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Tuesday, September 11, 2007 - ore 20:06


Messa di ringraziamento a Sacra Famiglia
(categoria: " Riflessioni ")


ULTIMA MESSA A SACRA FAMIGLIA
"Mise il suo cuore dentro le scarpe e corse più veloce del vento"

di don Marco Pozza

(monizione iniziale)
1000 giorni. Sembrano un’eternità. O forse sono stati troppo pochi. Di certo agli occhi di Dio sono come un turno di veglia nella notte. 1000 giorni in cui ho visto i germogli della primavera, i sapori dell’estate, i colori dell’autunno, i venti dell’inverno. Nella natura. Ma anche nel cuore. Giorni di fatica e di bellezza, di simpatia e d’incomprensione, d’affetto e d’inimicizia. Giorni di sole, di cuore e d’amore.
Mille giorni! I miei primi mille giorni di prete!
Sono arrivato con un pugno di cose: quelle essenziali! La mia Bibbia, 24 anni di storia, un carattere caparbio, esigentissimo e appassionato. Ri-parto con un pugno di cose. Quelle essenziali: la mia Bibbia, 27 anni di storia, un carattere caparbio, esigentissimo e appassionato.
Carissimi ragazzi, mi rivolgo a voi che siete stati la mia piccola famiglia: pregate per me. Mettete nelle mani di Dio la storia di questo debole uomo che nutre un sogno gigantesco: diventare santo!
Mi metto nelle vostre mani perché io sono testimone di cosa è stato capace di comporre Dio quando voi vi siete messi in ginocchio. Pregate per me, io pregherò per voi. Immaginate l’emozione, nell’eternità, quando magari scopriremo che un gruppo di amici festeggia una vittoria sudata: la santità!
Una santità esigente: perchè ora c’invita a chiedere perdono a di tutte le nostre mancanze. Nei confronti di Dio, degli altri, di noi stessi.



Allacciarsi i sandali e ri-partire! Hanno camminato i miei antenati, i miei nonni, i miei padri. E’ un’arte che fin da bambino ho appreso dalla mia gente di montagna: gente dalla scorza dura, dal cuore generoso, dall’intelligenza vivace. Camminare! Nella Scrittura Sacra è un ordine, una promessa, un comando dettato da legge divina. Camminare per avanzare. Camminare per scendere dentro. Camminare per innalzarsi.
Camminare: direzione obbligatoria per non inciampare nella palude della mediocrità, per non vivere di amarcord, per annusare profumi di sentieri inesplorati.
Anch’io ho camminato. Son partito dal cuore di Dio, ho attraversato l’amore di una mamma e di un papà, ho fiutato il gusto di tentare strade tutte mie, ho coronato un sogno pazzesco: diventare Sacerdote di Cristo! Ho camminato, perché camminare per me è un’esigenza: nel fisico e nel cuore. Ho camminato, poi quando ho capito che il mio Allenatore sembrava contento, ho messo il cuore dentro le scarpe e ho corso più veloce del vento. Camminare e correre…per vincere la paura di giocarmi una vita da capitano. Scoperta la mia preziosità per Dio…mi son lanciato.



