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Wednesday, March 24, 2004 - ore 12:42


valentino rossi intervista...vasco rossi!
(categoria: " Musica e Canzoni ")



SPETTACOLI
Il cantante intervistato da Valentino Rossi su «Rolling Stone»
Vasco Rossi: «Odio quelli che non cambiano»
«Non mi piace rifare sempre una canzone di successo. L'inizio è stato difficile anche per me, ma nel nuovo cd ci riprovo»

I due Rossi (Rolling Stone)
Vita spericolata? I campioni sono loro due e in comune non hanno solo il cognome: Rossi. Valentino, il numero 1 della moto, è andato a trovare in studio di registrazione Vasco, il numero 1 del nostro rock. Ne è nata un’intervista senza precedenti che sarà in edicola venerdì su Rolling Stone, l’edizione italiana della rivista Usa, diretta da Carlo Antonelli e Michele Lupi. L’incontro comincia con il ricordo di un episodio curioso avvenuto due anni fa in Giappone, quando Valentino «soffiò» a Vasco la stanza d’albergo prenotata a nome «V. Rossi». Ridono entrambi, ma poi il rocker taglia corto: «Per me è un onore aver ceduto la stanza a uno come te!».
Ed ecco un assaggio dell’intervista, una chiacchierata di 45 minuti che Rolling Stone ha anche deciso di far ascoltare ai propri lettori in versione integrale incidendola su cd.
Allora, Vasco, possiamo iniziare?
«Intanto volevo dire che sono molto onorato di essere intervistato da te. Adesso posso anche morire!».
Eh sì, esagerato!
«È una cosa che posso raccontare ai miei figli».
E’ difficile andare d’accordo musicalmente con i genitori. Invece con un cd di Vasco ti metti subito a cantare con il babbo...
«E’ una cosa che mi fa molto piacere. Non so neanche io com’è, ho l’età di tuo padre, anzi sono più vecchio».


(Rolling Stone)
Come ti prepari a un concerto?
«Con un concerto così fisico ho bisogno di avere del fiato. Lo prendo come lavoro, e penso di essere fortunato rispetto a uno che va a lavorare in fabbrica, no? Quindi mi metto d’impegno due mesi prima, ogni mattina, corro...».
Cosa si prova a fare concerti come quello di San Siro?
«È una grande festa, dove siamo tutti uniti, con le stesse emozioni. Capita raramente che ci siano 50 mila persone che provano la stessa emozione insieme».
A San Siro erano anche più di 50 mila. Poi è bella la differenza tra la canzone «da accendino» e la canzone da spintoni ed energia...
«Questa è una cosa del rock che mi piace molto: può essere massima aggressività, rabbia scaricata o anche massima dolcezza o amarezza. Non ci sono mai vie di mezzo...».



Ma come hai iniziato?
«Ho sempre amato la musica fin da piccolo. La ascoltavo, non pensavo di fare io il cantante o il cantautore; poi ho cominciato un po’ per gioco, un po’ per sfida, per scherzo, un po’ perché non sapevo che c... fare, non avevo voglio di fare il ragioniere; all’inizio andavo a suonare con il mio gruppo, c’erano 20 o 30 persone, delle volte c’erano le discoteche anche piene, poi a quel punto suonava il gruppo, la gente non sapeva chi fossi ed erano lì pronti a tirarmi di tutto...».
Io, che non sono musicista, faccio fatica a capire come nascono le canzoni. Come si passa dall’idea alle parole e alla musica?
«Viene così: parto dalle prime parole, non parto pensando: "Adesso dico questo", non entra mai il cervello in quel momento, è solo l’inconscio. Pensando a delle sensazioni, che mi dà la musica stessa, cominciano a venirmi fuori delle parole, le prime; e delle volte mi convincono queste prime parole e allora vado avanti; ma non so mai se riesco ad arrivare alla fine; quando arrivo alla fine mi sembra sempre un miracolo. Delle volte, viene fuori una canzone che posso fare sentire anche agli altri perché è abbastanza decente, a volte fa c... e me la tengo per me...».
E lo capisci subito?
«Devo dire che sì, alla fine si capisce subito se proprio fa c... Ma nell’andare avanti con la creatività, nei tempi, ho cominciato a scrivere delle canzoni particolari... la prima è stata "Ogni volta", che ho scritto una mattina; ero sul letto, dovevo ancora dormire e secondo me ho cominciato proprio a delirare! Poi sono andato avanti, scrivendo in fretta le frasi che venivano, pensando di fare un esercizio per me; quando l’ho finita ero convinto che fosse una canzone che capivo solo io. Poi l’ho fatta sentire e ho avuto la meraviglia di vedere che la gente capiva perfettamente».


