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Wednesday, March 31, 2004 - ore 11:11


bellissima intervista a camilleri!
(categoria: " Riflessioni ")


Camilleri su guerra, zapatismo, berlusconi



>> Montalbano al giro di boa
>>
>> E’ sempre un piacere far visita ad Andrea Camilleri. Apre la porta come
>> avesse sospeso, appena per un momento, la “tambasìa” mattutina, quel
>> tempo inventato e tutto suo in cui si muove in casa senza far nulla di
>> particolare: uno sguardo alla copertina di un libro, una cornice da
>> raddrizzare, una sigaretta, due sigarette…
>>
>> Poi, quando con paziente eleganza e dolce ironia riesce a districarsi
>> tra i cavi (abbiamo filmato questa intervista per www.arcoiris.tv), si
>> accomoda in poltrona per disporsi alla conversazione, lo sguardo appena
>> “squeto” (inquieto), come a difendersi da una cattiva notizia o una
>> domanda impertinente.
>>
>> Negli Stati Uniti è cominciata la campagna elettorale, la guerra in Iraq
>> è tutt’altro che finita, ogni giorno muoiono soldati e soprattutto
>> civili. Lei come la vede?
>>
>> E come dovrei vederla? Noi abbiamo avuto i morti di Nassiriya. L’ho
>> scritto prima e l’ho scritto dopo: non dovevamo andare in Iraq e
>> dobbiamo andarcene il prima possibile, tutta l’Italia ha reso ai ragazzi
>> uccisi l’omaggio che meritavano. Detto questo, mi pongo una domanda:
>> come mai non vedo un funerale di un soldato americano? E dire che sono
>> tanti. Mi è stata data una spiegazione che fa accapponare la pelle. Mi
>> hanno detto: “ma sai, non è che quelli sono americani-americani. Nel 90
>> per cento dei casi si tratta di persone che aspirano a diventare
>> americane”. Questo fatto mi ha spiegato tante cose. Dentro l’ignobiltà
>> suprema della guerra ci può essere una ignobiltà ancora peggiore, un
>> razzismo dentro la guerra. Accade anche quando leggo che sono stati
>> uccisi “tre soldati americani e alcuni civili iracheni”. Alcuni? Sì,
>> magari poi li contiamo, poi vediamo, adesso non ha importanza.
>> Non sappiamo quanti morti hanno fatto le bombe statunitensi in Iraq,
>> contiamo solo quelli che hanno la pelle nera ma si battono per una
>> bandiera di pelle bianca. Questa, inoltre, è una guerra di Pinocchio, e
>> andare a morire per Pinocchio è veramente pazzesco. Prendiamo la vicenda
>> delle armi di Saddam, trovo geniale che Colin Powell arrivi a dire che
>> non ce le aveva ma aveva “l’intenzione di averle”. In questo modo si dà
>> a tutti la liceità di ammazzare tutti.
>> Una frase di questo tipo significa ben altro che la guerra preventiva,
>> significa che posso fare la guerra ai genitori perché è probabile che il
>> figlio o il nipote, poi, un giorno, mi spari addosso. Siamo all’idea
>> hitleriana dell’ammazzare sei milioni di persone perché avrebbero potuto
>> danneggiare la razza. Dov’è la differenza? La guerra preventiva vuol
>> dire ammazzare prima. E poi, guarda caso, queste guerre avvengono sempre
>> in territori molto lontani da dove vivono i loro promotori.
>> Rappresentano mercati non indifferenti. I cattivi, Germania e Francia,
>> vengono esclusi dalla ricostruzione, cioè dagli affari che si fanno
>> sulle macerie. No, non è solo petrolio ma è l’industria delle armi che
>> “esporta la democrazia”.
>>
>> Anche in Italia si denunciano da tempo dei veri attentati alla libertà
>> d’informazione. C’è una minaccia reale per la democrazia?
>>
>> Ci sono quelli che dicono che non esiste un regime perché il regime ha
>> certe forme che questo momento italiano non ha. Altri dicono di sì. Al
>> mio paese si dice: “Votala cummu vo’, sempre cocuzza è”, mettila come
>> vuoi, resta sempre una zucchina, e sempre quel sapore ha. Il problema è
>> che ci sono diversi modi di “cucinare” la democrazia.
