Sole battente e una spiaggia affollata. All’improvviso, un urlo. Due bambini in balia della corrente rischiano di annegare. Due uomini se ne accorgono. Non hanno bisogno di parlarsi: si lanciano un’occhiata di intesa e si buttano in acqua. Sfidano la corrente per portare in salvo i due ragazzini, e alla fine ci riescono.
Sembra il copione di una ben nota serie televisiva, con tanto di corse sulla sabbia al rallentatore e tragedia sfiorata. Sudore, eroismo e un pizzico di incoscienza. Bello; bello davvero. Peccato, però. Peccato che qualcuno abbia deciso di improvvisare sul copione. Peccato che i genitori dei due bambini, invece di abbracciare e ringraziare il soccorritore – come richiederebbe la prassi al miele del piccolo schermo – se ne vadano senza dire niente o senza curarsi di chi i loro figli aveva salvato. Peccato che uno dei due coraggiosi sia morto nel tentativo di salvataggio. Peccato. Peccato che i due eroi siano due extracomunitari: un marocchino e un serbo bosniaco.

Particolari maledettamente anti-audience, accidenti. O forse no, visto che la vicenda di Dragan Cigan (foto), il serbo-bosniaco morto due giorni fa tra le acque del fiume Piave per salvare due ragazzini di Roncade, ha (giustamente) commosso milioni di persone in Italia. Sembrerebbe una vera tragedia utile – se mai ne è esistita una -: ci ha fatto riflettere sulla nostra predisposizione latente al razzismo, sui nostri pregiudizi sulle persone provenienti da paesi poveri: capaci anche loro – e forse di più di noi – di compiere atti umani splendidi.
Un’intera nazione si è dimostrata contrita, e ha voluto profondamente ringraziare Dragan: mandando aiuti finanziari a sua moglie e alle sue figlie in Serbia, commemorandolo in molte cerimonie pubbliche, addirittura –forse – intitolando il lungomare in cui è morto a suo nome. Si spera così di seppellire la vergogna della discriminazione. Operazione riuscita? Sì, anzi no. Perché se da una parte si è salvata la faccia dalla discriminazione razziale, dall’altra si è caduti nella discriminazione della morte.
Sembra non se ne ricordi più nessuno ma in acqua, quel giorno, si era tuffato anche H.R., marocchino. Anche lui ha rischiato la vita, anche lui ha salvato i due bambini. Unica differenza con Dragan: ha avuto la malaccorta idea di sopravvivere. Per lui dunque nessun ringraziamento ufficiale, nessuna lettera spedita ai giornali. Neanche un riconoscimento pubblico, dato che il suo nome rimane sempre quello: H.R., sigla che sa di croce dell’eroe che ha pensato male di portare a casa la pellaccia.
Caro H.R., grazie mille, ma nessuna targa col tuo nome su un lungo mare. Così impari ad andare troppo fuori copione.
