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Monday, May 21, 2007 - ore 20:18
Mammismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Dice sempre che le è andata parecchio bene con me e Marco: una mamma fortunata. Sì, è vero, abbiamo avuto i nostri problemi, le nostre incomprensioni, i nostri diverbi, anche litigate da 5 giorni di furore a ferro e fuoco. Ma in tutto questo non ha avuto grandi preoccupazioni. Ha trascorso i primi anni di madre relativamente serena.
Forse per questo sta iniziando a diventare apprensiva
ADESSO.
Ho trascorso un’adolescenza un po’ sottotono, con divieti e limiti che mi impedivano di evadere come si deve, cioè come la maggior parte dei miei amici, e come ogni adolescente dovrebbe fare. I miei genitori si ostinavano a controllarmi, a impormi orari e luoghi a loro favorevoli per mantenere un serrato controllo su di me. Niente motorizzazione fino ai 18 anni compiuti, quindi ti porto e ti vengo a prelevare. Controllo nazista su tutti i fronti, imparare a mentire e trovare scappatoie è stato un duro lavoro. C’è da dire che mio fratello, essendo il secondogenito, ha lucrato sulle mie battaglie e tutt’ora lo fa. Con ciò non intendo vanificare i suoi slanci liberatori e le sue tre fughe da casa, ma il grosso, in tutta onestà, l’ho fatto io.
Le mie lotte adolescenti erano per lo più lotte per una libertà intellettuale, non fisica. Ho tolto alla mamma il gravoso onere di passare notti insonni in attesa di un mio rientro mattiniero, l’ho sollevata dal chiamarmi alle 4 di mattina a un cellulare che suona perennemente a vuoto (e che non avevo), non ho mai voluto andare in discoteca, mi ero rassegnata a non possedere il motorino, non ho avuto il “fidanzato” fino all’età della ragione, non mi ha mai vista fumare né bere (anche se tutto questo non le ha impedito di leggere i miei diari con lucchetto e chiave nella fessura del parquet fino al mio 22esimo anno). Le mie battaglie le ho fatte per poter pensare quello che volevo, per avere voce nella scelta della scuola, per poter fare l’università, per scegliermi gli amici, per decidere chi frequentare. Non ho mai interpellato mia madre sulla birra migliore, o su cosa pensava dei tatuaggi del ragazzo con cui avevo iniziato ad uscire. Quella santa donna non sospetta minimamente che io a 16 anni passassi i sabati pomeriggio con le mie irreprensibili amiche a bere Tennent’s Super in un’osteria del centro. Tornavo a casa per cena, andavo a lavarmi i denti, e il mio segreto rimaneva con me. In uno stomaco in subbuglio. Da ragazza matura e responsabile, diligente ed ottima studentessa, cercavo di non dare troppi problemi ai miei genitori, che già se li creavano da soli; sono sempre stata ostinatamente brava in queste cose, e mia madre non sospettava le mie serate alcoliche, le sigarette in borsa nella taschina con cerniera, amici che mi riportavano a casa in condizioni deprecabili.
Dicevo, mia madre sa che è stata fortunata, perché io e Marco abbiamo sempre odiato i locali costosi, modaioli e affollati, non abbiamo mai fatto richieste di paghette extra, non abbiamo mai avuto interesse nelle marche di abbigliamento, avevamo la compagnia di amici in paese, e i miei conoscevano i genitori degli altri ragazzi da generazioni. Il paese è piccolo. L’evoluzione ovvia di queste amicizie è stata per me (e parlo solo per me) di incontrare amici sempre e comunque raccomandabili, seri, affidabili: mai mia madre ha temuto per la sua bambina, e si è convinta di aver fatto un ottimo lavoro. Anche quando lasciati gli amici d’infanzia ho incontrato ragazzi che mi hanno accolta nel loro gruppo con affetto. E un’iniziazione etilica degna di Animal House.
Non sono stata una figlia modello, ma lo sono sembrata, e questo bastava. Ora non più.
Credo di averle messo io la prima pulce nell’orecchio, quando le ho detto che una maglia che mi aveva regalato lei non mi piaceva più, e non volevo più metterla: avevo 18 anni e una maglietta bianca di cotone grezzo con un fiocchetto al collo.
“Ti sta tanto bene! Perché non la vuoi più mettere?”
“Perché dai, col fiocchetto, così… fa tanto brava ragazza…”
“Ah… E tu non sei una brava ragazza!?!?”Touche. Lì il palco ha cominciato a cadere, sempre più spesso puzzavo di fumo, e la mamma per gentilezza o per insicurezza personale ha deciso di non svelare la mia vera identità a mio padre. Gli anni sono trascorsi, ma la mamma non ha mai, sono sicura, mai sospettato che io beva. Me l’avrebbe chiesto. Come sta facendo da alcuni mesi a questa parte.
Siccome io e mio fratello Marco siamo stati adolescenti relativamente calmi e discretamente savi, mia madre diventa intollerabile adesso. Apprensiva, insistente, una giornalista di costume e società. Ogni 4 giorni mi riempie la testa di statistiche, tabelle, percentuali, analisi del sangue, servizi tv in cui dicono quanto male faccia l’alcol ai giovani. Specialmente a quelli intorno ai 16 anni. Lo sapevate che i consumatori di alcol in Veneto sono per la maggior parte nella fascia
tra i 16 e i 26 anni di età? Guarda caso, io ho 26 anni, Marco quasi 25 e Giovanni, mio fratello minore, 16. Mia madre come spia del KGB a volte farebbe veramente cagare.
Fattostà, ora che ho raggiunto la veneranda età di 26 anni, settimanalmente mia madre arriva con l’espressione tra lo sconsolato e lo stravolto in camera mia, mentre mi faccio emeriti cazzi miei che niente hanno a che fare con l’argomento, e mi chiede se bevo, se Giovanni beve, se Marco beve, se il mondo beve, se a Treviso si beve. Settimanalmente, se non si era capito.
Salvavo Marco dalla Sacra Inquisizione già anni or sono, e ripeto le stesse frasi ad effetto ora per salvare entrambi i miei poveri fratellini. Che vivono la loro esperienza di alcolizzati nell’innocenza, convinti di non venire beccati mai. E invece sono io che li tutelo da sempre, che li aiuto, che li proteggo da una madre improvvisamente isterica. Ha le sue ragioni, lo devo ammettere, ma sta esagerando, e io mi sento in trappola. Scavo vie di fuga per gli altri e muoio in una gabbia di dolore.
Ma Giovanni mi ha giurato di aver smesso. Un sedicenne che mi dice
“ho smesso te lo giuro” ed io costretta ad ammonirlo
“se ti becco a bere dico alla mamma che hai la morosa” suona come vagamente ridicolo, se non paradossale.
Ora cerco di controllarlo, perché lui a me confida tutto, e posso ancora fare qualcosa per salvarlo da un tunnel in cui sono finita troppo presto. Ma i giovani d’oggi, e non solo i giovani dell’età di mio fratello, sono diversi da noi, che eravamo ancora figli degli anni ’80. Sono giovani diversi. E si fanno sgamare. Io, in altri tempi e altri modi, mi sono costruita una fama di bevitrice della quale il mio paese natale è completamente all’oscuro. Ho vinto una gara contro la mia gemella cattiva, e la cattiva sono diventata io. Cattiva per chi, poi.
Sto facendo discorsi che una madre non farebbe. Ma appunto, io non sono una madre, tanto meno la mia dolce, cara madre.
Che d’altronde è convinta che rimarrò casta fino al matrimonio. E non so se mi fa più ridere casta o matrimonio.
Vale.
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