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Thursday, June 14, 2007 - ore 23:42



(categoria: " Vita Quotidiana ")


da Il Gazzettino


Il mancato federalismo costa al Veneto 11 miliardi


A fare il punto sui costi del fallito progetto di riforma è un’indagine di Unioncamere che calcola l’indice di autonomia impositiva al 68 per cento
Il mancato federalismo costa al Veneto 11 miliardi
È la differenza tra quanto cittadini e imprese versano ogni anno al Fisco e ciò che ritorna sotto forma di trasferimenti

Mestre

Se qualcuno pensa che il federalismo fiscale abbia un costo, anche l’inverso, cioé il "non federalismo fiscale" ha un saldo negativo che pesa sulle potenzialità di sviluppo del Nord. Una situazione di stallo derivata dalla mancata attuazione del federalismo fiscale, situazione che danneggia soprattutto le Regioni più dinamiche come Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna.
Non si tratta di insistere con lo scontro tra realtà del Paese (l’autonomia del portafoglio sarebbe produttiva anche nel Sud), ma una semplice constatazione con tanto di numeri. Lo ha fatto l’Unioncamere del Veneto, in collaborazione con la Regione, il cui risultato è stato presentato ieri, presente anche il presidente dell’assemblea regionale Marino Finozzi. Raccogliendo dati da Eurostat e da altri istituti di ricerca, incrociando cifre e percentuali, l’associazione che riunisce le Camere di Commercio ha emesso una sentenza inappellabile: il Veneto ha un residuo fiscale (la differenza tra quanto cittadini e imprese pagano al fisco pari a 60 miliardi e quanto viene speso nella regione 49 miliardi) di 11,5 miliardi l’anno, corrispondente a 2.513 euro per abitante. «E se la nostra regione - commenta Federico Tessari, presidente di Unioncamere - potesse mantenere nelle sue casse questo fiume di euro, pari al Pil della Lettonia, potrebbe aumentare la sua spesa locale, pur lasciando inalterata la pressione fiscale, passando da 3.220 euro a 5.734 euro per cittadino... Sai quante Pedemontane si farebbero!». Il risultato "politico" lo evidenzia Angelo Bellati, direttore Unioncamere: «Veneto, Lombardia e Emilia si trovano a ripianare i disavanzi di Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna». Ma paradossalmente anche di Trentino Alto Adige e Friuli rispettivamente per 2,1 e 3,2 miliardi.
Se da una parte c’è sofferenza per la mancata attuazione di quanto prevede la Costituzione riformata nel 2001, dall’altra le Regioni virtuose hanno sviluppato una sostanziale autonomia fiscale. In Veneto, in attesa del federalismo fiscale vero, l’indice di autonomia impositiva è del 68,1\% (Lombardia ed Emilia sono al 78,3\% e al 73,6\%. Ne deriva che gli scarsi trasferimenti statali e l’elevato prelievo di tassazione centrale hanno costretto il Veneto, per evitare il taglio dei servizi, ad aumentare la pressione fiscale locale, passata dal 28,3\% al 32,9\% dal 1996 al 2003. «E non si venga a dire che siamo evasori - si infervora Bellati - I dati provano il contrario: il tasso di evasione in Veneto è del 10,6\%, il 15,8\% in Italia». E a chi obietta che il debito pubblico impedisce l’attuazione del federalismo fiscale, Tessari risponde che «il Veneto mai ha generato debito pubblico».
Unioncamere mette le mani avanti quanto al trasferimento di personale statale alla Regione. Finora, l’unico passaggio di dipendenti è stato possibile con la legge Bassanini sul decentramento: in tutta Italia questo passaggio doveva essere dello 0,6\% del totale dei dipendenti, a tutt’oggi si è allo 0,3\%. «Non vorremmo che l’indispensabile aumento di risorse umane a livello regionale per far fronte alle nuove competenze - mette in guardia il presidente Unioncamere - si traducesse in aumenti di tasse e sperpero di denaro pubblico a livello centrale».
Come è stato più volte denunciato, una delle voci più consistenti dei costi delle amministrazioni centrali - cresciuti dal 2004 al 2005 del 5\%, per un totale di 84 miliardi - è rappresentata dal personale e dalle spese di gestione. Nel 2005 gli stipendi dei dipendenti sono saliti del 6\% rispetto al 2004, con una spesa di 71 miliardi. Le retribuzioni medie dei dipendenti regionali anche in questo caso denotano un Paese a doppia velocità: stipendi più alti in Regioni con bilanci in rosso.
La ciliegina sulla torta viene dall’analisi degli oneri che gravano sulle Regioni virtuose per la mancata attuazione del federalismo. Se questi vengono messi a confronto col livello di decentramento di alcuni Paesi europei, non resta che mettersi le mani nei capelli. Infatti, la pressione tributaria italiana è del 28,1\%, ben più elevata rispetto a quella di Spagna (22,5\% e Germania (22\%. L’indice di decentramento della spesa è pari al 32,5\%. «Ciò significa - è la conclusione preoccupata di Tessari - che in Italia un terzo della spesa pubblica è attribuibile a Regioni, Province e Comuni, con Stato ed enti previdenziali a controllare il resto. La dinamica della spesa locale manifesta una significativa crescita dal ’96 al 2004, passando dal 25,4\% al 32,5\%. Le amministrazioni periferiche di Spagna e Germania, con un elevato livello di autonomia fiscale, gestiscono una quota di spesa pubblica rilevante: 52,1\% la Spagna, 43,1\% la Germania».
La conclusione: «Nonostante il ritardo del federalismo, cosa che produce costi elevati ed inevitabili ricadute sulle capacità di spesa delle Regioni virtuose, il Veneto occupa il secondo posto per contributo al Pil nazionale con il 9,3\%, ed è tra le Regioni più virtuose sia per tasso di partecipazione fiscale che per efficienza amministrativa, eguagliando performance di Regioni della Ue».
Ma per quanto potrà durare?
Giorgio Gasco

