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![]() darkerciu, 21 anni spritzina di padova CHE FACCIO? scienze infermieristiche Sono sistemato [ SONO OFFLINE ] [ PROFILONE ] [ SCRIVIMI ] STO LEGGENDO l’ombra del vento.. ![]() materiale x la tesi HO VISTO ultimamente: -non è mai troppo tardi -bianco e nero -the legend -blood diamonds -the interpreter ho voglia di rivedere: -american history x -kill bill ![]() STO ASCOLTANDO frasi che ora sanno di inutilità,di desideri tiepidi nascosti.. ![]() ABBIGLIAMENTO del GIORNO il mio umore ha schizzi varaibili.. di solito frugo nell’armadio alla ricerca di qualche reperto dimenticato ![]() ORA VORREI TANTO... mega concertone strafuori,pizza-birra-film,coccole,serata a ballare e saltare,cena con le mie donne,stramegabirre con i miei amici..eh.. e vacanza spensierata!! ![]() ![]() STO STUDIANDO... esami terzo anno infermieristica ![]() OGGI IL MIO UMORE E'... tendenzialmente positivo ![]() ORA VORREI TANTO... ORA VORREI TANTO... ORA VORREI TANTO... PARANOIE 1) Dimenticare 2) essere tradita dalla persona a cui piu\' tenevi,sentirti usata e poi derisa alle spalle... 3) doversi alzare da sotto il piumone alle 7 di mattina in pieno inverno MERAVIGLIE 1) svegliarsi accanto alla persona che si ama 2) Sentire che per qualcuno tu conti davvero 3) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase... BLOG che SEGUO: Berry1984 Rutz82 secretely81 Raven666 Vampire -Atropo- sillcru AleTrago Vampiretta Phino Skara Ficcio LadyShine cialala companera shaula dile stefano235 eli_ chenni lingalad Kem mic_ habit79 irky biankaneve mattiapc topaya ![]() BOOKMARKS musica dal vivo (da Musica / MP3 ) UTENTI ONLINE: |
Friday, June 29, 2007 - ore 17:59 che cosa provi.. Ieri al seminario sul paziente oncologico è intervenuta una ragazza... ci ha letto questa storia tra le lacrime...era la sua storia.. "Immaginate una ragazzina. Ha quasi 13 anni, lunghi capelli castani che le coprono le spalle e la schiena. Scuote la testa e sorride al suo domani. Immaginate di vederla correre in un prato: guardate la sua gioia, la sua energia, il suo ottimismo e la sua forza. Corre incontro al suo domani, ai suoi progetti di ragazzina. Che succede ora?… Non corre più… Si è fermata… E’ inginocchiata, le mani sul suo volto… Cosa mi sta succedendo? Aiutatemi… Ho male… Sto male…. Il braccio, mi fa male il braccio, ora l’altro, ora la schiena, le gambe…. Viene portata dal medico . -"Tu vuoi attirare l’attenzione dei tuoi genitori. Hai 13 anni ormai, sei abbastanza grande da gestirti da sola anche se stai male di notte" Grazie dottore, è proprio la diagnosi esatta. I dolori continuano. Forse è il caso di fare qualche esame del sangue. Uno, due, dieci, chi lo sa più quanti prelievi ha dovuto fare. Gli esami non vanno bene, ci sono dei valori alterati. "Dottore, se facessimo una lastra?" "No, quelle fanno venire i tumori. Avanti con i prelievi e non mangiare più frutta secca" E adesso che cosa mi succede? Si è gonfiata una ghiandola sul collo, una sull’ascella, anche sull’inguine. Di notte sudo ed ho prurito. Che succede? Gianni, che succede? Per fortuna che ha questo fratello, questo angelo che le è accanto. Non posso più mangiare…. Quando mando giù qualche cosa mi vengono dei dolori fortissimi qui, sotto lo sterno. Anche ieri, quando ero alla festa della mia compagna di classe, mi è venuto il dolore e sono dovuta tornare a casa. Immaginate questa ragazzina ora: ha appena compiuto 13 anni, i suoi capelli sono lunghi e castani…il suo volto è dimagrito e pallido. I suoi occhi sono colmi di paura, il suo corpo è debole e mangiato da un male che dopo quattro mesi non ha ancora un nome. Come faccio a scuola con questo dolore... Salto la merenda così il dolore non viene. Professoressa, ieri non sono riuscita a studiare Storia perché ho avuto male alla schiena e alle gambe. " Potevi mettere un cuscino che sorreggesse la schiena e studiare lo stesso." Il fratello insiste per portarla da un altro medico. I genitori non vogliono, hanno fiducia nel medico di famiglia. O forse hanno paura di indagare più a fondo. Il fratello insiste e allora litigano, litigano insieme, la mamma, il papà ed il fratello. Basta, smettetela, non voglio più sentirvi litigare, non vado