>> Questo è un modo abbastanza esplicito di colpirne il cuore, che è
>> proprio la libertà d’informazione. Non sto parlando delle diatribe con
>> la satira ma dell’informazione pura, semplice, elementare. C’è la
>> manipolazione, c’è molto controllo sui giornali, e poi c’è un controllo
>> quasi totale sulla televisione. Sì, è un vero pericolo. Anche perché poi
>> succede una cosa ancor più grave: in molti di quelli che dovrebbero
>> informare correttamente – per paura, per convenienza, perché “tengo
>> famiglia”, e per altre ragioni – scatta una sorta di autocensura che
>> finisce con l’essere un fiancheggiamento all’attacco alla democrazia.
>>
>> Eppure ci sono state delle occasioni importanti, per esempio a Genova,
>> in cui si è vista la possibilità di un’informazione diversa. Centinaia
>> di ragazzi hanno fotografato o ripreso le scene di violenza, una sorta
>> d’informazione autoprodotta. E poi ci sono i mezzi di comunicazione “del
>> movimento”, lo scambio in internet ormai raggiunge un numero di persone
>> consistente. Tutto questo può costituire un’alternativa, una speranza?
>>
>> Il fatto che tanti ragazzi in quella occasione avessero le loro piccole
>> telecamere portatili e abbiano documentato quello che stava succedendo a
>> Genova è stato fondamentale. Tanto è vero che quando le mie nipoti vanno
>> a qualche manifestazione io dico loro: “Portatevi la telecamera”. Ma il
>> G8 ha avuto una grandissima risonanza che ha permesso anche la
>> diffusione di alcune di quelle immagini, se una cosa di pari gravità
>> fosse avvenuta in un’altra occasione, quelle immagini non avrebbero
>> circolato. E’ come se io pubblicassi un libro di poesia stampandolo in
>> una mia tipografia e poi me lo tenessi a casa.
>> Il problema non è solo quello della possibilità di ripresa autonoma di
>> una certa situazione ma anche quello della sua diffusione. E qui casca
>> l’asino. Se la distribuzione, anche per un libro o un giornale, non è
>> capillare, se non si raggiunge più gente possibile, allora diventa
>> inutile. Rimane come un “caro diario”. Il discorso vale anche per
>> internet, non tutti ce l’hanno. Penso ai miei paesi del sud, lì è solo
>> un’esigua minoranza che accede a internet. Certo, è un modo futuro di
>> documentazione del quale ancora non possiamo conoscere gli sviluppi.
>> Internet consente di mandare le immagini in tutto il mondo, non solo
>> sulle reti Rai o Mediaset, quindi è un fenomeno importantissimo, ma
>> credo che oggi il fatto importante sia ancora la limitazione alla
>> libertà “tradizionale” dell’informazione.
>>
>> Nella copertina di un recente numero di Carta abbiamo messo una cartina
>> dell’Europa dove sono indicati tutti i cosiddetti campi di permanenza
>> temporanea per i migranti. Sono molti, forse riescono a rendere l’idea
>> di come accogliamo le persone che arrivano da lontano…
>>
>>
>> E’ un’immagine molto impressionante. C’è un’intera Europa dietro il filo
>> spinato. Ho sentito uno degli esponenti di "Medici sena frontiere" che
>> sono andati a visitare questi centri in tutta Italia. Tre sono stati
>> dichiarati in stato di impossibilità di sopravvivenza. Uno era a Torino,
>> l’altro a Trapani, il terzo non ricordo. Questi centri, in realtà,
>> temporanei non sono. Le loro attrezzature vanno in malora in breve tempo
>> perché non sono neanche state pensate per durare. Cominciano a diventare
>> sempre più atrocemente simili a dei lager, ne richiamano sinistramente
>> la memoria.
>> E’ tragico doverlo dire, trovo pazzesca questa forma di irrazionale
>> difesa. E’ come se sotto al diluvio universale, quello leggendario, noi
>> avessimo tirato un telo che ripara dalla pioggia la nostra casa. Dopo di
>> che, attorno a noi non c’è più niente, non c’è più il mondo. Non si può
>> pensare di arrestare con i cavalli di frisia o con il filo spinato un
>> continente che si sposta. C’è per caso un geologo in grado di dire:
>> “Guardi, io sono in grado di fermare la deriva dei continenti, da cui
>> vengono i terremoti”?
