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Tuesday, June 26, 2007 - ore 22:51


Immobilità transfrontaliera
(categoria: " Riflessioni ")




Enrico Brizzi, Il pellegrino dalle braccia d’inchiostro, Mondadori.

Non vorrei rovinarvi la sorpresa (WOW!) nel caso voleste leggerlo, solo alcune osservazioni.
Io ho sempre amato il Ragazzo Enrico e l’ho anche visto due volte in tournée con il suo gruppo postrock. Il tempo passa per tutto e per tutti. Avete presente Elvis?
Brizzi non scrive più di Bologne Meccaniche finite in un mattatoio (“Bastogne”) e di giovinetti viziati troppo punkrockers on delay che penetrano il cuore dell’Amore prima che la ninfa voli negli U.S.A. (“Jack Frusciante…”).
L’Autore è cresciuto, si è rotto un po’ (ma l’avevamo capito sin dall’inizio della sua avventura letteraria) della fuffa che ammorba il panorama editoriale italiano e dell’isolamento culturale che soffoca il nostro Paese. Guardiamo al Caso-Faletti: se Faletti scrive un ottimo thriller come “Io uccido” che ha un enorme successo planetario gli americani gridano al miracolo letterario; mentre gli italiani lo intervistano e gli domandano: “Dott. Faletti, dagli States ci dicono che Lei non è veramente stupido, ma è stato un comico professionista per decenni: confessi, è vero?”…

Enrico Brizzi si volge allora altrove e tenta l’impossibile: raccontare una storia realistica e dinamica su trentenni italiani ambientata fuori dall’Italia. O, per lo meno, al confine.
Ditemi: è possibile narrare di vicende interessanti relativamente a trentenni italiani nel 2007, quando la quasi totalità dei trentenni è precaria, abita con i genitori e conduce la stessa grama eistenza da subalterno/a che conduceva a 15 anni?
Ditemi: dove è possibile oggi in Italia scovare dei personaggi di un romanzo che possano essere interpreti significativi di una generazione?
Ditemi: che generazione siamo noi? Non una generazione di gobbi vigliacchi sballati part-time?
Qui da noi non può e NON DEVE mai succedere un kazzo di niente. Nessuno deve alimentare il dubbio, nessuno deve attentare alla Dittatura dell’Immobilismo, nessuno deve sanare o migliorare alcunché. Se no, non c’è solidarietà nazionale e generazionale. Immobili come i vecchi e più silenziosi di loro.
Non c’è limite alla Noia e alla Retorica nelle Lettere e nella nostra “società”.
Si può fare di più e farsi ancora più mediocri, infidi, vigliacchi, senili e morituri.
Mi si creda, non sto divagando. Chi leggerà “Il pellegrino…” si accorgerà che vi avevo ben avvertiti.
Ecco, allora, che Enrico non può che ambientare la vicenda 1) durante una vacanza 2) all’estero.

Ci sono due personaggi con i soliti improbabilissimi nomi paleonovecenteschi che Brizzi ama infliggere ai suoi caratteri. I due percorrono la Via Francigena da Canterbury a Roma a piedi nell’arco di alcuni mesi, il tempo che serve. Giunti in Svizzera, incontrano altri due amici italofoni dalla personalità più sbiadita che li accompagnano dai Cantoni francesi fino ad Aosta a piedi.
I personaggi potevano essere anche due o ventimila, il risultato non cambia. Al giorno d’oggi, negli italiani vi è solo il numero non il sangue dei valorosi avi.
Nel corso del viaggio i quattro sono tormentati dall’ingombrante presenza del “pellegrino dalle braccia d’inchiostro” del titolo. Egli è un diverso e fa paura per la sua diversità intrinsecamente maligna. Trattasi, infatti, di uno svevo (la Svevia è in Germania, al confine con la Svizzera tedescofona), cattolicissimo e un po’ (troppo) fuori di testa a causa della dedizione lisergica à la mode durante la sua adolescenza. Altra particolarità dell’uomo, che me lo rende simpatico, è l’essere coperto di tatuaggi.
Però di carattere religioso. Niente donnine, fiamme e pugnali, cari amici. Niente di tutto questo.
Però è un krukko e, par consequence, brutto e kattivo al di qua e al di là dell’Alpi. D’altronde, si sa, i tetteschi parlano da ridere e sono cattivi anche tra di loro e a casa propria. Perché sono tetteschi. E cattivi. Così per trecento pagine.

