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Thursday, October 04, 2007 - ore 21:31


ESSERE ULTRAS, ESSERLO NELLA MENTE
(categoria: " Vita Quotidiana ")






“Si parla tanto di ultras e di mentalità, ma cosa significa di preciso tutto ciò? Io non la vedo questa famigerata “mentalità ultras”, ma solo bande di giovani che vanno allo stadio per incitare la squadra, ed in molti casi per dare vita ad incidenti… Vedo tifoserie che usano lame e che saccheggiano autogrill… Altre che dicono di ripudiare la violenza gratuita e poi aggrediscono semplici passanti o spaccano macchine in sosta e vetrine… Altre ancora che lottano contro il calcio moderno per poi esultare senza ritegno per il ripescaggio della propria squadra… Infine molti capi ultras che vanno in televisione a sponsorizzarsi e che fanno soldi sulle spalle della propria tifoseria… La mentalità ultras non esiste, è solo un paravento per giustificare le proprie malefatte!”
A noi è capitato di sentirci muovere questa obiezione, che al di là del tono apocalittico è abbastanza condivisibile sotto molti aspetti. Siccome non abbiamo la pretesa di possedere il dono della verità, né di pretendere che tutti la pensino come noi, ma abbiamo la certezza che essere ULTRAS è in realtà molto più semplice di quanto sembri ascoltando le parole fumose di tanti pseudo-ultras;

DEVO DIRE LA MIA....