>> Qui sta avvenendo qualcosa di simile alla deriva dei continenti. In
>> diverse nazioni c’è una guerra continua, c’è la fame, c’è
>> l’impossibilità di un avvenire, decine di bambini muoiono di fame o di
>> malattie infettive. La gente scappa. Scapperei anch’io, portato come il
>> papà di Enea sulle spalle di qualche nipote. Di fronte a questo, non
>> possiamo chiudere la porta. E allora saranno guai, amari, per tutti.
>> Come vede, non sto parlando di sentimenti di fratellanza, parlo dal
>> punto di vista egoistico come uno che di fronte a questo fenomeno si
>> domanda come riuscire a stare in pace a casa sua. E non sarà certo
>> blindando la porta.
>>
>> Lei si definisce un “italiano nato in Sicilia” . Ma pensa davvero che
>> chi è nato qui debba avere una “preferenza nazionale” sulle persone nate
>> altrove?
>>
>> Su quella priorità sono completamente sordo. Per me non si pone proprio
>> come problema. Non lo capisco, mi sfugge. Anzi, una nazione si
>> arricchisce sempre dell’apporto di persone che vengono da altri paesi e
>> che forse hanno una spinta interiore maggiore. E’ vero che noi italiani
>> siamo andati negli Stati Uniti e abbiamo portato Al Capone e altra
>> “bella” gente, ma abbiamo portato anche persone di ben altro livello.
>> Erano mosse dall’ambizione, nel senso giusto del termine, quello
>> dell’affermazione di se stesse in una società che le rifiutava.
>>
>> Anche la storia della Sicilia è piena di esperienze culturalmente

mescolate…

>>
>> Amo molto i “miei” siciliani. Una volta ho avuto uno scatto di orgoglio
>> e ho detto che possediamo una certa dose di intelligenza, furberia, un
>> grado superiore – e qui forse divento un po’ razzista – proprio perché
>> siamo bastardi. Siamo come quei cani di strada, abilissimi a
>> sopravvivere in qualsiasi emergenza, mentre un cane con un bellissimo
>> pedigree soccombe. L’incrocio del diverso sangue che c’è stato in
>> Sicilia, dai normanni agli arabi, dagli spagnoli ai francesi, ha
>> prodotto una selezione stupenda. Come il lavoro o la produttività, anche
>> il “sangue misto” è una ricchezza.
>>
>> Quest’anno si festeggiano molti anniversari, proviamo a commentarne due.
>> Uno celebrava i dieci anni dalla “discesa in campo” del Cavaliere,
>> l’altro quelli dell’insurrezione zapatista, quando in Messico un gruppo
>> di indigeni ha sorpreso il mondo inventando la prima grande protesta
>> contro quella che oggi si chiama globalizzazione liberista.
>>
>> Sono due anniversari che si contrastano. Quello che si è celebrato
>> all’Eur, non vedo che importanza abbia. C’è uno pseudo-partito che ha
>> dieci anni di vita, per me la cosa finisce lì. Che poi ci siano fenomeni
>> di “sacralizzazione del capo”, non è una novità. Sono stato e continuo a
>> essere di pensiero comunista. Cosa vuole, quando lo vedo comparire,
>> circondato d’azzurro con le mani alzate, io penso di esserci già
>> passato. Per me è un déja vu. Quando c’era Stalin il culto della
>> personalità arrivava al punto che le persone stramazzavano al suolo solo
>> nel vederlo passare.
>> Parlando degli zapatisti, lei ha detto che l’insurrezione si è
>> verificata inaspettatamente. Dev’essere vero, allora, che da qualche
>> parte c’è un dio che acceca quelli che vuole perdere, perché il discorso
>> si ricollega esattamente ai milioni di persone che attraversano i
>> deserti e i mari per cercare una possibilità di sopravvivere. Ma non ve
>> ne accorgete? Non vedete quanti sono? Dovete vederveli comparire davanti
>> all’improvviso come il governo messicano vide gli zapatisti? E’ gente
>> che aveva più niente da perdere ma ritrovava, questo si è importante,
>> un’antica dignità contadina. Sembrano parole retoriche, e invece hanno
>> un peso materiale enorme.
