A 80 anni zittì due milioni di giovani con una frase-verità: “Forse a voi giovani non verrà chiesto il sangue, ma la fedeltà a Cristo certamente sì!”. La storia di Karol Woityla è la storia di un uomo che ha vinto la scommessa più assurda: ri-accendere nel cuore dei giovani un sorriso inebriato parlando loro non delle conigliette di Play-Boy, dei gossip mondani o di un’insulsa sessualità… ma suggerendo Gesù Cristo. Come a dire: “le sorgenti mantengono sempre la parola” (E. BURKE).
Non ci potrebbe essere biglietto da visita più bello per far gli auguri a Luca, Lorenzo, Davide e Federico. Quattro ragazzi, quattro storie giovani … un sogno: essere preti! Domenica nella cattedrale di Padova il Vescovo consacrerà sacerdoti questi ragazzi. Per loro, inizierà un viaggio, il viaggio della loro vita sacerdotale! Una vita che – come canta F. Battiato - chiederà loro di portare il silenzio e la pazienza per raggiungere le vie che conducono all’essenza. Cristo tesserà i loro capelli come trame di un canto e farà conoscere loro le leggi del mondo per farne poi dono. I profumi dell’Amore inebrieranno i loro corpi e abbracciati a Cristo percorreranno lo spazio e la luce per non invecchiare.
Non sarà un gioco, anche se all’apparenza il mondo vorrebbe fosse tutto un gioco. No! Loro tenteranno di portare a Cristo i ragazzi d’oggi. Li intercetteranno su messenger, magari nascosti nell’Hipod che funziona da impermeabile e con il cellulare che vibra a ritmo di manager. E in un mondo di Hi-Tech, Myspace e YouTube dovranno captare le frequenze d’onda di un linguaggio riscritto dagli sms, dalle email, dai blog. Faranno breccia – come novelli
don Bosco – in quell’areopago in cui regna Muccino e Scamarcio, Brad Pitt e Orlando Bloom, Harry Potter e le saghe di Cristopher Paolini. Lì testimonieranno che oggi il cristianesimo è questione di Amore!
La categoria d’amore nel parlare di Cristo che
Nietzsche non capiva. Lo disse apertamente:
“mi fanno pena questi preti per me essi sono dei prigionieri e dei marchiati. Colui che essi chiamano redentore li ha caricati di ceppi. Di ceppi di falsi valori e di folli parole! Ah, se qualcuno potesse redimerli dal loro redentore”.
Invece io vedo nella mia vita, pur nella povertà della mia testa che non capisce un tubo, un numero grande di delicatezze di Dio, vedo delle cose troppo belle, per cui faccio degli applausi al Signore che se uno mi vede dice che sono matto. M’incanta un Dio al quale non è ancora venuto il voltastomaco per i miei peccati, che continua a nutrire fiducia in me, pur vedendo che tante altre persone Gli darebbero forse ben diverse soddisfazioni. Mi fa piangere un Dio che non solo mi sopporta, ma mi fa capire che non sa fare a meno di me. Diventato prete capisco
Geremia:
“Nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa: mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo”(20,9).
Davvero: non possiamo tacere la bellezza di Cristo. La gente rifiuta il nome di Cristo? Noi dobbiamo testimoniare il fascino di quell’Uomo! Far sentire il bisogno di Dio. E spartire con la gente momenti di festa e di lacrime. Profumi di forno e di bucato. Lacrime di partenze e di arrivi. Come i sacerdoti dell’Antico Patto!
Sacerdoti in terra, non a tre metri sopra il cielo: tradiremmo il Maestro!
Forti di una consapevolezza: senza Dio non siamo nessuno. E con un dubbio in tasca: siamo noi che ci fidiamo di Lui o è Lui che si fida di noi?