più da nessuno, sono stanca, lasciatemi morire. Con le mani copre le orecchie e urla di smettere. Urla e piange. Allora tutti tacciono. Il fratello la porta da un altro medico. "Ci vediamo il 2 Gennaio in reparto." La stanza è bianca, tremendamente bianca e fredda. L’unica nota di colore è un crocifisso di legno alla parete. "Adesso deve andare, signora, ci pensiamo noi ad Angela." E la mamma guarda, con gli occhi pieni di amore e di paura, quella figlia che dovrà lasciare in ospedale. Non preoccuparti mamma, vai pure a casa. Dopo ti telefono. Ma poi, sotto le coperte di quel letto d’ospedale, con un libro sul volto per non farsi vedere, piange tutta la sua paura. Iniziano gli esami, le visite, i prelievi. Domani a digiuno. Ma non è per un prelievo. Gianni mi trova anche questa volta. Lui mi trova sempre. Intanto che aspetto conto le macchie sul pavimento o le righe sul termosifone. …Gianni, sei arrivato! Sempre, come un angelo custode, quel fratello così giovane eppure così grande, va da lei e la raggiunge ovunque. Lei si sente sicura con lui, fratello e studente di Medicina, fa domande di ogni tipo ed ogni domanda ha sempre la sua risposta . Dottore, quando mi toglieranno i linfonodi sentirò tanto male? "Non preoccuparti, è come prendere un pizzicotto." le risponde il medico. Ma non è vero: sotto il telo verde che le copre il viso le lacrime scendono silenziose per il dolore. Silenziose e dignitose. Ho male ma non voglio che si accorgano che sto piangendo. Ho paura che il dolore diventi più forte. Finito questo dovranno togliere anche quello sul collo. Vorrei poter alzarmi da questo lettino e scappare via. Per fortuna ho la tua mano da stringere, fratello mio. Immaginate questa ragazzina. Guardatela, il volto coperto da un telo verde, i lunghi capelli che escono da sotto il lenzuolo. Immaginate il suo viso contratto per il dolore, immaginate le sue lacrime silenziose ed immaginate le sue parole: Manca molto? " Perché, ti facciamo male?" Bisogna operare, è necessario togliere la milza. Come faranno, Gianni, a togliermi la milza? E lui le risponde. E dopo, quando sarò senza, cosa mi succederà? E lui le risponde. Ma perché devono toglierla? E lui risponde. Ora la guarda, là, sul tavolo operatorio, guarda i lunghi capelli che escono da sotto il telo verde. Guarda il grande buco che c’è sull’addome, guarda il sangue. Il pensiero che lì, sotto quel telo verde, c’è sua sorella lo fa star male. Ma non la lascia sola. Ancora una volta è lì con lei. Per sei ore rimane con lei. "Angela c’è tuo fratello, lo riconosci?" Questo tubo mi da fastidio "E’ l’ossigeno non girarti, devi respirare." Dove mi trovo adesso? "Sei in terapia intensiva. Domani ritornerai in reparto" La mamma, domani vedrò la mia mamma. Immaginate questa ragazzina. Il suo corpo ora è segnato per sempre da una lunga cicatrice. L’adolescenza se ne sta andando piano piano, ma lei ancora non se n’è accorta. Le sembra di vivere qualche cosa di irreale, un incubo dal quale spera di svegliarsi. Reparto di Oncologia. Perché andiamo qua? Io non ho un tumore. Lui le risponde, ma non la verità. Come può dirle - Hai 6 mesi di vita, è solo un tentativo. - Come può dirlo anche ai sui genitori. Decide di tenere tutto per sé e di donare loro la speranza. Come brucia questo liquido rosso. Che strano sapore che mi viene in bocca. Una caramella, si, forse è meglio. Hanno detto che potrei avere la nausea. I capelli? dovrei tagliarmi i capelli perché potrei perderli. Va bene, non importa, mi basta che abbiano capito che malattia ho. Tanto, dopo, i capelli ricrescono. Ma non è vero. I capelli le cadono sempre di più, tanto che quasi ha paura di pettinarli. Non riesce nemmeno a guardarsi allo specchio. Talvolta chiude gli occhi e sogna i suoi lunghi capelli castani . Immaginate questa ragazzina ora. Ha 13 anni, pochi capelli bruciati dalla chemioterapia. Il viso è magro. Gli occhi sono velati di malinconia e di paura. Ogni tanto vorrebbe poter correre in un prato verde. Invece guarda gli altri mentre corrono, guarda gli altri ragazzini ridere per uno scherzo, per una barzelletta. Lei non riesce più a ridere. Pensa che domani dovrà stare male, ancora, perché dovrà fare la cura. Immaginate questa ragazzina. Immaginate