Da Calvene. Millenni di storia e di fatica, scorci di tradimenti e di santità, fascino di sentieri tracciati da guerre clandestine e da amori nascosti. E’ la mia terra. Rimarrà la mia terra. E’ la religione dei miei nonni, non la tradirei mai perché ho sperimentato che “le sorgenti mantengono sempre la parola” (E. Burke). All’ombra di quei cipressi un giorno riposeranno le mie spoglie mortali. Perché l’ideale dell’ostrica è per me legge di fedeltà! Da Calvene a Sacra Famiglia: il mio primo viaggio per conto di Dio. Non potevo deviare strada perché il credente sa che Dio non prevede addestramenti: esige lo sbaraglio! Una chiesa di città, una comunità di persone, un Cristo ad attendermi. Son sbarcato su un pianeta nuovo, su una città che non ho mai amato nemmeno da bambino ma che ho imparato ad abitare perché permeata anch’essa dalla presenza di Dio. Arrivato con un pugno di cose: quelle essenziali! La mia Bibbia, 24 anni di storia, un carattere caparbio, esigentissimo e appassionato.
Mandato a Sacra Famiglia con un comandamento chiaro, conseguenza inaudita del mio sacerdozio: parlare di Dio! Per me la cosa più appassionante: entrare in punta di piedi nella Scrittura Sacra mi fa provare le vertigini, mi fa rabbrividire, mi regala la pelle d’oca, mi fa sentire un nano sulla spalla di giganti. Abramo, Mosè, Aronne, Saul, Ismaele… nomi diventati familiari nella mia storia. E poi loro, le splendide donne i cui lineamenti peccaminosi e seducenti la Scrittura conserva gelosa tra le sue pieghe. Ma su tutte Lei, l’incomprensibile bellezza uscita da Nazareth, il volto di Colei che mi fa impazzire, che mi seduce, che m’intriga. Perché Lei è Lei. Perché per me Lei non è Maria di Nazareth. Lei è la Bellezza!
Lei ha fatto cose spaventose! Ha aperto bocca e il mondo s’è aggrappato al suo coraggio! Ho conosciuto molti che non pregano suo Figlio e sono innamorati di Lei, a Lei fanno di nascosto propositi grotteschi e disperati. Ho intravisto sul collo di prostitute e di furfanti la medaglia con la sua immagine, sulla pelle di bestemmiatori da trivio tatuata la sua figura a mani giunte. Ho udito milioni di volte il suo nome sulla bocca di tutti gli uomini e di tutte le donne che conosco: per ira, per stizza, per sorpresa, per una buona o cattiva notizia, per uno che cadeva e poteva essersi fatto male, per una morte o per un nonnulla. Sempre e solo il suo nome, Maria!



In braccio a questa donna bellissima, mi sono imbattuto in una comunità di ragazzi e di ragazze: è stato il mio piccolo gregge, croce e delizia di ogni mio pensiero. Con loro ho condiviso la bellezza d’essere giovane, l’entusiasmo della spensieratezza, la voglia di rovesciare il mondo, il gusto dell’avventura. Insieme abbiamo ascoltato i passi di Dio, li abbiamo interpretati, ne abbiamo raccolto – come i mangiatori d’olive – il nocciòlo nascosto in loro. Stefano e Francesca, i miei angeli, mi hanno vestito di luce, Flavia e Carolina mi hanno mostrato il confine delle parole, Laura e Margherita mi hanno svelato la geografia dell’affetto disinteressato e appassionato: due sorelline oneste, trasparenti e affettuose. A questi ragazzi ho parlato di Dio. Perché le loro storie mi hanno parlato di Dio. Perché Dio ci ha raccolti per parlarci di Lui.



Ho camminato in una comunità di adulti che ha sopportato il mio modo d’essere prete, che mi ha criticato, forse anche apprezzato, che in momenti faticosi mi ha lasciato tremendamente solo e mi ha fatto vivere l’esperienza del deserto. Che non ha voluto intuire che “scorrette sono solo le parole inutili e false” – come scrisse don Milani per difendersi da chi lo accusava di far uso di parolacce -. Ma son certo che Dio, accarezzando il mio cuore, saprà tradurmi questi passaggi arditi in musica per l’anima. Sopportato perché convinto d’essere al capolinea: il cristianesimo dell’abitudine sta crepando e sta nascendo il cristianesimo dell’innamoramento. Sposo le parole di un allenatore di calcio, uno dei pezzi da novanta del calcio italiano di provincia: “Non voglio insegnare la vita a nessuno e non pretendo di cambiare il mondo, ma di sicuro un certo mondo non cambierà me”(F. Guidolin).
Per contrasto mi sono innamorato di volti adulti che, invece, mi hanno sostenuto, che hanno condiviso con me un sogno, che mi hanno regalato tempo, disponibilità e manovalanza. Tanta manovalanza. Dietro certi occhi lucidi, dietro tante mani sporche, i lineamenti nascosti di un Dio eccezionale nel mantenere la sua promessa di fedeltà: i loro nomi (ben definiti) li custodirò come sigillo di un’amicizia senza tempo. Volti che mi hanno sempre voluto semplicemente bene.
E io non mi fermerò perché so che “Cristo è risorto!”: mettiamocelo in testa! E se Cristo è risorto, la messa è resurrezione! Musica e danze, colori e suoni, lacrime e urla, commozione e dolore. La messa deve essere vita. Deve dirti brutalmente e senza contraccettivi la nuda verità della vita e della morte, l’eros e la violenza, l’incanto e il sapore di cenere, l’altezza cui possono arrivare gli uomini salendo al di sopra di se stessi fino a scorgere un Dio che li trascende, li sorregge o li annienta. E la bassezza cui quegli stessi uomini possono giungere. La messa: sublimità eccelsa del mio sacerdozio!



