Nota al lettore: se vuoi semplicemente sapere cose mi è successo negli ultimi giorni, vai direttamente in fondo all’ultimo paragrafo in corsivo. Se invece ti interessa – e secondo me dovrebbe – capire come funziona il giornalismo italiano e quale sia il suo grado di meritocrazia, leggi da qui sotto.
In questi giorni si fa un gran parlare de
"La casta", il nuovo libro di Gianantonio Stella e del degno compagno di venture Sergio Rizzo. Il testo racconta, con molta compiaciuta ironia, degli agi e delle prebende del
sistema politico italiano. Oltre al fatto che si possano vendere milioni di copie con un argomento di conversazione vecchio ormai tanto quanto quello della metereologia al tavolo del pranzo, il suddetto libro stupisce per due aspetti. Il primo è la scelta del nome: la caratteristica distintiva di una casta, infatti, non è tanto quella di godere di esorbitanti concessioni o favori, ma piuttosto di proteggere la propria astrazione e successione sociale con arcigna se non arrogante determinazione. In quest’ottica, è presto detto il secondo aspetto sorprendente di questo libro: il fatto che lo abbiano scritto due giornalisti.
Non esiste, infatti, nel nostro paese, una categoria più protezionista, chiusa, clientelare, controllata e arrogantemente anticoncorrenziale dell’ordine dei giornalisti. Esagero? Ecco qui tutti i vari
step che una persona normale, senza "appoggi" di alcun tipo, deve riuscire a percorre per diventare giornalista di professione. Leggete, sono cose che credo si debbano sapere: danno un buon esempio di come funzioni la meritocrazia nella nostra Nazione.
1) Collaborazionismo sfruttato Un giorno un giovane si sveglia e decide che, nella vita, vuole fare il giornalista. Sorprendentemente per lui, non gli sarà difficile cominciare: moltissime testate provinciali accettano giovani che si presentino in redazione con voglia di lavorare. All’inizio al nostro sembrerà una favola: i suoi (piccoli) pezzi vengono pubblicati nel giornale con firma in calce, e ci si guadagna pure qualche soldino.
Dopo un po’ di tempo, finito il periodo di stordimento dovuto al fatto di vedere il proprio nome su di un giornale, il giovane collaboratore scopre che il suo lavoro serve a fare in modo che il redattore professionista non debba alzarsi dalla sua sedia di redazione per seguire gli eventi qua e là per la provincia, e che tutte le
spese di tempo e trasporto per ogni servizio vengono accollate a lui per un compenso di circa
7 euro al pezzo (2-3 ore di lavoro). Inoltre, il collaboratore deve farsi trovare quasi sempre disponibile ad ogni giorno ed ora della settimana se non vuole perdere il posto in favore di altri ruspanti giovani con l’utopia della propria firma sul giornale, e dunque non può prendere altri lavori che gli permettano di guadagnare decentemente.
2) L’iscrizione al primo alboScoperto l’inghippo, il giovane aspirante giornalista decide di farsi un po’ di strada entrando nell’
albo ufficiale dei collaboratori: iscrizione che gli dovrebbe consentire di poter scrivere in pagine più importanti del giornale e guadagnare qualcosina in più.
Dopo aver prodotto una
pachidermica documentazione (fotocopia formato A3 di tutti gli articoli fino a lì prodotti, almeno 60 l’anno), il giovane paga quasi
1000 euro annuali per veder scritto il proprio nome sull’albo: soldi che vanno prevalentemente nelle tasche dei professionisti nominalmente a capo di sindacato e ordine dei giornalisti. E già con questo ha versato molto di più di quanto non abbia guadagnato in tutta la sua attività.
3) Pratica al professionismoA questo punto, se non se ne è ancora andato incavolato, stufo di vedere i professionisti venir pagati migliaia di euro per bere caffé in redazione e lui in perdita continua spendendo benzina per andare qua e là, il nostro giovane decide di cercare di diventare professionista.
Per raggiungere l’obiettivo, il nostro deve passare l’esame nazionale, e per fare l’esame deve compiere
due anni di praticantato in una redazione. Peccato che, per fortissimo volere dei giornalisti professionisti, il praticantato sia
retribuito. "Per dare dignità economica ai giovani giornalisti", dicono loro, in realtà è semplicemente per
controllare l’acceso alla professione, perchè in questo modo prendere un praticante è come assumere un redattore, e dunque non conviene a nessuno: se hai bisogno di qualcuno che lavori in redazione a stipendio pieno, ti prendi un professionista e non un praticante, no? (a meno che non il praticante non sia un conoscente, ovvio). Considerato tutto ciò, se non si ha la consueta "spintarella" è praticamente impossibile fare il praticato all’interno di una redazione.
