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"La metamorfosi sembrava essersi compiuta senza alcun dolore, nel modo più completo e con tanta perfezione che Orlando stessa non ne fu minimamente sorpresa. Numerosi sono gli scienziati i quali, nel constatar questo fatto, sostengono che un mutamento di sesso è una cosa contro natura, e hanno sudato non poco per provare: 1. che Orlando era sempre stato una donna; 2. che Orlando era tuttora un uomo. Lasciamo il dilemma ai biologi e agli psicologi. A noi basterà constatare il fatto nudo e crudo. Orlando era stato un uomo fino ai trent’anni; dopo di allora, diventò una donna, e tale è rimasto."
ORLANDO Virginia Woolf
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ORA VORREI TANTO...
una valanga di galleristi adoranti
un divano, cazzo. (ognuno ha le sue fantasie piccolo-borghese)
STO STUDIANDO...
je suis, tu es, il est, nous sommes, vous etes, ils sont, jétais, il était, nous étions, vous étiez, ils étaient, je fus, tu fus, il fut, nous fumes, vous futes, ils furent,je serais, tu serais, il sera, nous serons, vous serez, ils seront, j’ai été, tu as été, il a été, nous avons été, vous avez été, ils ont été
OGGI IL MIO UMORE E'...
felice incazzata felice incazzata felice incazzata
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
PARANOIE
1) scrivere un blog di chilometri e poi dimenticrsi di premere "aggiorna"
2) quando ti viene da ridere nei momenti in cui dovresti star seria
3) Finire un'amicizia a causa di malintesi e stupidità.
4) fare pipi\' e contemporaneamente tenere chiusa la porta che non si chiude ed è lontana di un bagno pubblico
5) scoprire di non avere fazzoletti mentre ti viene un attacco di allergia camminando per strada
MERAVIGLIE
1) quando ridi,fai sesso e filosofeggi con la stessa persona..
2) le persone che ti capiscono al volo, senza bisogno di spiegare troppe cose
3) Le Coccole
4) Willy il Coyote che finalmente riesce a pestare a sangue quel fottuto di bee-beep!
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Wednesday, May 30, 2007 - ore 00:02
(categoria: " Vita Quotidiana ")
LA CITTà DELLE BELLE CASE

bonsoir à tout le monde,
qualche notte fa, dopo aver attraversato mezza città a piedi con Sebastian (il coinquilino tedesco) per tornare a casa, mi ha raggiunta quella consapevolezza della fine, che sapevo, prima o poi sarebbe arrivata.
Pensavo, sotto le coperte, alla serata appena trascorsa: la lunga camminata lungo il canale circondato da spazio immenso e fabbriche, tutte bianche, pulite, che davano una sensazione di perdita in un mondo alternativo. ci destreggiavamo per comunicare, i miei amici siciliani, Sebastian ed io. Ma stranamente, qui ho avuto la più facile comunicazione di tutta la mia vita, con queste persone.
la luce era quella del non più giorno/non ancora sera, e come sempre, bianca e vagamente accecante.
siamo giunti di fronte ad un vecchio palazzo che stava proprio davanti al canale. il vento fresco un pò frizzante.
il locale dove avremmo ascoltato un’improvvisazione di jazz, era un ex abitazione, provvista dei soliti camini murati presenti ovunque nelle case di Bruxelles.
All’entrata c’era un gruppo di persone, giovani e anziane, ma la sensazione era di grande familiarità, e non sembrava esserci differenza di età tra tutti.
C’era un uomo sulla settantina che puliva le scarpe, ad un certo punto, a concerto iniziato, mentre scattavo qualche foto, l’uomo è venuto da me e mi ha chiesto se volevo che mi lucidasse gli stivali. Ma io gli ho detto che sarebbe stata un’operazione inutile visto che probabilmente vale di più il suo lucido da scarpe delle suole dei miei stivali. Abbiamo chiacchierato un po’, e quando gli ho detto che sono italiana, lui ha cominciato a parlare nella mia lingua e a dirmi che ha vissuto all’Isola d’Elba.
