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2) ...Trovare il semaforo verde alla Stanga
3) Svegliarsi con la convinzione che sia ora di alzarsi, guardare la sveglia ed accorgersi che invece mancano due ore...
4) la sicurezza che c'è qualcuno sempre disposto a ascoltarti e crederti.
5) vedere attorno a te le persone a cui vuoi bene che ti guardano con ammirazione... e sapere di aver fatto tutto quello che potevi per meritartela





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Monday, July 30, 2007 - ore 16:43


Holy mish-mash #2
(categoria: " Vita Quotidiana ")


(Diario sparso e caotico di un viaggio in Terra Santa, con vari e incidentali annessi e connessi)

Giovedì 21 giugno (2/8): da Milano a Tel Aviv

Sono completamente sveglio e lucido al primo squillo della sveglia. La cosa mi sorprende sempre un po’ quando, come oggi, ho dormito soltanto due ore e mi sono pure addormentato abbastanza avanti sulla strada dell’etilismo. Il mio ospite non si gira nemmeno nel letto. Speriamo che si svegli, l’ultima volta che abbiamo passato una serata assieme ha fatto tardi al lavoro.

Zompo sul taxi, passo a recuperare il capo al suo albergo (ovviamente era sveglio e scalpitante da chissà quando, per fortuna sono puntualissimo) e ce ne andiamo a Cadorna. Vado io a fare il biglietto per entrambi e becco una bigliettaia il cui modo è così affabile che, al confronto, Lucy dei Peanuts sembra Lucia Mondella. Se è così già alle sei del mattino, mi chiedo, che cosa diventerà prima di fine turno? Probabilmente a metà mattina fa uno spuntino sgranocchiando le braccia di un lattante. Il capo sta già fumando una sigaretta (e scommetto che non è nemmeno la prima, oggi). Per me è ancora troppo presto, aspettiamo di arrivare all’aeroporto.

Scendiamo dal treno e il capo insiste per fumare una sigaretta prima del check-in. Sia, tanto siamo in anticipo mostruoso. Ci incontriamo con due colleghi di Torino con in quali ci si fa simpatia da sempre: facciamo due chiacchiere e ci mettiamo in coda assieme. Riarrangiando la divisione dei bagagli mi accorgo che il mio amico ospite ha dimenticato i suoi sigari nel mio zainetto. Vabbeh, glieli restituirò al matrimonio.

Dico, non ci faranno mica viaggiare in MD80, vero? Vabbeh Alitalia, ho capito, ma almeno per i viaggi intercontinentali avranno ben la decenza di usare, che so, un Airbus, no? L’argomento salta fuori più volte mentre ciondoliamo per l’aeroporto con gli amici torinesi in attesa dell’imbarco (e il capo se ne va periodicamente in bagno a farsi un’altra sigaretta). Così, quando saliamo sul pullman, scrutiamo le piste cercando di capire verso quale aereo ci stanno portando. Ci dirigiamo verso una zona piena di MD80. Poi ci fermiamo di fianco a uno dei due Airbus e tiriamo tutti un sospiro di sollievo. A bordo, signori, si parte. E’ solo mentre sorvoliamo la Grecia (più o meno) che finalmente mi rendo conto di che cosa ho dimenticato di portare: le ciabatte da mare. E vabbeh, le comprerò lì. Se avremo tempo per fare un salto in spiaggia, beninteso.

Atterriamo e cominciamo la trafila di controlli israeliani (passaporto, bigliettino da consegnare al poliziotto quattro metri più avanti, poi altro controllo con altro bigliettino...). Già mi sto rompendo i coglioni, ma mi sembrerebbe un giro in giostra se sapessi che cosa mi aspetta al ritorno. Nonostante il percorso a ostacoli, il capo trova il modo di imboscarsi un altro paio di volte. Ma quanto cazzo fuma, quell’uomo?

Usciamo con i bagagli e, prima di prendere il taxi, ci facciamo una sigaretta (stavolta mi unisco anche io e il capo si dichiara stupito del fatto che io abbia resistito così tanto senza fumare). Apro lo zaino per mettermi gli occhiali da sole e vedo che la custodia è vuota. Un momento di riflessione e capisco di averli lasciati al bar dove ci siamo trovati a giocare a Risiko l’ultima volta. Sono proprio pampe. Ci mettiamo d’accordo e prendiamo un taxi collettivo a tariffa concordata. Via, alla volta di Tel Aviv.

La prima impressione è quella di una città che vorrebbe tanto essere una media città statunitense ma incontra qualche serio ostacolo tentando di diventarlo.


I grattacieli e il traffico sono quelli giusti, ma la gente che si incrocia per la strada (dagli ebrei ortodossi, con i loro immancabili vestiti neri nei quaranta gradi all’ombra della candela pomeridiana, ai musulmani con le loro tuniche e turbanti) tradisce un ambiente diverso. Mi colpiscono i cartelli stradali, rigorosamente trilingue: inglese, ebraico e arabo.

L’albergo (il Renaissance Marriott) non è niente male, proprio sulla spiaggia.


Sono troppo stanco per pensare di comprare le ciabatte e farmi una nuotata; facciamo piuttosto due passi sul lungomare. Il capo prende un gelato, io una birra israeliana (non male, peraltro). Facciamo una fatica bestia a capirci in inglese: altro elemento da cui si rafforza l’impressione che la strada per diventare una città US-like sia un po’ tormentata. Ceniamo al ristorante dell’albergo: il rapporto qualità-prezzo è nettamente sbilanciato verso il secondo. Ma poco male, siamo troppo stanchi per farcene un problema.

Finisco Eragon e tento di prendere sonno più o meno alle dieci ora locale (le nove, in Italia): il fuoristrada che ci porterà in Terra Santa passa a prenderci alle sette domani, quindi la sveglia deve essere alle sei e mezza, cioè le cinque e mezza nel tempo medio dell’Europa centrale. Questa cosa della sveglia alle cinque e mezza comincia a sembrarmi una specie di nemesi. Ma vabbeh, come sempre ne varrà la pena. A domani.

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