4) Master in giornalismoRegistrata l’impossibilità di fare praticantato in una redazione, il nostro testardo giovane viene a sapere che, da qualche anno, è possibile fare praticantato in un Master di Giornalismo, una convenzione fra
Ordine dei Giornalisti e Università che gli consentirà di accedere all’esame nazionale dopo due anni di studi.
Questo tipo di scuole sono passate da
3 a 22 in tutta Italia in sette anni. Perché? Perché ci guadagnano tutti: le
università che, visto il numero di aspiranti giornalisti, possono riempire le aule e le tasche con facilità; i
giornalisti perché sono ben felici di entrare a far parte del ottimamente retribuito corpo docente del Master e di poter sfruttare il lavoro estivo gratuito degli studenti che sono tenuti a svolgere
stage estivi nelle loro redazioni. Ovviamente ci perdono gli iscritti. Passate le selezioni e pagato una retta di
10.000 euro circa in due anni, rimane ancora un’altra quota di quasi 1.000 euro per entrare nell’
albo dei praticanti. Quota da pagare due volte perchè, ovviamente, è annuale. Anche in questo caso, inchiostro e pennino per far scrivere il proprio nome sull’albo sono molto costosi.
5) L’esame di StatoFinito il Master il nostro (non più giovane) aspirante giornalista può finalmente preparasi per sostenere l’esame nazionale. Dopo mesi passati sullo studio e dopo aver pagato i
500 euro circa per sostenere la prova d’esame, il nostro va a Roma con tanto di
macchina da scrivere meccanica obbligatoria e sostiene la prova.
Una volta era una passeggiata (passava l’85% e più degli iscritti), ma col fiorire di Master in giro per l’Italia gli aspiranti professionisti sono ogni anno sempre di più, e la media di bocciature oggi sfiora il
50%. Infine la sorpresa: se si è bocciati due volte si deve
ripetere il praticantatoFinalmente professionisti… e disoccupatiPassato anche l’esame nazionale, il nostro è finalmente
professionista. Ora deve solo trovare qualcuno che lo paghi per lavorare. Impresa assai difficile, se non si hanno conoscenze valide. E così i giovani professionisti sono obbligati a diventare
free lance, collaborando con le più disparate testate per cercare di arrivare a fine mese e pagare l’esorbitante partita iva che debbono sostenere. Intanto, qualche anziano redattore sarà ancora sulla sua scrivania a sorseggiare caffé.

Fin qui il percorso standard, a cui aggiungo una ciliegina sulla torta tratta da una mia esperienza personale.
Questa estate dovevo andare a fare uno stage (leggi, lavorare gratis tre mesi) al Sole 24 ore. Il prestigio della testata almeno mi ripagava del fatto di non fare vacanza quest’anno e di spendere un sacco di soldi per lavorare nel caldo torrido dell’estate milanese per sostituire un redattore che, magari, sarà in viaggio alle Maldive.
Dovevamo andare in due: io e un compagno di master. Peccato che quattro giorni fa, con le valige già in mano e l’appartamento già pronto a Milano, siamo stati bloccati dai giornalisti del Sole che hanno deciso che quest’anno non gradiscono stagisti perchè “non è giusto che gli editori sfruttino gratisi i giovani per fargli fare il lavoro dei professionisti”. Molto caritatevole da parte loro. Peccato che la ragione principale di questa abila mossa, ovviamente, è tutt’altra.
In realtà i giornalisti professionisti da sempre fanno ostruzione affinchè i frequentanti dei master abbiano poche possibilità di fare carriera, visto che sono persone il cui accesso alla professione non hanno potuto controllare direttamente. Hanno così paura, poi, che le giovani leve possano fare il lavoro meglio di loro che hanno minacciato sciopero.
Detto, fatto: siamo rimasti a casa all’ultimo. Sotto pressione dell’Università la redazione del Sole ha dovuto accettare almeno uno di noi due, che comunque dovrà fare fotocopie o poco più perché “non può fare il lavoro del redattore”. Avavano chiesto che scegliessimo noi chi dei due doveva andare, magari tirando una monetina. Ci siamo rifiutati, come se non fosse stato già abbastanza umilinate essere lasciati per strada all’ultimo come spazzatura. Abbiamo puntato i piedi sulla nostra dignità e ottunuto che scegliessero loro, in base ai curriculum, chi dovesse venire a fare servizio di stage.
Hanno scelto. Da un parte c’era un 29enne laureato in giurisprudenza a Napoli l’anno scorso e senza particolare esperienza giornalistica; dall’altra un 23enne laureato in scienze della comunicazione, già collaboratore, con un master in comunicazione delle scienze, 400 articoli economici di una certa rilevanza alle spalle e che per giunta un articolo pubblicato l’anno scorso in un inserto proprio del Sole24 ore.
Chi hanno scelto? Vi dico solo che quest’anno io, le fotocopie, non le faccio a Milano.
VIVA L’ITALIA!