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Wednesday, September 05, 2007 - ore 18:15


Impressioni su Sicko
(categoria: " Vita Quotidiana ")


di Tomás Eloy Martínez

I drammi raccontati da Michael Moore sono atroci, e la gente li considera inevitabili
In americano parlato Sicko è un vocabolo caduto in disuso. Era formato dall’unione di due parole: sick, malato, e psycho, psicopatico.
Nelle conversazioni di cinquant’anni fa si usava per una domanda offensiva: "Are you a Sicko?", sei fuori di testa? Michael Moore ha riesumato il vecchio termine e l’ha usato come titolo del suo duro attacco al sistema sanitario degli Stati Uniti.
Chi ha visto i documentari di Moore, a cominciare dal suo straordinario Roger&Me (1989), potrebbe immaginarselo come un uomo che ha scelto un destino da emarginato simile a quello dei profeti biblici che intonavano nel deserto il loro ritornello sul male e morivano lapidati dalla collera dei grandi signori.
A Michael Moore non succede nulla di simile, anche se i suoi folm mettono spietatamente a nudo la crudeltà delle grandi aziende. Nel 2002 Bowling for Columbine – una feroce denuncia del fascino esercitato dalle armi sugli statunitensi – ha vinto l’Oscar. Due anni dopo, Fahrenheit 9/11 ha ottenuto una nomination all’Oscar e la Palma d’oro al Festival di Cannes.
Gli spettatori vanno in delirio quando Moore mostra le bugie dell’amministrazione Bush per giustificare l’invasione dell’Iraq e svela i legami tra la famiglia del presidente e quella di Osama bin Laden. Moore è un critico instancabile del sistema, ma il sistema lo tollera e lo premia. È un provocatore, come i buffoni di corte. Può cantare tutte le verità che vuole, senza che la corruzione e l’ingiustizia arretrino di un centimetro.
Sicko dovrebbe documentare una serie di tragedie, ma gli spot pubblicitari con cui cerca di attirare lo spettatore sono troppo frivoli: "Brutalmente divertente", "Riderete fino a sentirvi male", "Forse vi farà un po’ male". I drammi che racconta Moore sono atroci, ed è proprio per questo che la gente li considera inevitabili.
In Sicko, per esempio, si racconta la storia di Donna e del suo bambino di pochi mesi che si sveglia in piena notte con 41 di febbre. Con il figlio in braccio, la ragazza corre al pronto soccorso più vicino. Lì non l’accettano perché la sua compagnia assicurativa le ha assegnato un altro ospedale.
Mentre cercano di capire di quale ospedale si tratta e chiedono l’autorizzazione per ricoverarlo, la febbre sale. La madre supplica che suo figlio sia curato. Tra le convulsioni, il bambino muore. Moore accumula in Sicko statistiche spaventose: 50 milioni di statunitensi vivono senza un’assicurazione sanitaria. Nove milioni sono bambini.
C’è chi non ha un lavoro e si paga l’assicurazione da solo. In quel caso, la spesa di una famiglia media senza malattie pregresse si aggira sui 26mila dollari all’anno. E spesso bisogna pagare a parte le medicine e quando ci si rivolge a un dottore che non è sulle liste dell’assicurazione si ottiene solo un rimborso parziale, dopo discussioni interminabili.
Sicko diventa una denuncia vera e propria quando paragona il sistema sanitario statunitense a quello canadese e a quello britannico, che sono universali e gratuiti. In un ospedale di Londra, Moore domanda a un paziente statunitense quanto ha pagato per il ricovero. "Niente", gli risponde l’uomo. "Niente?", insiste. "Niente. Qui non siamo negli Stati Uniti".
Non spiega però che i pazienti di quei paesi spesso aspettano mesi prima di poter fare una visita da un medico. Una donna attraversa la frontiera con il Canada, dove la curano gratuitamente. Moore allora commenta: "Siamo americani. Quando abbiamo bisogno di qualcosa, andiamo in un altro paese".
Il linguaggio del documentario è indubbiamente demagogico, ma anche efficace. Nell’ultima parte del film il regista spiega che mentre alcuni degli eroi dell’11 settembre sono vittime di un sistema sanitario costoso, arbitrario e lento, i nemici detenuti a Guantanamo hanno cure ospedaliere veloci e gratuite. Allora decide di andare a Cuba con i malati.
A Guantanamo li cacciano, ovviamente, ma alla fine ottengono all’Avana l’assistenza che gli è stata negata nel loro paese, in ospedali moderni con medici che parlano un inglese impeccabile. Moore non spiega le differenze tra quest’ospedale immacolato, per turisti e funzionari, e quelli a cui hanno accesso i cubani comuni.
È comunque innegabile che il sistema sanitario pubblico degli Stati Uniti sia al 37° posto nella valutazione dell’Organizzazione mondiale della sanità, ben al di sotto della Francia (primo posto), dell’Italia (secondo), della Spagna (settimo) e del Regno Unito (18°), anche se è due posti sopra a Cuba (al 39°).
Alla fine di una proiezione di Sicko nel New Jersey ho sentito un signore chiedersi a voce alta e in tono di sfida se a Cuba un film così critico verso il potere sarebbe stato distribuito. Sicuramente no. Sull’isola la sanità e l’istruzione sono garantite, ma la libertà di parola no.
La specie umana fa passi da gigante nella tecnologia e nella scienza, ma è ancora incapace di costruire società fondate sia sulla libertà sia sulla giustizia. Spesso, dove una è garantita l’altra è sacrificata. E a volte mancano entrambe.




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