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martedì 26 giugno 2007 - ore 14:42


Bau-sète!
(categoria: " Vita Quotidiana ")


I nostri mezzi di trasporto avevano un andamento drammatico. Se le gomme non si sgonfiavano lentamente scoppiavano all’improvviso, le cose elettriche si scaricavano, i condotti si occludevano: e allora scoperchiare cofani, svitare tappi, ficcare il muso in un bocchettone e soffiare a tutta forza. E poi le valvole, le puntine, i carburatori dal temperamento isterico... C’erano rotture che potevi tentare di riparare tu (pur essendo chiaro a tutti che normalmente tentare era nocivo) e rotture che non potevi. Una volta a me con la DKW — si pronunciava col "vi", non col "vu" — ne capitò una che era insieme irriducibile e incomprensibile, a Vicenza. Feci del mio meglio per arrangiarmi da solo, mi sporcai tutto di diversi tipi di olio allungato col sudore, ma senza effetto. Andai da un meccanico, da un altro, da amici intenditori spingendo la DKW in giro per la città. Nessuno era in grado di aiutarmi. Non ci capivano nulla, era un male oscuro, una nuova lue delle moto. I singoli organi parevano a posto, li avevo controllati a uno a uno, compreso il clacson... Ero frastornato e agitato, avrei fatto un’altra figura da culo con Visentini, e senza colpa. A un certo punto qualcuno mi disse:
« Naturalmente ci sarebbe Cesare ».
«Chi è Cesare?»
« Cesare? Un genio. »
« Cosa fa di mestiere? »
« Aggiusta le moto. »
Ostia, e dove stava? A Porta Padova. Ma allora ci andavo subito, di corsa (spingendo). Perché non me l’aveva detto prima?
Il mio informatore pareva incerto. «Lui aggiusta qualunque moto » disse « cioè in qualunque stato, ma non le aggiusta tutte. Aggiusta quelle che vuole lui. »
Non fu facile trovarlo. «Cesare?» diceva la gente. «Ah, Cesare! » e prendeva un’espressione intimorita. Identificai la botteghetta, chiusa, l’ultima porta prima dei portici a destra. Qualche macchia di olio per terra sul marciapiede. Una piccola rientranza creava uno spiazzetto, che ovviamente poteva fungere da laboratorio all’aperto. « Dove potrei trovarlo, Cesare?» domandavo ai passanti. «Cesare?» Sembravano confusi, allarmati. Non ricordo più come lo trovai, chi me lo trovò. A un certo punto era lì, mezzo in tuta mezzo no, e mi guardava severamente. Portava un baschetto nero, pareva sui trent’anni, forse trentacinque. Per me è restato uno degli uomini più straordinari che ho conosciuto. Non era solo un uomo distinto, era un Grande. Emanava grandezza e un senso rude di forza. Un’impressione simile ho avuto a suo tempo con Arnaldo Momigliano, lo storico, e ben pochi altri.
Mi guardò in silenzio, mentre cercavo di raccomandargli il mio caso: a un certo punto mi fermò con un gesto della mano, e da quel momento non mi guardò più. Pareva scontento, ma non diceva né sì né no. Dopo un po’ la saracinesca era aperta, sul marciapiede c’era un involto di dermoide con alcuni attrezzi, e Cesare osservava la DKW. Io cominciai a dargli un’idea dei sintomi principali, ma lui senza guardarmi mi fermò di nuovo alzando la mano... Sentivo la potenza della mente diagnostica, come nei grandissimi della medicina, quegli stregoni, quei "professori" che si chiamavano a consulto nei paesi: non tanto quelli reali, poveri diavoli, che non ho mai sentito che servissero a qualcosa, quanto quelli immaginari, i tenebrosi luminari della scienza medica del-l’entre-deux-guerres... Cesare toccava leggermente questo organo e quello, accennava a girare una levetta, a tirare un filo... Non diede segno di nulla, ma a un certo punto sentii che aveva trovato, sapeva: e all’improvviso cominciò uno dei quarti d’ora più stupefacenti dell’intero dopoguerra.
Accucciato accanto alla DKW, Cesare si mise a eseguire una serie di movimenti fulminei, lievi e potenti, dava l’impressione di stare svitando e sfilando e rimontando ogni parte della moto, con improvvisi ricorsi al fagottino degli attrezzi, e ficcandosi ogni tanto tra le labbra piccoli oggetti di rame o di ghisa o di acciaio (valvoline, viti, minuscole ghiere), che la mano andava poi ordinatamente a ripescare per reinserirli nelle loro destinate sedi. Era come un complesso gioco di prestigio, ma anche una grande operazione chirurgica, improvvisata in ambulatorio direttamente dopo la diagnosi, dram¬matica, spettacolare, silenziosa. Cesare operava nel totale silenzio del genio, ma a ritmo leggermente accelerato rispetto al normale, per cui ciascun suo movimento sorprendeva: con
grande precisione ma alla svelta, tagliava, cuciva, prendeva in bocca le arterie di gomma, risputava poche stille di benzina arteriosa, e ogni tanto, nello stile di un fabbro preso dall’estro o di un batterista dolcemente impazzito, mollava una piccola martellata a qualche sporgenza di metallo... C’era del sublime e insieme qualcosa di paradossale nella faccenda. La DKW e io ci eravamo cascati dentro... Cosa faceva qui a Porta Padova questo grado di talento? Che cos’è la bravura, col suo misto di serietà e stramberia ?
Cesare si rialzò, pezzi avanzati nel rimontaggio non ce n’erano, mi additò la messa in moto, il due tempi si accese. Non mi ricordo che abbia voluto danaro, io lo ringraziai di cuore e lui per un momento mi guardò. Ripartii con l’immagine del baschetto nero, e degli occhi color nespola che accennavano a sorridere.


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