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Monday, July 02, 2007 - ore 16:46


To the end...
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Mi rendo conto che di emozioni ne provo in continuazione in questo lavoro, soprattutto perché ogni persona che mi trovo davanti è diversa, si aspetta da me qualcosa di diverso, ha occhi diversi con cui mi guarda ed esprime le emozioni che prova.
C’è un episodio particolare però che non dimenticherò.
Durante le mie prime settimane di tirocinio in Urologia è stato ricoverato un paziente ucraino: Sergei.
Ha 45 anni, è un uomo alto e robusto, ha una barba brizzolata, due occhi azzurri che esprimono un animo buono e socievole.
Non conosce l’italiano, conosce l’inglese molto bene ed ha un piccolo dizionario “Ucraino-Inglese” sul comodino.
Ha una moglie bella e sempre sorridente, con due occhi grandi che trasmettono tutto ciò che a parole non sa chiedere perché lei, a differenza di Sergei, non conosce neanche l’inglese.
Il primo giorno che lo vedo mi avvicino a lui per fargli un prelievo e misurargli la pressione, cerco di arrangiarmi con le parole in inglese e gli spiego ciò che sto facendo soprattutto cercando di mostrargli serenità nei miei gesti e il modi di pormi.
Il suo sguardo si illumina, inizialmente non capisco come mai ma poi realizzo: nessuno del reparto è mai venuto realmente a parlare con lui, un po’ per poca conoscenza dell’inglese, un po’ perché cercare di farsi comprendere a volte è una noia che si fa prima ad evitare,per non perdere tempo.
Iniziamo a parlare e mi stupisco perché lui parla un ottimo inglese ed è un peccato che non possa sfruttare questa sua conoscenza.
Giorno dopo giorno il dialogo continua: come avevo visto dai suoi occhi Sergei è molto socievole, è gentile e ama la compagnia.
Lo vedo guardare in modo strano il menù e penso “cosa starà capendo di quello che legge..”mi siedo quindi sul letto e inizio a tradurgli il menù in inglese meglio che posso e lui tutto contento inizia a spiegarmi cosa gli piace mangiare e cosa no e da quel giorno in poi ha voluto che fossi proprio io a compilargli il menù perché sentiva di potersi fidare.
Un altro momento è stato emozionante per me: ero nell’ambulatorio del reparto e un medico entra e mi dice “il signore del letto 31 continua a chiedere di te Giulia” “ di me??” “si,abbiamo cercato di parlargli ma ha bisogno di parlare con te e continua a chiedere di Giulia”.
Ogni giorno, al di fuori della normale assistenza, riuscivo a fermarmi almeno cinque minuti a chiacchierare e quel giorno non ero riuscita ad andare e lui se n’era accorto.
Allora mi sono seduta un po’ da lui e mi ricordo che abbiamo parlato della ginnastica ritmica perché io sono una grande appassionata di questo sport e in Ucraina c’è una delle squadre migliori del mondo.
Non parlavamo di grandi cose, è vero, ma si vedeva subito quanto lo rendesse felice scambiare due parole, e quando ha visto che avevo pensato ad un argomento che mi interessava davvero di cui poter discutere l’ho visto piacevolmente stupito.
Sergei ha cercato di insegnarmi qualche parola in Ucraino, in cambio di poter imparare qualche parola al giorno di Italiano.
Quando il primario gli ha chiesto come stava in inglese e lui ha risposto “tutto bene adesso,oggi va meglio” in italiano io ho creduto di commuovermi, non potevo crederci.
Dopo qualche giorno è arrivato il nuovo compagno di stanza di Sergei, un suo coetaneo italiano di nome Gianni.
Lui conosceva molto bene l’inglese e mi sono chiesto che bella coincidenza fosse questa ed ho visto nascere una piccola amicizia.
Quando è stato il momento di tornare in Ucraina ho accompagnato la moglie a pagare le spese dell’intervento e tra gesti e parole siamo riuscite a capirci e vedevo nei suoi occhi che era spaventata da un mondo che non conosceva ma si fidava di me.
Continuava a dire “Grazie,grazie!!” e mi ha abbracciata, non lo scorderò mai.
Prima di andare via Sergei ha regalato una matrioska a me ed una a Gianni e appena sceso dall’aereo ha chiamato il suo compagno di stanza, tante parole confuse e rumore ma in sottofondo si sentiva lui che urlava contento “Ucraina,Ucraina!!”.
Io e Gianni ci siamo guardati e abbiamo sorriso.
Sono emozioni che non dimenticherò mai.


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