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.. senza dimenticare Grace Papaia.


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Come un’adolescente in crisi di identità.



so anche essere così sportychic o trendychic, come dice la mia consulente d’immagine...



e poi sciatta, soprattutto sciatta... E maldestra, e mi macchio sempre...



... oppure faccio porcherie come questa...



... o quest’altra...



Diciamo che non ho una mia identità. Ma ho una mia moda..



ORA VORREI TANTO...




STO STUDIANDO...

Un modo per limitare il mio pericoloso autolesionismo

OGGI IL MIO UMORE E'...

Arranco... ma con stile.


ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







PARANOIE


1) Dimenticare

MERAVIGLIE


1) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...



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Sunday, August 26, 2007 - ore 15:31


Maldestrismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Negli ultimi anni ho realizzato che una percentuale consistente della mia sfiga non è dovuta a fattori esterni, ma a cause naturali. Cause genetiche, cause caratteriali, fisiche, psichiche e motorie.
Oltre alle varie gaffe che mi procurano sensi di colpa, imbarazzo, tachicardia ed eccessi d’ansia, oltre ad aver sviluppato una particolare propensione alla figura di merda di cui ho ampiamente esposto i risultati e le implicazioni sociologiche, sono nota per la mia certosina maldestrezza. Riesco dove altri falliscono, ossia nel procurarmi ferite e macchie di dimensioni apocalittiche, e fallisco dove chiunque altro riesce a mantenere intatta la dignità.

Ho per troppi anni sottovalutato il mio personalissimo bagaglio di movimenti scoordinati, è giunto il momento di fare qualcosa. Voglio fare un corso di sopravvivenza, per il bene mio e di chi mi sta intorno. Il mio povero amore è stanco di essere ferito, calciato, sporcato, colpito, dimenticato. Devo adoperarmi per un miglioramento sensibile, devo farlo per la mia sopravvivenza e per mantenere rapporti interpersonali che andrebbero altrimenti sacrificati.

L’altro giorno, ingorda e ancora assonnata, mi sono avvicinata alla dispensa per prendere altri biscotti da colazione, non ero soddisfatta di quelli che avevo assaggiato. La mattina uso gironzolare scalza, mi fa sentire più a contatto con la natura e rinfresco i piedi dopo notti insonni a rigirarmi nel mio afoso letto mansardato. Ingorda e assonnata, dimenticando per un attimo di essere anche terribilmente maldestra, ho sbattuto violentemente con il ditone destro sull’antina della dispensa. Credo di aver provato raramente un dolore così acuto e infuocato. La mia mente partoriva bestemmie coloratissime e improperi di varia provenienza religiosa. Il dolore si è poi velocemente tramutato in sorda umiliazione quando ho notato il sangue che copioso scendeva lungo le dita del mio piede.
Sorda anche ai consigli di un partner studente in medicina, sprezzante del pericolo e noncurante delle conseguenze che potevano manifestarsi, non mi sono disinfettata e ho peggiorato la situazione con un’infezione degna di un guinnes. Quel pomeriggio pioveva a dirotto, e io non riuscivo a indossare scarpe chiuse, così mi sono dovuta addentrare nel diluvio universale con infradito fucsia e un vistoso cerotto protettivo. L’umiliazione si è moltiplicata la sera successiva, ad un compleanno, quando nel culmine della mia eleganza bon ton ho sfoggiato un delizioso cerotto sull’alluce.

Zimbello di me stessa.

Sarebbe niente se la cosa finisse qui. Invece no, perché pur conoscendomi, pur sapendo che posso sfidare i limiti del possibile, dell’ignoto e del noto, non riesco ad oppormi agli eventi. La mattina successiva al compleanno, assonnata ma fortunatamente non ingorda, pedalo beata per tornare a casa dal centro. Mi fermo a un attraversamento pedonale per attendere il mio turno quando una macchina condotta da un ragazzo decisamente carino inchioda per farmi passare. Non me l’aspettavo, e il mio cervello quella mattina recepiva i segnali con una lentezza esasperante. Così, colta da un raptus di ira sportiva, ho caricato il già martoriato piede destro sul pedale per una repentina partenza. I miei sandali bianchi erano l’ideale per un alluce in decomposizione, ma quella suola liscia non era l’ideale per una scivolata sul pedale. Che si è inserito su quella curvatura che introduce la pianta del piede, quel dosso interno così delicato e morbido.
Bene, ho scorticato una porzione di pelle grande come una moneta da 1 euro. L’umiliazione è triplicata quando a pochi centimetri da quell’orribile cerotto sull’unghia ho notato altro sangue che scendeva copioso lungo il mio piede.

Se mi incontrassi per strada farei finta di non conoscermi, cercherei di starmi alla larga. Invece non posso, perché mi seguo come un’ombra.

Sono una cicatrice vivente.
E la cosa si va sempre più esasperando. Sarò completamente ricoperta di cicatrici dalla fronte alle piante dei piedi nel giro di un decennio.


Non c’è due senza tre, dice il saggio.
Scusate il volgarismo, ma mi sto cagando sotto dalla paura.




Su pressante richiesta (non è vero) giustappongo una foto del mio piede martoriato, ma per motivi di sicurezza nazionale ho coperto le ferite con dei cerotti, che sono indicati dalle frecce...



Sì, ho un alluce enorme.
No, me li ha portati la Cris in dono dall’Irlanda.


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