Fai un lavoro, t’ingegni un favore, t’inventi tenerezza. Quasi pretendi che ti si risponda con quella parolina magica che serve per gratificarti e convincere te stesso che nulla è stato vano.
Il grazie è una forma di retribuzione diversa dal danaro: per lavoro svolto non paga. Ma ap-paga. E questo è molto più. Perché siamo tutti parole vuote che cercano suoni da poter albergare. Ogni tanto davvero ci vuole, altrimenti ci si sente sfruttati. Si rimane delusi.
Fino a quando il
grazie inizia ad odorare di superficiale inutilità. Ti si dice grazie con l’unico obiettivo di prenderti per il didietro. Ti viene chiesta la luna, ma te lo si chiede
per favore. E’ un pleonasmo formale che va a farsi friggere per l’assurdità che ha voluto trasmettere. Per la presa in giro messa al fresco dentro.
Per favore: appena lo senti, quasi ti butti dall’altra parte della barricata. Ti senti obbligato a fare quello che ti è stato chiesto. Ma se ci rifletti, cambi idea: non è così che devono andare le cose.
C’è, quindi, chi lo usa come escamotage per accalappiare l’ingenuità e la troppa facilità di convincimento di chi è più debole di carattere e non fa sentire la sua voce.
Sta a noi non farci
infinocchiare e saper scindere il dovere dal favore…
L’Uomo di Nazareth questa domenica vieta di lasciarsi
infinocchiare!