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lunedì 1 ottobre 2007 - ore 19:59
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(categoria: " Vita Quotidiana ")
MYANMAR, UN INDIZIO PER I MAESTRI DELL’ATEO- PENSIERO
Straordinaria rivolta popolare guidata da una religione
GABRIELLA SARTORI
Brutte notizie: giornali, telegiornali, blog, è un vero e proprio ingorgo che impacca tutto nella melma o nell’orrore. C’è la politica logorroica e demotivante, ci sono i tenebrosi delitti di famiglia (da quello di Garlasco in Lombardia a quello di Maddie in Gran Bretagna), sui quali il circo mediatico sguazza in maniera troppe volte indecente. E poi la tragedia nazionale del Myanmar, una rivolta pacifica contro la dittatura per la democrazia, ancora una volta brutalmente soffocata nel sangue. Davvero un panorama di fronte al quale è difficile salvare un po’ di ottimismo che, per un cristiano, coincide col dovere di coltivare la virtù della Speranza. Eppure, questa possibilità c’è. Basterebbe cominciare a dare alle buone notizie lo stesso risalto e impegnarsi a mantenere di esse la stessa memoria di quelle che non lo sono. Se il tema del giorno verte su tanti e tali esempi negativi forniti da istituzioni, politici e amministratori pubblici, non va dimenticato che, di amministratori, ve ne sono altri di diversa qualità morale e civica: la ricostruzione dell’Umbria, realizzata al 90 per cento a dieci anni dal disastroso terremoto, lo dimostra. E così dicasi per quella specie di miracolo italiano accaduto a Mestre dove, l’altro giorno, è stato possibile inaugurare quello che si ha ottimi motivi per definire il più bello e il più moderno ospedale d’Europa: progettato e completato in meno di quattro anni, frutto di una straordinaria sinergia fra pubblico e privato che costituisce un vero e proprio esempio da imitare, non solo nel nostro paese. Anche questa è Italia, un paese del quale non è sempre obbligatorio vergognarsi, come, leggendo certa cronaca, si potrebbe esser indotti a fare. È dell’altro giorno la decisione della Confindustria siciliana che minaccia di estromettere gli imprenditori cedevoli con la mafia. Un segno innovativo che non va passato così in fretta nel dimenticatoio.
Quanto alla tragedia che insanguina le strade del Myanmar, ne deriva certo una grande angoscia e tristezza: ma quale straordinario esempio di forza morale sta dando quel popolo! Si contano a centinaia di migliaia gli uomini e le donne che sono pacificamente scesi in piazza sfidando (e non di rado incontrando) la morte, la prigione, le percosse, le ferite, pur di ribellarsi all’ingiustizia, difendere i deboli contro i prepotenti, affermare i diritti umani più sacrosanti. Da buddista qual è, questo popolo sta cantando in maniera eroica un suo splendido inno alla libertà: una lezione che sarebbe colpevole ignorare, specie da parte di noi cristiani. È bello, poi, che in prima fila, ci siano figure femminili di così gran rilievo, quali Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace, da lunghi anni confinata agli arresti domiciliari per la sua tenace opposizione alla feroce dittatura al potere.
Non può sfuggire a nessuno, infine, che questa enorme, pacifica rivolta popolare che viene repressa nel sangue, ha il volto e le tonache di mille e mille religiosi, monache e monaci. Una rivolta popolare per il progresso umano che è promossa, voluta, guidata da una religione: così come è accaduto altre volte in questo e in altri paesi. Bisognerà farlo sapere ai maestri dell’ateo-pensiero oggi così in voga, Dawkins, Hitchens e compagni, ai tanti loro devoti allievi nostrani, così zelanti nel predicare morte alle religioni, naturali nemiche del progresso, e pertanto immancabilmente omaggiati a tutti i livelli, dalle librerie ai talk show, dai giornali alle manifestazioni culturali di piazza. Come quel signore che, in una di queste manifestazioni settembrine, si è piazzato a spiegare al popolo, come suole, che cristiano vuol dire cretino: lo ha fatto, con notevole sprezzo del ridicolo, in una piazzetta dominata da uno splendido campanile trecentesco. Uno dei mille e mille capolavori dovuti ad uno di quegli sconosciuti cretini che, nei secoli, hanno fatto le basi e l’anima della nostra cultura. E che, del progresso, come ancora ci sembra, è parte fondante.
da
"Avvenire"
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