Luglio è alle porte e, come tutti gli anni da 15 anni a questa parte, è arrivato il momento... Stamattina mi sono diretta verso la libreria ed ho preso dalla seconda mensola
Cent’anni di solitudine di
Gabriel Garcia Marquez: come ogni estate, da quando avevo 13 anni, lo leggerò e mi immergerò nella Colombia magica di Marquez e nel fatato paese di
Macondo per seguire la vicenda umana della famiglia
Buendia... Perché questo è il mio libro preferito, perché leggerlo ogni estate, durante il mese di luglio, ormai per me è un rito, perché vi ho sempre visto molto più di un romanzo, perché i suoi personaggi si sono scolpiti inspiegabilmente nella mia anima di ragazzina, sussurrandomi all’orecchio le loro storie...
Aureliano, Josè Arcadio, Amaranta, Ursula, Remedios, Melquiades, Rebeca... storie d’amore e d’odio, d’invidia e di altruismo, di progresso e cambiamento, storie di guerra e di violenza... zingari e puttane, ricchi possidenti e poveri contadini, soldati ed artigiani... magia ed incanto in un luogo senza tempo che mischia l’arcano e l’onirico alla storia travagliata e sofferta dell’odierno Sudamerica, che è poi la storia dell’uomo con la sofferenza, il travaglio e la solitudine che ognuno di noi si porta con sé...
E tutto inizia con un’esecuzione capitale...“
Molti anni dopo, di fronte al plotone d’esecuzione, il colonnello Aureliano Buendia si sarebbe ricordato del remoto pomeriggio in cui suo padre lo portò a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un paese di venti case d’argilla e di canna selvatica che si ergeva sulle rive di un fiume dalle acque diafane su un letto di pietre levigate bianche ed enormi come uova preistoriche”.