>>
>> Sembra un po’ paradossale, dal punto di vista della storia della nostra
>> sinistra, ma in molte zone del mondo, con la chiusura delle fabbriche e
>> la de-localizzazione della produzione, oggi gli indigeni e i contadini
>> sono sempre tra le prime file di coloro che si oppongono al dominio dei
>> mercati sulle persone. Come mai all’inizio del nuovo secolo i contadini
>> sono tornati protagonisti?
>>
>> Posso rispondere solo per quello che provo “a pelle”. In questi primi
>> quattro anni del secolo c’è stato una sorta di crollo dei “castelli di
>> carta”, un seguito dei crolli industriali. Forse un economista potrebbe
>> spiegarlo con poche parole, ma si dà il caso che le industrie oggi
>> reggano difficilmente proprio sui libri contabili, sul dare e
>> sull’avere. Abbiamo avuto la Enron, in Italia abbiamo avuto la Parmalat
>> e la Cirio, e chissà cosa vedremo ancora.
>> Ricordo che tre o quattro anni fa un grande economista, Franco
>> Modigliani, disse che in realtà l’industria americana era truccata per
>> il 70 per cento. Noi abbiamo sempre avuto questo miraggio
>> dell’industrializzazione globale. La subalternità del mondo contadino è
>> una cosa che dura da tempo, è arrivata fino a farlo quasi scomparire. E
>> invece ora se ne sta riscoprendo la solidità, la solidità della patata
>> che vai a zappare e che viene fuori da lì, dalla terra. In alcune
>> società con un stato forte, i contadini sono potuti andare di pari passo
>> con gli operai. In altre, come nella nostra, anche la sinistra ha messo
>> l’operaio al primo posto, il contadino veniva dopo. C’era una gerarchia
>> che forse si sta rovesciando. Questo ritorno è come quando si squarcia
>> un velo e dietro si scopre che avevamo nascosto un tesoro. Ed un tesoro
>> di cultura, non un tesoro astratto.
>>
>> Anche lei dice spesso che ha recuperato un certo linguaggio contadino, è
>> stato così importante?
>>
>> E’ stato fondamentale. Per la capacità di immaginazione, di
>> rappresentazione e di espressione.
>>
>> Generalmente, la nostra capacità di fare qualcosa viene chiamata
>> “potere”, una parola che però si associa anche all’idea di dominio sugli
>> altri. Lei ha indagato a fondo sul concetto e meccanismi del potere, lo
>> testimoniano libri come “Il re di Girgenti”, ma nella società sta
>> cambiando l’idea del potere?
>>
>> Lei cita “Il re di Girgenti”, dove c’è un fatto storico: un contadino
>> che diventa re, ma lo diventa per elezione dei suoi contadini. Allora il
>> re rappresentava, incarnava, il massimo del potere, oggi non è più così,
>> c’è stato uno spostamento di ruoli. Io credo che il potere sia una sorta
>> di “blob”, intendo proprio quello che spunta nella sigla di “Blob”, cioè
>> quella massa che non si capisce bene cosa sia ma fuoriesce ovunque,
>> qualcosa di assolutamente indefinibile e di definibile nello stesso
>> tempo. Definibile, nella misura in cui il potere viene regolato dal
>> potere che viene assegnato; indefinibile, perché uno può travalicare
>> benissimo questi limiti di assegnazione e accumulare altri. Ci sono due
>> tipi di potere. Un potere derivato dall’assemblaggio in una persona
>> delle deleghe di una quantità di altre persone. Questo è un potere, se
>> vogliamo, anche democratico. E poi c’è il potere che dalla delega passa
>> a una sorta di scatto superiore negativo, che è l’agire senza delega.
>> Basta un niente perché un potente diventi un tiranno, in senso classico
>> e in senso moderno. C’era un padre della Chiesa che faceva una sottile
>> distinzione quando rispondeva alla domanda se sia lecito uccidere un
>> tiranno, un uomo di potere. La risposta era: quando il tiranno si è
>> imposto a forza su un popolo, è lecito; quando non si è imposto a forza
>> ma diventa tale per mandato del popolo, allora non è lecito. Dico questo
>> anche per tranquillizzare Fedele Confalonieri, che teme, alla fine del
>> mandato di Berlusconi, una nuova piazzale Loreto. Nessuno ha
>> l’autorizzazione a uccidere qualcuno che sia stato regolarmente eletto,
>> anche se si trasforma in un tiranno.
