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Wednesday, June 27, 2007 - ore 18:14
libera nos a Malo
(categoria: " Vita Quotidiana ")
L’ OPERA
Quella sua lingua fabbricata e magica che voleva rievocare un tempo perduto
di Rolando Damiani
Come certi scrittori veneti di genio, fioriti per legge di natura su un terreno fertile, Luigi Meneghello divenne scrittore quasi a sua insaputa, maturando nel "dispatrio" in Inghilterra, scelto nel 1947, i ricordi della sua infanzia trascorsa in un paese del Vicentino. Era stato tentato da altre vie, dopo la laurea in filosofia conseguita a Padova. Più che nelle aule universitarie la sua formazione si era compiuta sullaltopiano asiaghese, in mezzo ai partigiani. Quella era stata per eccellenza "lavventura" della sua vita, animata dagli ideali appresi presso Antonio Giuriolo, la cui lezione sarà a distanza di anni celebrata nei "Piccoli maestri".
A Reading, dove giunge nel dopoguerra inconsapevole che sarà la sede fissa della sua attività di docente, Meneghello trova un ambiente «aspro e austero, e meravigliosamente serio» (così racconterà in seguito), un analogo per lui del piccolo mondo di Malo, in cui era nato, che «aveva le sue arti e il suo work creativo» (sono ancora parole sue) e solo sbrigativamente si poteva definire provinciale. «La gente considerava sua la società in cui viveva, era questa la diversità»: la frase relativa a Reading, e presente tra le "Carte" edite nel 1999, si applica perfettamente alla Malo ricreata nella sua epopea narrativa.
Da un luogo lontano, reso dalla memoria uno specchio, una lente di telescopio puntato sul microcosmo nativo, Meneghello inizia la sua perlustrazione su personaggi, parole e fatti che formeranno il suo romanzo desordio, "Libera nos a malo", pubblicato a quarantanni. Si è addestrato con studi e articoli su novità inglesi dati in prevalenza a "Comunità", ma lintuizione decisiva, che rivela il talento, concerne la forma e la lingua di una narrazione concepita come cronaca familiare o repertorio storico e lessicale di un "tempo perduto", rievocabile per ricordi personali.
La trama, come sempre accadrà in Meneghello, è irregolare, si sviluppa per motivi tematici, per aneddoti, appunti saggistici, visioni (si potrebbe dire) di parole dialettali che si alzano in volo come farfalle, tracciando nellaria unallusione o tutta una storia. Il cacciatore di parole, con un retino da linguista-entomologo, precede il romanziere, alla cui fantasia offre spunti per racconti. "Nocciolo di materia primordiale", il dialetto nella teoria di Meneghello si ricollega quasi alla lingua dellEden, perché resta «inchiavicchiato alla realtà è la cosa stessa, appercepita prima che imparassimo a ragionare».
Dallesercizio discontinuo del dialetto, nella tessitura a tappeto dei suoi romanzi, provengono lironia e lunderstatement, insieme veneto e inglese, caratteristici della prosa di Meneghello. Si è fabbricato una lingua che desse unimpressione di parlata viva, di confidenza orale nelle recite ambientate a Malo. Da quel cerchio magico, che chiamò anche il suo "pozzo di San Patrizio", non si è mai staccato. Nel 1986 confidò di aver pensato a mutare rotta dopo "Pomo pero", uscito nel 75, ma aveva capito subito che la sua natura di scrittore esigeva leterno ritorno nella cerchia veneta dove aveva ricevuto limpronta genetica. Vi restò fedele mentre diventava un "classico" della letteratura contemporanea, pur sentendosi anomalo e antiletterario per vocazione. Alla cerimonia di un premio alla carriera divertì nel 2001 il pubblico, negando di averla avuta: «Non ho mai parlato della mia opera in termini di libri; li ho sempre chiamati "roba che ho scritto". Non ho mai pensato di aver avuto una carriera. Da bambino avevo una sola aspirazione, partecipare alle Olimpiadi del 1940 e vincere i 100 metri, la maratona e il salto con lasta. Cè stata di mezzo una guerra e non ho potuto realizzare il mio sogno».
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