Ho incontrato un prete-papà tutto speciale: Don Attilio Mazzola. Mai pentito d’aver consegnato a quest’uomo (che per me è stato un padre autorevole e non autoritario) la mia storia di bambino, i miei sogni di prete, la mia voglia di tentare il nuovo, la mia passione per l’uomo, la mia voglia pazza e sconsiderata di rischiare. Nelle centinaia di telefonate, nei molti incontri, nelle sue visite ai miei ragazzi non ho mai sentito puzza di gelosia, malizia nelle battute. Le orecchie me le ha tirate tante volte ma la mia storia di prete l’ha accarezzata di più. I no che mi ha detto son stati tanti ma le vittorie che abbiamo condiviso son state molte di più. Mi ha sempre chiesto diplomazia: non son riuscito a ripagarlo. Eppure m’ha dimostrato che il tentativo è apprezzabile più del risultato. Lo stesso potrei dire di don Sandro Panizzolo, il Rettore che mi ha formato – forgiato - rinforzato. E dietro di loro, il volto di un Vescovo, il mio Vescovo, che dovrò sempre ringraziare per la vicinanza, l’affetto e la simpatia riservatami. Non ho mai nutrito l’esigenza di “sparare” contro la mia chiesa o i suoi rappresentanti: non lo farò mai perché essa rimane pur sempre un sentiero tracciato per contemplare il volto splendido di quel Dio che sin da bambino m’ha conquistato il cuore.



Continuerò a camminare, come ho sempre fatto. Montando sulle ali di un carattere spettacolare e micidiale, appassionato e irruento, affettuoso e scontroso, incapace di scendere a compromessi. Un carattere che mi ha procurato, mi procura e mi procurerà incomprensioni, dis-affezioni, nervosismo. Un carattere il cui prezzo volentieri pago perché fonte di una grinta spaventosa e incandescente. E’ il carattere che Dio ha stretto attorno alla mia povera storia di uomo.
Per camminare: comandamento sceso direttamente dalle pagine del Primo Testamento. E come fai a non camminare se a chiedertelo è un Dio così immensamente tenero e delicato? Camminerò sempre. Di più. Lascerò ancora il cuore dentro alle scarpe e correrò. Correrò finchè i muscoli me lo permetteranno, risalirò la corrente, incontrerò volti nuovi e stringerò mani inaspettate. Camminerò, perché è camminando che s’apre il cammino. Camminerò perché in tanti hanno camminato prima di me.
Ma camminerò perché dovrò raccontare tutte le cose belle che vedo. Prima di tutto nella mia vita. Si, perché io vedo nella mia vita, pur nella povertà di una testa che non capisce un tubo, un numero grande di delicatezze di Dio, vedo delle cose troppo belle, per cui faccio degli applausi al Signore che se uno mi vede dice che sono matto. Quando ho scoperto che Cristo è vivo, che io gli sto a cuore e che mi vuol bene fino ad incollarsi su una croce, ho detto: “Questo o è pazzo o non si può buttare via senza prima avergli dato un’occhiata!”. Quando ho visto che non te le manda a dire le cose, ma che è libero, che dice pane al pane e vino al vino, che dice: “Vieni dietro a me, starai bene”, ho detto: “Basta, me ne frego di tutto e sto solo con Lui”. Bestemmiarlo? Cancellato. Anzi: mi viene voglia di stare nel difficile, nell’impossibile. Una volta pensavo: “Sta’ gente che segue Cristo, tutta gente senza palle”. Invece ho scoperto che le hanno. E buone. Che fegato ci vuole a stare con Cristo. Ingannare? Darla a intendere? Fingere? Doppia vita? Maschere? Che schifezza… Quando vedi che quelli, pur di apparire, vendono tutto, che per far carriera vanno a letto con il primo che passa, ti prende una pena che vorresti gridare: “Stai con Cristo! Metti Cristo nel cuore! E ti scrollerai di dosso tutte queste porcherie”.