>>
>> Veniamo a una seconda parola chiave: democrazia. Dopo l’uscita del libro
>> in cui affronta il tema degli abusi commessi a Genova rimase colpito
>> dall’affermazione di un poliziotto, ce la racconta?
>>
>> In quel libro, “Il giro di boa”, l’ultimo di Montalbano, il commissario
>> entra in crisi per i fatti del G8. non tanto per il comportamento della
>> polizia, che pure lo mette molto a disagio, ma in uno scontro c’è sempre
>> la possibilità di ricevere e di dare una manganellata in più. Se uno, da
>> poliziotto, si vuole proprio trovare una giustificazione, la trova.
>> Quello che più mette a disagio Montalbano accade dopo la manifestazione.
>> Quello che lo irrita, lo indigna, lo fa pensare alle dimissioni è quel
>> che avviene alla Diaz, a freddo. Lì è più difficile. Quel libro ha
>> suscitato una quantità di reazioni, a favore e contro. C’è stato anche
>> chi mi ha detto: “Lei non ha nessun diritto di mettere in bocca a
>> Montalbano le sue idee politiche”, è un’affermazione bellissima, se
>> fatta all’autore, perché significa che Montalbano non è più suo, incarna
>> qualcosa di generale. Sui siti dove si potevano scambiare queste
>> opinioni c’è stato anche chi ha detto: “Scusate, ma cosa credete di aver
>> letto fino a questo momento, un romanzo giallo?”. E aveva ragione anche

lui.

>> Naturalmente, era impossibile, per un personaggio concepito come
>> Montalbano, non reagire di fronte a quei fatti. Così, c’è stata una
>> bellissima riunione, al Piccolo Eliseo, con il sindacato di polizia. La
>> sala era gremita, c’era anche Cofferati, che, se non ricordo male, in
>> quel momento era già fuori dal sindacato. A un certo punto, il
>> segretario del sindacato di polizia ha detto una frase che mi ha colpito
>> veramente: “Non si può creare un corpo di polizia e impiegarlo in certe
>> azioni senza dirgli che siamo un corpo democratico e che perciò deve
>> agire in un certo modo. Perché occorre una quotidiana manutenzione della
>> democrazia”. Mi è piaciuta moltissimo perché una frase vera. Se la si
>> ama veramente, la democrazia, bisogna pulirla perché non arrugginisca,
>> bisogna accudirla ogni giorno, magari portando un fiore, un pensiero,
>> come si fa con una persona amata.
>>
>> L’ultima delle parole chiave che vorrei sottoporle è una parola che non
>> usa quasi più nessuno: rivoluzione.
>>
>> Per prima cosa vorrei dire che è una parola di cui non bisogna avere
>> paura. I tempi e i sistemi cambiano. Noi la associamo, per un fatto
>> culturale, alla rivoluzione francese, a quella del 1917, ma anche a
>> un’idea di morte, di sangue, di distruzione. Eppure, quando parliamo di
>> rivoluzione copernicana, non evochiamo nulla di sanguinoso.
>> Rivoluzione non è una parola che deve necessariamente evocare la
>> ghigliottina e robe simili. La rivoluzione è visibile e invisibile.
>> Quella visibile è la gente che scende nelle piazze. Ma quante
>> rivoluzioni, per esempio nel costume odierno, noi non le chiamiamo così
>> anche se lo sono? Io credo che la rivoluzione debba essere permanente,
>> continua…
>>
>> Ha avuto modo di leggere o ascoltare qualcosa sul forum sociale di
>> Mumbai? Si aspettavano 50 mila persone, ce n’erano 500 mila…
>>
>> Ho visto poche immagini in televisione, ma avvengono sempre così, queste
>> “piccole” sorprese. Ricordo un economista di destra da Maurizio
>> Costanzo, sei giorni prima del G8. gli dissero: “Guardi che lì può
>> essere un momento duro”. E lui rispose: “Ma che vuole che facciano,
>> quattro ragazzotti dei centri sociali?”. E a Genova finì come finì. C’è
>> sempre questa sorpresa, non se l’aspettano.
>>
>> Intervista di Marco Calabria – Carta – 4/10.03/2004
>>
>> Il video dell'intervista è disponibile su: http://www.arcoiris.tv


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