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Friday, July 13, 2007 - ore 14:08


Chiaroscuro
(categoria: " Riflessioni ")


La mia ombra, proiettata sul muro dalla fioca luce di un lampione da giardino, mi osserva. Seduto sotto il portico, dando le spalle ai campi di granturco e alla volta stellata, la guardo.
Resto immobile, salvo l’impercettibile movimento di due dita che si godono il contatto rassicurante di un fedele rotolino cancerogeno.
Una macchia scura su un muro, questo sono ora, niente di più che una macchia informe che deve la sua vita a una luce artificiale. Il contorno è nitido, familiare, e allo stesso tempo scomposto, amletico. Nessuna espressione, nessun lineamento. Sono un’entità monocroma a cui restano poche ore di vita.
E’ strano come a volte basti un alito di vento o una parola a far cadere qualcosa che fino a pochi istanti prima sembrava inattaccabile. A volte è un lento ma inesorabile processo fuori da ogni nostro controllo, come la goccia che scava la roccia, a minare gravemente la stabilità di una struttura psico-fisica ritenuta incrollabile; altre volte è l’improvvisa follia di un incalcolabile tornado a spazzar via le poche e preziose certezze, musicali e non, conquistate sul campo con fatica e merito.
Chi c’è dietro a quel nero fantasma aggrappato alla parete? Chi si nasconde in quella figura silenziosa senza occhi nè bocca? Sento i suoi occhi invisibili su di me, ascolto il suo respiro sommesso, indovino i suoi pensieri. Si sta chiedendo quando è successo, quando è successo che mi son smarrito. Si domanda perchè ho lasciato che la paura inghiottisse la mia mente e congelasse ogni possibile forma di felicità. Guarda i miei occhi galleggiare nell’incertezza di una sera troppo bella per essere vera e per questo quasi irreale, mentre un senso di crudele ineluttabilità mi avvolge affettuosamente fra le sue pungenti spire.
La cenere che cade scandisce il fluire del tempo, ed è palpabile la sensazione di un vuoto incolmabile, come se qualcosa sia stato perso per sempre. Ragione e sentimento vagano alla cieca in due differenti labirinti concentrici, cercando disperatamente di farmi uscire da questa impasse esistenziale in chiaroscuro.
A salvarmi è un deus ex machina, che spegne il lampione calando il sipario, come una mano di vernice fresca per nascondere una macchia sul muro.




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