Camminare per insegnare a camminare! E camminando le chiacchiere non servono. Nella Scrittura Sacra le chiacchiere dovresti spiegarle… le parole, invece, calano nell’anima come la neve s’addentra nelle viscere della terra. Come i segmenti di papiro che narrano eventi di una storia sacra: “Ascolta Israele – dice Dio - … Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai” (Dt 6,5-7).
Da Calvene a Sacra Famiglia. E ora si ri-parte. Per l’ennesima volta. E saranno ancora colori avventurosi, spazi nuovi, occasioni di vita, pagine di quel ”quinto vangelo” che anch’io, come battezzato, ho il dovere di comporre. Storia sacra!
Scrisse don Lorenzo Milani, priore di Barbiana: “Io al mio popolo gli ho tolto la pace. Non ho seminato che contrasti, discussioni, contrapposti schieramenti di pensiero. Ho sempre affrontato le anime e le situazioni con la durezza che s’addice al maestro. Non ho avuto né educazione, né riguardo, né tatto. Mi sono attirato contro un mucchio d’odio, ma non si può negare che tutto questo ha elevato il livello degli argomenti di conversazione e di passione del popolo” (L. MILANI, Esperienze Pastorali, LEF, Firenze 1958, p. 146).

Camminare per inventare.
Inventare: esatto contrario di fotocopiare.
Camminare per non fotocopiare!


RINGRAZIAMENTI
"A chi mi ha supportato, a chi mi ha sopportato dico: Grazie!"

Dietro un grande uomo c’è sempre nascosta una grande donna. Anche il prete è uomo. Conclusione: dietro un grande prete c’è sempre una grande donna. Lo insegna la storia. Anche don Marco nasconde geloso il volto di una donna: bellissima, seducente, innamorata, capace di tutto pur di difendere il suo tesoro. Poco prima di diventare prete il Signore me l’ha rubata, l’ha voluta vicino a Se’, perché da Lassù provi le vertigini a guardare il mondo. E lei era l’unica che potesse vantare questo privilegio. Perché è l’unica che serba tra le mani una storia completa, ubriaca di sorrisi e di fatiche, di vittorie e insuccessi, di gioia e malinconia… la storia di quel bambino che da sempre custodisce gelosa e orgogliosa nel suo cuore di donna, di sposa, di madre. Questa settimana l’aspettavo, perché è da quando son nato che mi ha viziato. Perché ogni volta che m’avvicino ad un incrocio lei è lì che mi aspetta per prendermi per mano perché non sbagli strada. L’altra notte m’ha svegliato nel sonno: una volta prendevo paura nel vederla. Adesso l’attendo con ansia. Mi ha detto solo poche parole, le parole che direbbe una donna che ti ama. La mia nonna m’ha raccomandato una sola cosa: “Ricordati, tesoro, di comportarti bene e di ringraziare prima di andare via”. Alla mia nonna non disubbidirò mai perché so Chi la manda. Poi lei… è lei: è la mia musa ispiratrice!
E allora ho fatto un piccolo viaggio, mentre la città dormiva. Ho preso una penna, dei Post-it e mi son soffermato di fronte alle porte delle case.