Il concerto era strepitoso. Solo tre persone saxofonista, trombettista, e l’anziano professore di Andrea (l’amico siciliano) alla batteria.
Alla fine del concerto c’era una musica da osteria, e Andrea, come d’abitudine, mi dice, aprendo le braccia:<< dai balliamo Miriam>>
Sebastian sorride sotto ai baffi sorseggiando la sua deliziosa, economica birra.
Così Andrea ed io, occupiamo tutto lo spazio, dove fino a un attimo prima l’energia era provocata dai suonatori. Danziamo una specie di tango. E io sono felice.
Parlo francese, e c’è una parte di me, che compare solo attraverso questa lingua. E c’è una Miriam che mi piace, mi ci trovo come in una scarpa di Pollini, con questi amici, con quest’atmosfera, con questa lingua.
Non sono più semplici le cose qui. Assolutamente.
È solo che è infinitamente più facile divertirsi. Davvero con poco. ogni cosa diventa un pretesto perché la giornata o la serata sia speciale. E questa cosa è unica e irripetibile. Non sono solo le persone, non è solo la città. È tutto, tutto insieme.
Poi penso al silenzio dell’atelier. Sento il fruscio dei fili di lana che passano attraverso le corde. Sento l’odore del legno del mio grande telaio. È così grande che non riesco neanche ad abbracciarne la metà. E non lo toccherò più. Ne ho bisogno, è diventato come un’altra parte del mio corpo, mi da stabilità questo affare massiccio, enorme. Dove la mia tela cresce. E lui la tiene stretta.
Mi dona equilibrio, come l’acqua quando vado a nuotare. Solo che è sempre lì, e il lavoro che ho fatto rimane. Invece dall’acqua esco e torno di nuovo in questa dimensione.
Invece di trovare radici, le ho sradicate del tutto.
E ora quando penso al soggetto “casa” non riesco a tenere insieme tutti i pezzi che la compongono. Esiste, ma è sparsa in giro. Come si fa?
Ci sono delle cose, dei luoghi e delle persone che mi fanno sentire come quando ti togli le scarpe e ti metti le ciabatte. O ancora meglio resti a piedi nudi.
Sono tutti collegati da una rete nella mia testa e non stanno in un luogo solo.
Ma una certa melanconia è impossibile da cancellare, quando penso che tornare a Milano sarà di nuovo, vivere senza delle cose fondamentali di me, e per me.
Come un amico siciliano che vale venti milanesi, che somiglia al Vinicio Capossela (prima dei danni dell’alcolismo) e che mi chiede di ballare il tango nei momenti più disparati – tipo alle cinque del mattino in mezzo alla grand place- o Julia, con la quale condivido alla perfezione la grammatica dei silenzi e delle grandi conversazioni. O Mara, una grande grandissima collega di lavoro, mai trovata una tale sincronia e operatività.
E una lingua nella quale mi sento a casa. Può essere casa una lingua? La mia casa è il francese.
Una cosa è certa. Casa è anche Milano, e lo è ancora un po’ anche Varese, i suoi boschi le sue montagne.
Sarò sempre sempre irrequieta, credo, per tutta la vita.
E adesso anche qui, ci sono luoghi dove ho lasciato un pezzo di me, così come ne ho trovato uno.
E dopo tutta questa poesia, voglio darvi un consiglio, non si sa mai. In tempi di magra (molto magra) ho scoperto che il cibo cinese è molto economico. No, non mi riferisco al ristorante cinese. Parlo di cucinare cinese, con tanto di radici di zenzero (che sembrano mostriciattoli), pasta di riso, funghi (quelle cose che sembrano alghe ma in realtà, desolèe, sono funghi) polvere di cocco, ecc. ecc. e fare la spesa al supermercato cinese è una scoperta continua. Da provare!
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