che cosa può rispondere a chi le fa notare che è quasi senza capelli, ha chi le chiede "Ma che malattia hai?" Quando torno a scuola? Sono quattro mesi che sono assente, non voglio perdere l’anno. Proprio perché ci tiene così tanto, proprio perché non vogliono darle un dispiacere, la lasciano tornare sui banchi di scuola. Finalmente torna a sentirsi "normale", non deve pensare solamente a quando tornerà a fare la cura, non deve solo pensare che è ammalata. Ora dovrà pensare a studiare la Storia, a ritornare al passo con gli altri compagni. Inizia cosi un periodo di lavoro intenso ma anche di sollievo dal pesante pensiero della malattia. Adesso non c’è solo la cura, c’è anche la scuola… Cura, scuola, cura, scuola, cura, scuola, cura, esami di terza media…. Promossa: OTTIMO. L’oncologo lo scrive sulla cartella clinica: promossa bene. Che soddisfazione!! E’ già estate. Il suo corpo è ricoperto da cicatrici un po’ ovunque, quelle stesse cicatrici che qualche parente ha voluto vedere e che lei ha mostrato non senza vergogna. I piedi sono ancora blu dalla linfografia, tanto da non aver il coraggio di indossare i sandali. Sono passati sei mesi: REMISSIONE COMPLETA. Il fratello adesso sorride, sa che non è tutto finito, ma forse ora anche lui può sperare. I capelli stanno crescendo, sono molto corti. È iniziato il nuovo anno scolastico, adesso è in prima superiore. "Sei un maschio o una femmina?" Sono una femmina, non vedi che ho la gonna? "Ma tu vai sempre a fare le settimane bianche?" Io non vado a sciare, professore "Vedete, ragazzi, io perdo i capelli per la vecchiaia, lei perché sta facendo delle iniezioni." Ho solo 14 anni professore, la cosa non mi consola. " Non ti vergogni a restare seduto? Cedi il posto a questa signora!" Mamma, come faccio a dirgli che non riesco a restare in piedi se l’autobus è in corsa? Come faccio a spiegargli che la cura mi toglie le forze? "La lasci stare, è mia figlia. Sono io che l’ho fatta sedere." Ti voglio bene mamma. Quante cose non riesce a dire, quante non ne riesce a spiegare, prigioniera di una realtà più grande di lei. E’ troppo difficile cercare di far capire a chi la ascolta che lei è solamente una persona che si è ammalata e che si sta curando. Che non è un fenomeno da baraccone perché non ha i capelli, che nonostante le abbiano tolto la milza può continuare a vivere normalmente, che i segni che ha sulle braccia sono a causa delle cure e dei prelievi. Meglio non dire nulla, non spiegare, per non incontrare uno sfuggente sguardo pietoso ed imbarazzato. La sua solitudine è iniziata. Era già iniziata quando ha deciso di non far vedere le sue lacrime. Perché proprio a me, cosa ho fatto per meritarmelo? No, padre, non ci credo che sia stato Dio a mandarmi la malattia. Fa parte della vita. Non è vero che sono stata scelta, io non volevo essere scelta, non sono speciale per questo. Voglio solo essere come gli altri. Come tutti gli altri ragazzi della mia età. Immaginate questa ragazzina. Ha corti capelli castani che la fanno sembrare un ragazzo, occhi tristi, senza curiosità, senza entusiasmo. Non ha più voglia di correre incontro al domani. Non riesce neppure a pensare al domani. Ancora un anno. E’ passato un anno ma ce n’è ancora uno. "Non più flebo da questa volta. Adesso prenderai delle pastiglie. Vengono dalla Francia. Non dovrebbero neppure darti nausea." Davvero, dottore, non devo più fare la flebo, non devo più vomitare? Grazie, grazie. Ci vediamo fra tre settimane. …Cosa dice dottore? Questa volta non ci sono più le pastiglie, non arrivano più…Non è possibile…Di nuovo la flebo…. Tace. Tutto tace. Piega la testa ed esce dall’ambulatorio. Dobbiamo salire al secondo piano. Non riesco a salire sull’ascensore, prendo le scale. E lui, il suo meraviglioso fratello, sale con lei. Devo fare ancora la cura. Non ha bisogno di spiegarsi. Lui lo sa come si sente. Le mette una mano sulla spalla e lei si sente al sicuro. Immaginate questa ragazzina. Sta salendo le scale verso il secondo piano. Prima la sedia poi il cestino di carta marrone con il sacchetto di plastica trasparente. Per vomitare. Dottore, la prego, mi metta la flebo. Devo fare la cura. No, non l’ho già fatta, sono io che vomito prima. La nausea le viene appena