

E di me al ritorno. Con una borsetta di felice shopping bolognese.

E quella speciale brezza che scompiglia i capelli che è uno spettacolo.
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