Mia mamma Ivette è una donna meravigliosa nella sua delicatezza. Coraggiosa nelle sue scelte. Robusta nelle tristezze. Ma alla fine, davanti alla televisione, domenica è scoppiata a piangere. Sente la storia di don Sante e, da donna semplice, fa due conti. I figli sono due: uno è prete (tra l’altro penserà: “ma perché non sta zitto come tutti?”), all’altro manca poco. Penso che il sonno sarà sempre turbolento nella sua vita. Comunque, cara mamma, non sarà la fine! Nella Scrittura Sacra il momento di maggior oscurità è sempre germe di splendide aurore.
Riflettendo sul perché gli uomini siano così portati alla superficialità delle cose, completamente dimentichi di ciò che davvero conta, Kierkegaard porta questo esempio: “E’ come se su una nave ci fosse un solo megafono di cui si fosse impossessato il garzone di cucina, con il consenso di tutti”, è come se su quella nave non sia più la rotta ad interessare davvero, ma che tempo fa e che cosa si mangerà di lì a poco. Della meta, del viaggio, degli eventuali pericoli, di quello che ha da dire il capitano non importa un fico secco a nessuno, tanto che “alla fine fu il garzone di cucina ad impossessarsi del comando della nave, perché aveva il megafono”. In questi giorni qualcuno sta usando megafoni potentissimi per distrarre e sradicare, per dire a tutti: “Mangiamo e beviamo perché domani moriremo” (1 Cor 15,32).
Caro/a ragazzo/a, mi rivolgo a te stasera perché so che tu la porta in faccia non me la sbatti di certo. E nemmeno mi parli con borghese e raffinata formalità. Ho voluto scriverti per farti intraprendere un viaggio: un’esplorazione dentro il mio sacerdozio, questo patrimonio tremendo e affascinante con il quale mi son presentato da te 1000 giorni fa. Immagino che anche tu, in questi giorni, viva in uno stato di confusione. Forse leggendo i giornali, ascoltando la televisione o raccogliendo chiacchiere da bar la vergogna prende il sopravvento sulla fiducia. Immagino che anche tu abbia speso qualche frammento di tempo per pensare al tuo prete. Mi piacerebbe tu ti fossi ricordato anche di me in questi giorni. Per questo ti voglio raccontare del mistero che mi porto dentro, di questo Dio gelosissimo nei miei confronti, di quest’avventura di fede, amore e delicatezza con la quale Dio mi sta lentamente addomesticando.
Don Marco è prete! E’ meraviglioso! Di più: è sublime. Meglio ancora: è un’emozione che anticipa l’eternità. Sono uno strumento nelle mani di un Dio teso a confondere la forza del mondo con la mia debolezza. Sono prete! Se ci penso sento la vertigine, una sana inquietudine mi lacera, mi ingigantisce, mi fa sentire nano, mi fa rabbrividire, esplodere, innamorarmi e stupirmi. Prete per gridare una Storia Sacra nascosta nel mistero: un Dio che annuncia senza contraccettivi la nudità della vita e della morte, l’incanto e il sapore di cenere, l’altezza e la bassezza di cui è capace l’uomo! Che sfida (non sfiga!) essere preti oggi: creati il Giovedì Santo, mai come oggi siamo una sorprendente stonatura. La castità, la solitudine, lo scherno e l’indifferenza di una società che sembra non aver più posto per noi: bella la parte che ci siamo scelti! Prete: debitore del mio Seminario. Sono entrato bambino, ho vissuto la mia adolescenza e la mia giovinezza, i miei dubbi e le mie crisi di fede, i miei sentimenti e le mie passioni, mi sono innamorato, ho pianto, ho gioito…mi son formato come uomo. Hai ragione: qualcuno in Seminario bara, vive un effetto tunnel (anch’io c’avevo tentato), inganna superiori, educatori e docenti senz’accorgersi che si sta ingannando. Per buona sorte mi son imbattuto in un Rettore che mi ha insegnato a diventare uomo “di terra e di cielo”. Che mi ha smantellato, che mi ha fatto capire che è meglio avere dubbi che false certezze, dal quale ho appreso l’arte sottile d’essere prete-uomo. Con fatica atroce perché uomo dalla dure cervice io sono! Vedi: nel cammino verso la Verità…tanti gli strumenti forniti! Con la libertà di usarli o lasciarli impolverare. Ma poi rimane la battuta dell’amico
Beppe Grillo:
“Montagna assassina o alpinista pirla?”. Parafrasiamo: “Seminario assassino o seminarista pirla?”