vede il reparto, ormai. Le viene quando sente l’odore dei medicinali, quando vede il colore rosso del farmaco che sale sul tubicino dell’ago a farfalla, le viene quando sente quel sapore strano in bocca mentre fa la flebo. Odori, sapori, colori. Li porterà con se per anni, con la nitidezza di allora, sentendosi addosso le emozioni di quei giorni, le sensazioni di quei momenti. Immaginate questa ragazzina. Sta perdendo i capelli per la seconda volta. E’ stanca di fare la cura, vorrebbe tornare a vivere senza scadenze. Non ho voglia di fare la cura, oggi. Non ho voglia di stare male ancora. E il suo meraviglioso fratello le asciuga una lacrima che è scappata. Parla con lei e le fa ritrovare il coraggio di andare avanti. Lui si che me lo ha mandato Dio. E’ il mio angelo custode. Cosa farei se non lo avessi. Ti voglio bene fratello mio. Finalmente è finita. Esattamente due anni dopo. Immaginate questa ragazza, ora. Ha 15 anni. Seconda liceo. Finalmente l’incubo della cura è finito. I capelli sono ricresciuti. Adesso sono ricci. "Dove hai fatto questa permanente? Sembrano ricci naturali." Lei non sa cosa rispondere. Ci prova ma la reazione è quella di sempre. La gente non riesce a guardarla negli occhi . Negli occhi si può leggere il suo dolore. Meglio abbassare lo sguardo e cambiare discorso. "Vieni in piscina? Ti presto il mio due pezzi." Due pezzi…. Pancia scoperta … Cicatrice in evidenza…. No, devo andare via con mia sorella. Quante rinunce. Ferma sul bordo della sua vita. Vita che non ha più il coraggio di affrontare. Piano piano lascia che la verità si faccia strada. La sua malattia: un tumore maligno. Un cancro. Un tuffo al cuore nell’ammetterlo. Parole troppo dure perfino da pronunciare. Immaginate questa ragazza: guardatela negli occhi e leggete il suo dolore. Sentite la sua paura. Accogliete la sua disperazione. La malattia fisica è oramai finita, sono passati quasi cinque anni. Ma il cancro è una lancia a due punte: una che colpisce il corpo, l’altra che colpisce l’anima. E per quest’ultima non ci sono esami clinici a diagnosticarla, non ci sono globuli bianchi o piastrine dai valori alterati, non c’è una T.A.C. a fotografarla: i segni sono nel cuore, nella paura di vivere, di dover soffrire e procurare sofferenza a chi ti ama. Immaginate un gabbiano intrappolato da una rete: respira ancora ma non sta vivendo. Sta sopravvivendo, perché la sua vita è volare, e la rete che costringe il suo corpo glielo impedisce.. Questa ragazza si sente proprio così: il cancro ha intrappolato le sue ali e lei non può più volare. Ma la voglia di tornare a vivere la chiama, quella stessa voglia di vivere che il cancro non è riuscito a stapparle, e grazie alla quale ha trovato il coraggio di lottare e vincere la malattia fisica. Immaginate questa ragazza ora: con lo sguardo chino di chi ha paura del domani ritorna là, dopo qualche anno, in quel reparto di Oncologia. Sente di dover affrontare le grida della sua anima per poter ritornare a vivere e sentirsi veramente guarita. Sale le scale fino al secondo piano e tende la sua mano. Questa volta non c’è una flebo che l’aspetta, ma due occhi che incontrano i suoi: il suo secondo Angelo. Per due anni, per due lunghi ed intensi anni questa ragazza sale quelle scale fino al secondo piano. Per due anni due volte alla settimana lavora su se stessa per togliersi di dosso la paura che le impedisce di vivere. La bomba-cancro ha ridotto la sua vita in mille frammenti: ora ha trovato il coraggio per rimetterli insieme. Alcuni frammenti non ci sono più. Tutti i pezzi della sua adolescenza sono andati perduti e nulla li potrà far tornare. Rimette insieme i pezzi che restano, accetta le sue cicatrici e chiude le ferite che sono rimaste aperte. Piano piano ritrova il coraggio di sorridere, il coraggio di piangere, il coraggio di amare e di essere amata. Il coraggio di sentire la vita. Con la guida del suo Angelo accetta finalmente il dolore che la malattia le ha causato, e proprio da quel dolore riprende il suo cammino. Vi ricordate il gabbiano intrappolato dalla rete? Immaginatelo adesso: sta volando alto nel cielo della sua vita." Angela Pasqualotto LEGGI I COMMENTI (3) PERMALINK |
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