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IL REDDITO DELLE FAMIGLIE ITALIANE
Cresce il divario nord-sud

Roma, 9 giu . - (Adnkronos/Ign) - La Lombardia da sola concentra un quinto del patrimonio di cui dispongono tutte le famiglie italiane. In Emilia-Romagna e Val d’Aosta il reddito lordo delle famiglie è il 45% in più di quello dalle famiglie calabresi. I componenti di una famiglia numerosa del Mezzogiorno possono contare su un reddito annuo di quasi 40 punti inferiore a quello di una famiglia numerosa del Centro-Nord. Sono questi alcuni dettagli della fotografia sui divari di ricchezza esistenti oggi nel nostro Paese, messa a punto dal Centro studi di Unioncamere.

Nel 2005, segnala l’Unione delle Camere di Commercio italiane, la ricchezza complessiva in possesso delle famiglie, proveniente dalle attività reali e da quelle finanziarie, è ammontata a 8.054 miliardi di euro, pari a poco più di 341mila euro per famiglia. Di questo patrimonio, la Lombardia detiene la quota maggiore (il 20,5% del totale, pari a 1.652 miliardi di euro). Alle sue spalle si posizionano Veneto, Emilia Romagna, Lazio e Piemonte. Nel loro complesso, queste cinque regioni concentrano da sole quasi il 60% dell’intero patrimonio nazionale, lasciando alle altre il rimanente 40%.

"I differenziali emersi dall’analisi - sottolinea il presidente di Unioncamere, Andrea Mondello - sembrano per di più penalizzare la famiglia, soprattutto quella numerosa, che pure è vista come il soggetto economico in grado di riequilibrare le disparità ancora esistenti a livello territoriale in termini di capacità di produrre ricchezza". Si rende perciò necessario intraprendere interventi a sostegno delle famiglie, "in termini di politiche fiscali, sociali e del lavoro". In testa alla graduatoria del patrimonio medio per famiglia si pongono però la Valle d’Aosta (461mila euro) e il Trentino Alto Adige (441mila). Su valori poco distanti dai 400 mila euro per famiglia si collocano Lombardia (411mila), Veneto (425mila) ed Emilia Romagna (430mila). Fanalino di coda la Calabria con i suoi 185mila euro. Il divario tra il valore minimo toccato dalla Calabria e il massimo della Valle d’Aosta è pari al 59,8%.

Considerando i valori medi per abitante, quindi, emerge la superiorità economica del Nord-Ovest con un valore pro capite di 19.446 euro. Segue il Nord-Est (18.309 euro, -5,8%, quindi il Centro (17.596 euro, -9,5% sul Nord-Ovest). Sud-Isole, con soli 11.591 euro, si distanziano del 40,4% dal Nord-Ovest. Ma non solo. Dai dati di Unioncamere, infatti, Milano (con oltre 21mila euro), Biella, Bologna e Modena (tutte sopra ai 20.500 euro) occupano anche nel 2004 come nel 2003 le prime posizioni della classifica per reddito pro capite. Agli ultimi posti della graduatoria si posizionano Foggia, Caltanissetta, Caserta e Crotone, con valori pari o inferiori ai 10.500euro annui. Il divario tra Milano e Crotone è pari al 55,8%.

Il reddito medio per famiglia in Italia è ammontato nel 2004 a 40.081 euro. Rispetto a questo valore, puntualizza l’organizzazione di piazza Sallustio, le famiglie del Centro-Nord hanno messo a segno un divario positivo del 9,9%, mentre quelle del Mezzogiorno si sono mantenute al di sotto della media nazionale di un sostanzioso 20,7%. In termini assoluti, contro un valore medio nazionale pari a 51.400 euro, le famiglie più numerose (con 5 o più componenti) del Centro-Nord avrebbero conseguito un reddito medio di 65.328 euro, ovvero il 40% circa in più delle corrispondenti famiglie del Mezzogiorno (che avrebbero potuto contare su 38.693 euro).

(Adnkronos)


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