La trama è la seguente: si cammina, si cammina, succedono delle cose della cui importanza possono accorgersi solo gli italiani amnati dell’artifiZio. Soprattutto, ciò che sembra bello e buono è in realtà mendace e malvagio. Au contraire, ciò che sembra brutto, debole e morituro trionfa spavaldamente.
I quattro camminano da farsi venire le vesciche (mica come i loro nonni nel gelo della guerra in Russia). Ammirando le Alpi c’è sempre tempo per ripetere all’infinito le solite noie di Casa Italia, guardandosi bene dal prendere qualsivoglia decisione.
Si è partiti italiani e si rientrerà ancora più italiani.
L’Euro trip da Canterbury non li salva.
La Via Francigena condurrà inevitabilmente a Roma.
Immagino che i quattro, rincasati, si saranno mangiati un bel piatto di pastasciutta.
Da nessuna altra parte al mondo si mangia bene come in Italia.
Morissero tra i ghiacciai, Brizzi avrà già provveduto a quattro bare nere con un bel drappo tricolore dell’estate dei vittoriosi Mondiali di Calcio 2006.

Come se ciò non bastasse, Brizzi indugia impunemente sul tasto della misoginia. L’argomento, evidentemente, lo appassiona. Ci sono le amicizie tutte al maschile, il tifo durante le partite della Nazionale di calcio viste alla TV di uno chalet ad alta quota, i pochi soldi, i sogni generazionali pari a zero. Le donne no. Se ci sono servono tanto per. Esse sono belle o brutte ma non dimostrano personalità, non svolgono alcun ruolo.
Cosa fanno gli ideali trentenni italiani nel romanzo di Brizzi? Non lavorano, si assentano dal Paese. Non scopano. Lasciano i figli alle madri a casa. Svendono le attività ai cinesi. Fumano le canne come un Lord britannico gusterebbe del brandy davanti al caminetto, non sono in grado di organizzare in itinerario di una sola giornata mentre attraversano i più pericolosi passi alpini “perché lassù mi è rimasto dio”.
Gente che muore di vecchiaia.

Se mi rimane ancora un po’ di sangue nelle vene, trovo la forza di riferire che – orrore! – il finale è la più violenta pugnalata buonista che si possa dolorosamente immaginare.
Il Ragazzo Brizzi mi aveva già inferto un colpo indimenticabile con “Oscar Firmian”, laddove il Bene (il Bene, capite? L’Amore, capite?) trionfa e al Male non è lasciato neanche un premio di consolazione.
Ma qui fa più male. “Il pellegrino…” è una sassata con un ciotolo alpino in pieno muso.
Ci hai fatto male, Enrico.

Riporta a casa gli scooteristi tagliagole di “Bastogne”, le croccanti patatine postrock di “Jack Frusciante…”, i sani istinti di com’eravamo.
Cadano nell’abissale crepaccio del Canton Vaud, i quattro inconsistenti chierichetti senzaterra e infinitamente ciarlieri nel cuore delle Alpi.
Sia la mano del barbaro svevo a colpire con germanica lucida crudeltà: un tedesco su per i monti senza un coltello non è dato in natura.
Muoiano, infine, dopo lunga degenza in ospedale a causa di malattie veneree inoculategli da sprovvedute animatrici francophones del noiosissimo corteo di scout.
Oppure, Enrico, tornino i quattro, ma fa’ che siamo noi a partire!

Tu sei quello che amava SUPERTOGNAZZI, do you remember?
Scriverai ancora delle notti belle di Laida Gran Bologna con i concerti OI! dei NABAT?
Tornino i KattivSSimi!
Un’intera Generazione Zero li aspetta da tempo immemore sulla soglia di casa con una candela accesa nella notte e una bottiglia di vino. Quello buono.




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