“Una frase bellissima dei cagliaritani era esposta in uno striscione: “ESSERE ULTRAS, ESSERLO NELLA MENTE!”. Ci ripensavo l’altra sera mentre sfogliavo un album di fotografie, ci ripensavo sfogliando la fanzine “Stile Appiani”, con il pensiero che correva ai miei ormai 17 anni di presenza sugli spalti. Ci ripensavo, e l’idea di quello striscione mi appariva come un flash, mista ai mille ricordi e mille frammenti di episodi, di risate, di facce che non sono più fra noi, gente che ha cambiato giri ed abitudini o che la vita ha allontanato dagli amici di sempre, o che (purtroppo) una vita non ce l’ha più… Vedevo quello striscione, e ripensavo alla frase che mi disse un ragazzino due-tre anni fa, uno dei tanti con cui avevo scambiato due parole (che non si negano mai a nessuno…): “Magari domenica osservami come canto, e mi saprai dire se sono valido o no come ultras…”. Risposta secca: “Ricordati bene che essere ULTRAS è un’altra cosa…”. Già…
“Essere ULTRAS è un’altra cosa…”, mi ripetevo. Quel ragazzino lo vedo ancora oggi in curva e nella vita di tutti i giorni: ormai è cresciuto, abbiamo una certa confidenza e spesso lo vedo in giro e mi fermo volentieri a parlare con lui… “I tuoi insegnamenti, per me, sono stati molto preziosi: non hai idea di quanto mi siano serviti, non solo allo stadio…”. I miei insegnamenti!?! Chi sono io per dare insegnamenti? Con quale faccia mi arrogo il diritto di “insegnare” a qualcuno ad essere ultras?
ULTRAS, bella parola… una cosa che non si può comprare e non si può imparare, una sensazione ed un modo di essere che si portano nell’animo e che prima o dopo saltano fuori… Si può imparare come muoversi in uno stadio, come “fare gruppo”, e tante altre belle cosette; ma essere ULTRAS non lo si può imparare: o lo si è o non lo si diventerà mai!
“Essere ULTRAS è un’altra cosa…”, sicuramente non posso considerare tali tanti amici, anche fraterni, che dopo pochi anni hanno mollato il colpo. Non posso considerare tale chi va allo stadio fottendosene di tutto e tutti, a cui del Padova o della curva non frega nulla ed il cui unico scopo è far casino e prendersi qualche sbronza. Non posso considerare tale chi pensa che il tifo per la squadra sia una volta alla settimana, anzi una volta ogni quindici giorni. Non posso considerare tale chi viene alle partite solo in casa; anche se magari ci mette l’anima e si danna ad incitare la squadra: sarà sempre un tifoso, col cuore, ma non un ULTRAS. Essere ultras è veramente un’altra cosa. Certo, anche lo scontro con altre tifoserie caratterizza l’ultras (forse è l’aspetto che prevale maggiormente), ma non è l’unica cosa. Anche il tifo vocale caratterizza l’ultras, ma non è l’unico aspetto… Potrei star qui a parlare per ore di cosa significhi per me essere ultras, e senza dire assolutamente niente, perchè se uno non è ultras non lo capirà mai. Per me la prima cosa in assoluto è IL PADOVA, anzi meglio ancora LA MAGLIA BIANCOSCUDATA; ed intorno a questo ruota tutto il discorso: tutta la passione che ci metto e l’impegno per mandare avanti il gruppo, le trasferte infinite e gli scontri con le altre tifoserie, i soldi ce spendo, i cori, le coreografie… Tutto ha come base di partenza LA MAGLIA, il resto vien da se… E’ una passione talmente forte che ti porta a superare tutto, scazzi in famiglia, problemi di lavoro e personali, la giustizia… Anche i risultati deludenti della squadra, che forse sono la cosa che incide di più!
Li ricordo bene i miei primi anni di stadio, la magia che sentivo quando da ragazzino mettevo piede sugli spalti del mitico Appiani, ed i capi alla transenna che tanto mi colpirono che ancora adesso (che pure sono cresciuto, e con alcuni di loro ho anche preso confidenza…) mi verrebbe da dargli del Lei quando li incontro. Ricordo le ore di lezione a scuola, le noiosissime lezioni... i libri che nascondevano il “Supertifo” appena comprato dall’edicolante… E le foto che ritagliavo ed appiccicavo nel diario scolastico… Quell’immagine degli atalantini in trasferta a Zagabria muniti di caschi nerazzurri o quell’altra dei bresciani al “Rigamonti” con le sciarpe tese e lo striscione “Non siamo tutti teppisti”, a cui la penna “sapiente” di un mio amichetto dell’epoca aveva aggiunto di fianco la frase “…solo la maggior parte!”. Lui sorrideva e non capiva, ed io ero un ragazzino che sognava, come quel ragazzino che mi chiedeva lumi sulla sua validità…… Finchè non cominciai a crescere, a seguire la squadra in svariate trasferte ed a frequentare con più o meno impegno il gruppo: avevo realizzato il mio sogno di adolescente, anche se non era proprio tutto come me lo immaginavo… Ma io andavo avanti! Serie B, Serie A, i casini la sera col Vicenza… Poi l’Euganeo e Viganò, ed il lento tracollo fino alla serie C2… Ecco, era l’estate del ’99 quando decisi di non andare più allo stadio, dopo quella maledetta partita col Lecco. Troppo grande la delusione, troppo disincantato ero ormai diventato per credere ancora agli ultras. “Essere ultras è diventato solo un gioco per bambini scemi!”, pensavo. Ormai ero grande, avevo problemi da adulto: un lavoro notturno e una vita poco (per niente!) soddisfacente, mille casini a causa di questo... Troppo, per continuare a pensare al Padova. E cos’erano poi diventati gli ultras a Padova? I quaranta scemi che ormai seguivano le partite in casa o i dieci – quindici ancor più scemi che si sobbarcavano anche le trasferte? Per me era finito tutto, con gran dolore. Sogno di bambino spezzato, con un adulto ormai (MAL) cresciuto che non poteva fare a meno di sfogliare l’album di ricordi, pensare a tutti i momenti belli vissuti e dover farsene una ragione. Io ormai il mio tempo l’avevo fatto… Ottobre ’99, quarta di campionato in serie C2, al’Euganeo arriva il modesto Sassuolo e ci torno anch’io. Non era il blasone dell’avversario, e nemmeno la curiosità di vedere la squadra: è che ero un drogato in piena crisi d’astinenza! Ero rimasto per tutta l’estate a farmi i cazzi miei, ma dopo quattro partite non ce l’avevo più fatta a rimanere fuori. Era più forte di me, ed il bello è che ne ero cosciente ma allo stesso tempo profondamente felice. Felice perché adesso ero veramente quello che sognavo di essere da ragazzino: un ULTRAS! Felice perché finalmente ero tornato nel mio habitat naturale: LO STADIO! Si, perché io allo stadio sto bene, ed è forse l’unico posto dove mi sento veramente me stesso. Io nella bolgia della curva, nei pullman delle trasferte, alle riunioni sono me stesso, e tiro fuori tutto quello che ho. E tifo per una squadra che mi ha regalato poche gioie ed un mare di delusioni; ma nulla mi ha appagato come la mia presenza domenicale sugli spalti… Nulla mi ha mai dato sensazioni più belle: né tutti i vari locali che frequento; né le donne che ho avuto; nemmeno tutte le droghe che ho usato in vita mia sono riuscite a darmi la stessa sensazione di libertà e sollievo che mi da la mia VITA DA ULTRAS! Ho capito sulla mia pelle che un ultras lo si vede nel corso degli anni e di fronte ai rovesci della vita. Ho capito che è una cosa che nasce dentro, e tutto il resto scontri, cori, coreografie…) sono solo il contorno (peraltro importantissimo) di un modo di essere. Ho capito che nessun altro potrà mai capirmi, eccezion fatta per un altro ULTRAS, anche di fede calcistica diversa…

Un saluto agli ultras di tutte le curve... di tutti i colori...

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