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Saturday, July 21, 2007 - ore 20:48


Per chi ad Aqaba curò la lebbra con uno scettro posticcio
(categoria: " Pensieri ")


Quei giorni in cui c’è una tale luce (potrebbero essere questi giorni di caldo, denso di un’aria vera di vetro) in cui hai paura di sorridere, per non mostrare i denti al Sole perché sai che quei raggi di luce ti entrano dentro e non escono più, e la bocca e lo stomaco non sono fatti per contenere Sole, cibo sì, anche tanto, troppo a volte a volerlo finire tutto, che il mio piatto è quello del Nord, pieno a sufficienza per tre me che hanno dieci delle mie fami. Io non devo cercare le mosche.

Quelle notti che hai un tale buio davanti che sembra solido, un petrolio fradicio che sai di stare attraversando a fatica, denso troppo denso per qualunque luce, un buio che sembra volerti mangiare, e i fari non servono a niente, illuminano ad interim una notte che forse ti porti nel cuore perchè va bene il buio, ma adesso si esagera. Scuro\chiaro, leggi il margine, il confine tra la luce dei lampioni che fanno da oasi nell’abisso scandisce irregolare (nè sai dire dove SIA l’irregolarità, in te o in loro) il tempo, quadretta uno spazio che ormai lo sappiamo, non esiste finchè non vi giustapponiamo una rete, un filtro, nemmeno fosse la sigaretta che ci fuma. Dove finisce quella luce, quel buio? Esiste o no Buio o Luce, che siano perfetti in sè stessi?













































































































































































































































Ho ancora l’odore dei tuoi vestiti addosso.

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