Ho scritto “Grazie che mi hai voluto bene” a due mamme che mi hanno fatto sedere in case che non erano mie. Due mamme, Paola e Licia, che hanno fatto di un estraneo un figlio. E dietro il loro volto di Aberto, Silvia e Laura, Enrico ed Elena: due famiglie stupende che, soprattutto in quest’anno, per me terribile e affascinante, mi hanno stretto accanto a loro come si fa con un bambino che la notte ha paura. E’ proprio vero: Dio i suoi profeti non li abbandona!
Ho scritto “Grazie che mi hai voluto bene” sulla porta di casa vostra, splendidi e amati ragazzi. Grazie per aver accettato la mia sfida: parlare di Dio notte e giorno! Grazie per esservi fidati, per avermi aiutato, per aver raccolto le mie lacrime e i miei sorrisi. Grazie per non avermi mai chiesto strutture ma momenti di preghiera, occasioni di confronto, pensieri di speranza! Dopo i fatti vergognosi di questi giorni, un grazie immenso lo spendo per tutte voi, bellissime ragazze, che con affetto e tenerezza mi avete aiutato ad essere un uomo onesto, un prete credibile e trasparente. Ve l’assicuro: Dio si è servito del vostro lato femminile per addomesticare un suo ministro!
Ho scritto “Grazie che mi hai voluto bene” sulle porte di chi, a riflettori spenti, mi ha aiutato: con la manovalanza. Dietro il volto di Renato e Mariarosa… tante mani sempre all’erta. Anche solo per dipingere una carezza. Perché don Marco è un bambino che sciogli con una carezza. Con un abbraccio. Con un gesto di semplice umanità. Perché don Marco muore se lo avveleni di formalità…
Ho scritto “Grazie che mi hai voluto bene” sulla porta di tre preti a cui debbo tutto, in primis la salvaguardia del mio sogno: a don Attilio Mazzola, a don Sandro Panizzolo, al mio Vescovo. Avete ragione: sono un buono a nulla. Un buono a nulla, ma capace di tutto, perché consapevole che, quanto più ci si abbandona in Dio, tanto più si riesce a migliorare la gente che ci sta attorno.
Ho scritto “Grazie che mi hai voluto bene” sulla porta di Alessandro Marangoni (Questore di Padova) e della sua famiglia: un uomo dalla delicatezza straordinaria che non mi ha mai abbandonato un istante, quasi fossi un figlio. E dietro di lui la grande famiglia della Polizia di Stato di Padova che tante volte mi ha incoraggiato a continuare proteggendo la mia corsa. Di don Luigi Ciotti e don Fortunato di Noto: due preti strani nella cui stranezza Dio ha nascosto più di qualcosa per me. Del Sen. a vita Giulio Andreotti, personaggio-simbolo, che ha accettato per una sera di parlarmi di Dio. Di Agnese Moro e Marisa Raciti: storie di fatica filtrate da pagine di Vangelo vissute tra le mura di casa. Di quel tremendo vecchietto di nome Alfredo Bonazzi: 30 anni di galera per ri-alzarsi e camminare a testa alta. Di Claudia Koll, il lato misericordioso e intrigante della fantasia di Dio! Degli amici di Canale Italia, Rete Veneta, RaiUno, RaiDue, MTV, della redazione de Il Corriere del Veneto (in particolare di Davide D’Attino, il mio talent-scout che ha sempre raccolto con onestà il mio sogno di Chiesa), de Il Padova, de Il Giornale di Vicenza , della comunità virtuale di www.spritz.it. Porte alle quali ho bussato per tentare una chiesa che non stia sempre e solo all’ombra di un campanile.

Poi son tornato a letto perché gli occhi erano tutti bagnati. E mi ricompare lei, quella vecchia bellezza testarda e innamorata. Compare e con la sua austerità mi dice: “Finito tutto, amore?” . “Si, nonna” – m’affretto a risponderle -. Mi guarda, prende un Post-it, scrive dei nomi e mi dice: “Ascoltami: vai via a testa alta. Perdona!”. La guardo nervoso: lei mi fa quel maledetto occhiolino. Cedo, perché combattere contro di Lei è sempre stato inutile. Ri-parto e appendo un Post-it con scritto “Grazie” sulla porta dove tante sere si è riunito un Consiglio Pastorale che ha faticato troppo a supportarmi. Sulla porta di parecchie famiglie che mi hanno voltato le spalle, criticato, offeso. Mi convinco di dire grazie per avermi dimostrato che la fantasia di Dio non è mai semplice da capire perché l’abitudine è dura a morire.
Dopo dieci mesi non prendo l’ascensore per salire in camera: entro in quella casa - che avrei voluto fosse casa mia - e lascio un biglietto a don Lino, il parroco, con scritto: “Grazie, don Lino, per ognuno di questi mille giorni di sacerdozio vissuti assieme: forse un giorno impareremo anche noi a camminare”.
Sudavo, ma mi sembrava di volare. L’ho guardata sulle scale. Mi ha abbracciato fino a togliermi il respiro, mi ha fatto recitare il rosario tenendomi tra le sue braccia di madre e di sposa, mi ha parlato di Dio come ai vecchi tempi. E io mi son commosso perché come mi parla Lei di Dio è semplicemente straordinario.
Poi, scappando, mi ha detto: “Ho il treno per Roma: devo sistemare le cose prima che tu arrivi!”. Ho sorriso perché lei non cambia mai: è la donna che da bambino m’insegnò a camminare, che da ragazzo m’insegnò a pregare, che da prete m’insegna a diventare santo.
Che fantastica storia è la vita!

God bless you!
don Marco Pozza


UN REGALO PERSONALIZZATO
"Semplicemente grazie...!"



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