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Monday, June 11, 2007 - ore 16:02


Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano (F. Dupeyron - FRA 2003)
(categoria: " Riflessioni ")




Parigi, anni 60. Il tredicenne Momo, ebreo, vive dopo l’abbandono della madre, con il padre arcigno e oppresso da problemi di salute, occupandosi della spesa, della casa e della cucina. Momo ha un solo amico Monsieur Ibrahim, il droghiere arabo che ha un piccolo emporio nel quartiere ebraico. Momo è un cliente abituale dell’emporio e vi si reca tutti i giorni, spesso rubacchiando per risparmiare qualche spicciolo “da investire” convinto di non essere scoperto dal vecchio arabo. Quando ciò avviene fra i due si instaura il dialogo e, in breve tempo, un rapporto di amicizia che diventa giorno per giorno sempre più profonda. Il giovane protagonista è innamorato delle prostitute affettuose e materne che pullulano lungo le strade del quartiere esse rappresentano il suo costoso “surrogato” alla mancanza della madre. Momo nella scena iniziale dichiara: “A undici anni ho rotto il porcellino e sono andato a puttane. Il porcellino era un salvadanaio di ceramica lucida color vomito, con una fessura che permetteva alle monete di entrare ma non di uscire. L’aveva scelto mio padre, quel salvadanaio a senso unico, perché corrispondeva alla sua concezione della vita: il denaro è fatto per essere conservato, mica speso”. Il vecchio Ibrahim, così, quasi inconsapevolmente, diventa il suo maestro di vita: è lui infatti a fargli scoprire le donne e l’amore e quei valori che il padre, depresso e frustrato, non è riuscito a trasmettergli, a volte utilizzando piccole perle di saggezza tratte dal Corano che mostrano un aspetto “diverso” della religione musulmana. Momo e Ibrahim si osservano e il loro osservarsi e studiarsi diventa lo scrutarsi tollerante di due mondi lontanissimi; il loro raccontarsi è il confronto tra due generazioni lontane, come le loro culture e le loro religioni. E le differenze diventano un occasione di insegnamento e apprendimento per entrambi. Banale? Forse, ma talvolta è proprio di certa banalità che si sente la mancanza.
Eccezionale l’interpretazione di Omar Sharif.


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