(Rolling Stone)
Sì, perché poi ognuno gli dà la sua interpretazione, secondo i momenti che ha vissuto lui...
«Esatto, la riempie delle sue sensazioni; questa è la bellezza delle canzoni, che si parla da cuore a cuore senza bisogno di usare il cervello e quando arriva questa vibrazione, insieme, diventa una libidine terrificante; sia per chi ascolta, perché io sono anche un ascoltatore, sia per chi le fa».
È stata quella la svolta?
«Sì. Perché prima scrivevo canzoni un po’ più discorsive. Io vengo dai cantautori, ho cominciato a scrivere ai tempi di Guccini, Dalla, De Gregori, De Andrè. Cercavo di fare canzoni come quelle; naturalmente non riuscivo mai a farle così belle, perché non avevo quel linguaggio».
Quindi seguivi loro, volevi fare delle canzoni come loro...
«Sì, poi ho trovato il mio stile, che è stato quello di "Ogni volta" e quello delle canzoni rock. Comunque io facevo l’asino, quando cominciavo a scrivere, cercando di usare sempre le stesse frasi perché sentivo che le canzoni inglesi avevano sempre le stesse frasi. Non capivo quello che dicevano, ma sentivo comunque che ripetevano».
Infatti, gli inglesi hanno un grandissimo vantaggio: non si capisce niente, quindi sembra tutto profondo.
«Loro usano molto gli slogan fissi, ripetono una frase anche dieci volte. Volevo usare lo stesso tipo di tecnica: dire sempre la stessa frase anche due o tre volte; "Vado al massimo" è un’altra così: vado al massimo, vado al massimo, vado al massimo e poi bam! Vado a gonfie vele! Insomma, ho trovato un mio stile, un mio linguaggio».
Come ti è venuta «Albachiara»?
«Ah quella così, di colpo; io facevo sempre così, aspettando che mia madre facesse da mangiare, suonavo la chitarra. Quella sera dovevo andare fuori con gli amici, quindi ero eccitato e ho cominciato a fare questo giro di chitarra, a descrivere una ragazzina che vedevo sempre passare».
C’è qualcuno che quando lo senti ti fa godere?
«Quando sento De Gregori godo proprio, provo delle emozioni forti. Ma tanti, per esempio Conte, un altro che scrive in un modo fantastico. De Andrè, uno che ha aperto una strada, un mondo, perché è stato il primo a usare l’ironia e lo sberleffo, a scrivere delle cose anche forti e provocatorie, perché fino a quel momento lì le canzoni erano un po’ tutte fiori, amore, baci. Quando è arrivato De Andrè, cantando non dico "La storia di Marinella", che è la più conosciuta, ma proprio tutte le canzoni che ha scritto, tipo "Attenti al gorilla", ha aperto la possibilità di scrivere anche cose che avessero un senso dal punto di vista della provocazione. Poi Guccini è un altro di quelli grandissimi. Non vorrei dimenticarne altri, però questi sono stati proprio i primi che hanno aperto la strada».
Qualcuno dei nuovi invece?
«Be’, ce ne sono di molto bravi; per esempio Silvestri per me è bravissimo, uno dei nuovi geni, un talento naturale per scrivere. Il talento vuol dire un casino. Mi piace molto Grignani, che fa delle musiche stupende. Per me lui è il nostro John Lennon... Poi ci sono questi nuovi che fanno il rap, anche loro sono geniali: gli Articolo 31 per primi, ma anche questo Caparezza...».
Con il singolo ci martellano, ma il resto del cd è molto bello.
«Sì, anche lui mi sembra un tipo davvero geniale».
In una canzone dice di smetterla di parlare amore, baci e cose così. Si deve parlare di quello che succede davvero.
«Sì, tra le mie ci sono canzoni d’amore ma anche canzoni di rabbia e di denuncia. Non voglio dire denuncia sociale, ma anche io a volte affronto degli argomenti pesanti, magari non proprio sociali o politici perché non voglio mai entrare nei particolari, mi piace di più parlare delle sensazioni che abbiamo in comune, della rabbia e della frustrazione. Non siamo tutti uguali, tu sei diverso da me. Ma cerchiamo di trovare un accordo, altrimenti dobbiamo fare la guerra. Questo, tra l’altro, è l’argomento del nuovo album...».
Ecco, appunto, il nuovo album?
«Si chiama "Buoni o cattivi"».
«Buoni o cattivi», quindi non nel mezzo, decidete, va bene anche cattivi...
«Basta che lo dite! L’album ha 12 canzoni nuove, è un nuovo album, non so come spiegarlo; nel senso che ogni volta cerco di fare qualcosa di diverso da prima, perché non mi piace stare sulle cose sicure, come rifare sempre la stessa canzone tutte le volte perché ha avuto successo, non mi sembra corretto. Meglio cercare sempre di fare qualcosa di diverso».
Infatti, negli anni, la tua musica è cambiata molto.
«Sì, ho sempre cercato di fare qualcosa di diverso anche rispetto a cose che ho visto che funzionavano. Non mi sembrava giusto artisticamente: infatti li odio quelli che fanno così, che trovano la strada...».
Come ti sembra? Ci sono canzoni che vanno? Stiamo tutti aspettando...
«Sì, ce ne sono. C’è quella che dà il titolo all’album che è il pezzo più forte, una cosa molto potente. Poi ci sono delle ballate, ci sono dei pezzi rock, insomma, è un album misto, come sempre. Credo che non deluderà quelli che amano il genere di Vasco Rossi, questo però non lo posso dire perché poi lo devono sentire, quindi vediamo la gente cosa ne pensa. Dopo comunque ti faccio sentire qualcosa... perché anche io non sto più nella pelle».



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