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Monday, June 11, 2007 - ore 16:28
(categoria: " Vita Quotidiana ")
“Certo, fra le ragioni immediate del mio essere finito in quell’ashram c’erano il mio malanno, la voglia di capire meglio l’India e quella di mettermi alla prova; ma soprattutto c’era la convinzione che la nostra vita è una continua costrizione, che ci muoviamo costantemente entro i limiti stretti di ciò che è scontato, lecito, decente; e che in fondo sul palcoscenico della società recitiamo solo delle parti, finendo per giunta col credere di essere i personaggi della commedia e non gli attori. Volevo provare qualcosa di diverso.”
“L’uomo moderno pensa sempre meno al mondo. Non ne ha il tempo. Spesso non ne ha l’occasione. La vita che facciamo, specie nelle città, non ci fa più pensare in grande, presi come siamo a correre in continuazione dietro a un qualche dettaglio, a una qualche piccolezza che ci fa perdere il senso del tutto. Me ne ero accorto, alla fine, nel mio stesso mestiere. Dovevo raccontare le guerre, ma non chiedermi perché, con tutto il progresso di cui l’uomo si vanta, le guerre sono ancora così parte della sua esistenza e perché, quanto più civili e progrediti sono i Paesi, tanto più investono enormi capitali per studiare nuove armi capaci di uccidere sempre meglio e di più.
E poi, fino ad alcuni anni fa, raccontare una guerra poteva servire, la gente si ribellava; un massacro commuoveva ancora. Oggi anche raccontare non serve più. Ogni giorno ci sono nuove storie di massacri, ingiustizie, torture, ma ci si fa appena caso. Siamo sopraffatti. Pensiamo di non poterci fare nulla e così tutti diventiamo sempre più complici del più semplice dei crimini: l’indifferenza.
Nessuno ha più risposte che contano, perché nessuno pone più le domande giuste.”
“Viviamo come se questo fosse il solo dei mondi possibili, un mondo che promette sempre una qualche felicità. Una felicità a cui ci avvicineremmo con un progresso fatto sostanzialmente di più istruzione (che istruzione!), più benessere e ovviamente più scienza. Alla fine dei conti tutto sembra ridursi a un problema di organizzazione, di efficienza. Che illusione! Ma è così che ci siamo tarpati le ali della fantasia, che abbiamo messo il bavaglio al cuore, che abbiamo ridotto tutto il mondo al solo mondo dei sensi, con questo negandoci l’altra metà. […]
La nostra vita quotidiana è piena di piccole luci che ci impediscono di vederne una più grande. Il campo della nostra mente si è ristretto in maniera impressionante. Così come si è ristretta la nostra libertà. Quello che facciamo è soprattutto reagire. Reagiamo a quello che ci capita, reagiamo a quello che leggiamo, che vediamo alla tv, a quello che ci viene detto. Reagiamo secondo modelli culturali e sociali prestabiliti. E sempre di più reagiamo automaticamente. Non abbiamo il tempo di fare altro. C’è una strada già tracciata. Procediamo per quella.”
Da “Un altro giro di giostra”, di Tiziano Terzani
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