- Don Marco è un uomo! Che a volte, la sera, si sente solo, triste, sfiduciato. Dove bussare? Tu non sai l’emozione di avvertire qualcuno/a che mi dice:
“Ti voglio bene, don Marco!”, che mi regala un abbraccio, una carezza. Che mi apre la porta di casa sua. Che abbevera la mia umanità! All’inizio del mio viaggio di prete ho giurato al mio Vescovo povertà (non miseria), obbedienza (non servilismo), castità (non castrazione)! La sessualità è un mistero troppo grande: non la rifiuto. Rinuncio a praticarla per amore di un Dio immenso! Ma serbo geloso il mondo di sentimenti e di emozioni, di stupore e di meraviglia, di brividi e passioni che Dio m’ha dato! A voi ragazzi non ho mai nascosto la meraviglia altissima e la fatica sudata della verginità: perché voglio che mi aiutiate, che non mi sentiate un eroe senza affetti, arido d’umanità. Stasera andrò a letto e come ogni sera guarderò – al pari di
Marcellino pane e vino - il mio Cristo aggiungendo un altro giorno di fedeltà. Domani sarò prete? Non so! Dovrò conquistarlo a denti stretti. Non posso assicurarlo perché, per fortuna, non mi sono abituato ad essere prete:
“l’abitudine è una morte a rate” - ammoniva
Charles Peguy -. E Dio m’aiuta in modo geniale.
“God bless you”, mi disse una delle suore di Madre Teresa a Bujumbura, in quei metri di terra dove la vita guardava in faccia la morte!
“Dio ti benedica” – mi ripeteva sempre mia nonna ogni volta che ripartivo -. E Dio mi benedice: sono fortunatissimo, me lo sto ripetendo in questi giorni di valigie e partenze, di rabbioso nervosismo e dovuta riconoscenza. Sfacciatamente benedetto perché guardo il volto delle tante ragazze che Dio m’ha fatte compagne nel cammino e penso a quante volte i loro occhi mi guardano, ma mi lasciano libero. Quante volte le loro mani mi abbracciano, ma non mi trattengono. Quante volte il loro amore mi avvolge, ma non mi chiude. Questa per me è la tenerezza di un Dio che mi stringe la mano. Chiedendomi fiducia assoluta.
- Don Marco vive dentro una Chiesa! Celibe. L’Assoluto non accetta d’essere relativo a nessuno! Sbaglia? Liberi di pensare. Ma quando diveniamo preti scegliamo noi di entrarci come ministri. Io non posso ingannare il mio vescovo, tradire la mia gente, vivere una doppia vita! Il mondo è già pieno di “funamboli”: ci vuole onestà per essere credibili! E la Chiesa non può insabbiare queste storie: devono venire a galla, vanno spiegate alla gente, va mostrata la fatica di essere preti fedeli oggi! La gente vuole bene al prete: lo cerca, lo incoraggia, lo ama!
K. Hosseini, nel suo romanzo
Il cacciatore di aquiloni, afferma:
“Meglio essere feriti dalla verità che consolati da una menzogna”. Perché ancora oggi i giovani hanno le lacrime agli occhi sulla tomba di quel vecchio prete polacco lasciando confusi i parroci, i genitori, gli insegnanti, i cinici? E sì che quel guerriero di Dio sparava alto, non conosceva la stanchezza, la mediocrità, la pesantezza. Ci ha fatti piangere parlandoci di Dio! Te lo dico con sincerità: che fatica essere sacerdoti di Cristo oggi! Ma che brividi sentirti accompagnato da un Dio spettacolare. Esige di essere Assoluto ma non fa sentire nemmeno te relativo a nessuno: ti sazia con la sua presenza!
Scrive
Francesco Guidolin, uno dei pezzi da novanta del calcio italiano di provincia:
“Non voglio insegnare la vita a nessuno e non pretendo di cambiare il mondo, ma di sicuro un certo mondo non cambierà me”.
Un certo modo di fare il prete, cara mamma, non mi distoglierà da Lui.
Perché, come insinua qualcuno in parrocchia, io voglio far carriera nella vita: voglio diventare un prete santo!