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Friday, June 22, 2007 - ore 21:16


METTI CHE UNA SERA VAI A TROVARE UN AMICO...
(categoria: " Vita Quotidiana ")




I due grandi tavoli quadrati erano immersi nell’oscurità,sovraffolati di dischi argentati,carte e libri che quasi nascondevano i profondi solchi nel legno. Strani oggetti neri dormivano sonni inquieti sui piani e gli scaffali, accanto a tomi voluminosi e fogli sparsi.
Le imposte chiuse e sileziose davano l’impressione di nicchie d’ombra, finestre dalle quali un buio che non era semplice assenza di luce guardava nelle stanza.
Strani insetti ronzavano nascosi sotto i tavoli o negli interstizi. Lucciole dai colori brillanti come piccole stelle multicolore mormoravano una nenia monotona, salmodiando strani mantra.
Su di uno scranno di pelle dall’alto schienale stava una figura immobile, immersa nella luce azzurrognola di uno specchio rettangolare poggiato sul tavolo.
Le ombre parevano avvolgerla, scivolandole lente attorno alle braccia poggiate sui braccioli scuri, giù dalle spalle, drappeggiando i contorni che sfumavano piano nel buio dietro l’alta sedia e sotto il tavolo.
La luce fredda dello specchio scavava faticosamente nelle ombre i lineamenti duri e affilati di un volto dalla mascella volitiva, il profilo tagliente, e riverberava in due occhi freddi e distanti, appena più vivi di due gemme di ghiaccio. Nell’abisso delle pupille leggermente dilatate rimestava senza tregua una brace lontana, come di un fuoco mai sopito, tenuto nascosto sotto un velo di cenere inerte.
I rari gesti erano lenti e misurati, gesti di comando, sileziosi e irrevocabili. Non c’era compiacimento in quel volto, solo una paziente, immemore attesa.
- sei arrivato - disse con voce atona, senza distogliere lo sguardo dalle profondità dello specchio.
- salute a te, Signore delle Lance Nere! La tua nuova sistemazione non è certo regale come la torre di Palanthas ma il tuo tocco personale si avverte ugualmente.- rispose una voce forte e sonora, dal timbro basso.
Una figura alta e magra si sporse dal buio, all’altra estremità della stanza.
Colui che sedeva davanti allo specchio alzò un fine soppracciglio, per un attimo un sorriso divertito increspò un angolo della bocca severa. Tuttavia non distose gli occhi dallo specchio.
- dove hai lasciato la tua armatura, cavaliere? - chiese quasi divertito.
- ben custodita dove potrò recuperarla facilmente in caso di bisogno. - E lentamente si fece vanti, schivando le pile casse e scrigni che ingombravano il pavimento, più intuendoli che vedendoli realmente. Niente in quella stanza era esattamente quello che sembrava, era assurdo fidarsi di un senso ingannevole come la vista.
Fattosi vicino decise che non era il caso di guardare nello specchio, le questioni di cui si occupava il suo ospite non erano affar suo e perciò ristette. Passarono attimi di silenzio, poi , ad un trillo acuto e musicale, alcune delle piccole luci aliene che gravitavano nella stanza si spensero e gran parte dei mormorii taquero. Solo da una stanza vicina, di cui si intuiva l’esistenza dalla porta di legno scuro, continuava incessante un ronzio basso e perpetuo, come di una mola di pietra che macinasse eternamente le ossa datele in pasto.
- La tua visita è inaspettata e mi reca un grande piacere. - disse alzandosi.
- Come ti avevo detto sarei passato a godere della tua compagnia prima o poi. Impegni mi hanno tenuto distante a lungo ma alla fine sono arrivato. -
La stretta di mano fu cordiale e solida,fraterna. Testarono entrambi, per un solo istante, la forza l’uno dell’altro, più per abitudine che per saggiarsi a vicenda. I lunghi anni passati ad esercitarsi assieme avevano lasciato il segno su entrambi.
- ti vedo provato -
- il viaggio per arrivare qui non è stato dei più comodi -
- che altro? -
- niente di cui ti debba preoccupare, mio buon amico. ho superato prove peggiori, come le altre questa non mi stroncherà. -
Un lampo d’intesa attraversò i freddi occhi dell’ospite, riverberando in quelli grigi e placidi del nuovo arrivato.
- saliamo, ho una cosa da mostrarti e non è bene che tu te ne stia qui sotto da solo.- detto questo, con un gesto accesse una serie di globi dalla luce gialla e calda, illuminando una scala fino a quel momento nascosta nell’ombra.
Passarono davanti a diverse porte chiuse. Da altre, aperte appena per uno spirarglio, occhieggiva malevolo il buio.
- stai vicino a me e non ti scostare troppo. - l’ammonì.
Arrivarono in una piccola stanza quadrata e nuovamente ad un gesto le tenebre fuggirono, rintanandosi negli angoli. Su un tavolo liscio e levigato, dalla superficie candida, stava un complicato congegno di ferro le cui varie sezioni erano collegate da fili e cavi di vario colore e lunghezza. Luci fluorescenti occhieggiavano dietro grate nere dalle maglie strette.
- il mio ultimo lavoro. - disse pacatamente - mi è costato molta fatica e diversi fallimenti ma ora è pronto. -
- notevole - rispose col tono perplesso di chi comprende solo a metà ciò che si trova davanti.
- credo sia ora di andarcene. - disse con un vago sorriso e aggiunse - mi raccomando: uscendo non passare sotto la botola. -
Si fermò a fissare la botola contro la quale era stato messo in guardia, appena fuori dalla porta, lì sul soffito. Era a malapena una cornice legno su cui era stata poggiata una tavola,anch’essa di legno, dipinta sommariamente di bianco. Sapeva che se avesse provato a smuoverla l’avrebbe trovata pesante quanto una lastra di marmo spessa parecchi centimetri.
- è da lì che provengono i rumori? - chiese
- talvolta. talvolta pare che si divertano a passeggiare per questi corridoi pestando forte i piedi. Altre volte usano modi più rumorosi ancora per avvisare della loro presenza. -
Fissarono la bottola in silenzio per qualche istante ancora, tendendo le orecchie. Non accadde nulla. Si scambiarono un sorriso divertito ma scesero le scale in fretta ugualmente.
Uscirono e chiusero la porta alle loro spalle. Passarono di fianco al profondo pozzo che fronteggiava la villa, sotto l’occhio fisso del rosone incastonato nel timpano della facciata. Lo osservarono per un attimo.
- un giorno dovremo salire a dare un’occhiata. - Disse quello che era stato chiamato "cavaliere".
- già - annuì l’altro e si voltò. Ad un gesto di comando i pesanti cancelli di ferro brunito si aprirono lentamente, cigolando lamentosi sui cardini. Li attraversarono e scomparvero nella notte, lasciando l’occhio malevolo nel timpano a fissare rabbioso e impotente i cancelli chiudersi alle loro spalle.

è andata più o meno così, vero vecchio?ahahah...


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