All’inizio di ogni impresa umana che si rispetti, s’annida un quesito recondito: Ma chi ci finanzierà? Interrogativo semplice, preoccupazione concreta, ansia plausibile. Così per iniziare una sagra si bussa a porte “pesanti” per tradurre pubblicità in quattrini. Per costruire una squadra s’invoca la discesa in campo di grossi sponsor prima ancora dei giocatori. Per tentare un’impresa si cerca qualcuno disposto a farle da padrino. Dietro ogni manifestazione se ne sta, più o meno celata, una misteriosa mano. Più o meno convinta. Gli sponsor. Una parola che, purtroppo, sembra essere condizione necessaria anche in tante proposte di fede. Di speranza. Anche di carità.
E se non ci sono sponsor …si ritenterà un’altra volta. Quasi che la storia sia una somma di sponsor da addizionare assieme.
E anche nella Scrittura Sacra – storia che è somma e incrocio di mille storie tra loro sconosciute - per aver successo occorre rimboccarsi le maniche e cercare il placet di uno
sponsor che ne garantisca visibilità, credibilità, benessere. E’ il problema che oggi assilla il
Mosè condottiero-pastore, guerriero infaticabile per conto di un Dio esigente, quando dovette condurre il suo popolo a combattere contro
l’esercito di Amalek, il Nemico per antonomasia del popolo messo sotto patrocinio di Dio. E Mosè, stratega navigato nel traghettare il pensiero verso l’azione, cala sul tavolo uno sponsor insolito: le sue mani!
All’orizzonte è in atto uno scontro difficile: da poco gli ebrei abitano il deserto. Non lo conoscono. Non possiedono esperienza di guerrieri. Popolo che da generazioni non prende in mano arma alcuna. E’ esordio in tutti i sensi: per di più, Mosè si fa da parte, segue da una collina le mossa di Giosuè, suo successore per comandamento sceso diretto da collina più alta. Sulla collina: perché il suo popolo lo veda e non perda il coraggio. Ma, seppur distante, il vecchio condottiero d’Israele mette in gioco le sue mani. Mani rigorosamente vuote. Mani rivolte verso l’alto. Mani in preghiera. Le mani le mette lui in persona: sa di essere il capo. Sopporta lui tutto il peso della battaglia. Prima volta che Dio non interviene come nelle acque del Mar Rosso. Mosè scatena gli elementi, ma non basta. Serve l’uomo. Così quando la stanchezza sembra prendere il sopravvento e le mani appesantirsi, recluta altre mani. Quelle di
Aronne e Cur. Non per combattere, ma per sollevare le sue fino al tramonto del sole.
“Presero una pietra, la collocarono sotto di lui ed egli vi si sedette, mentre Aronne e Cur, uno da una parte e l’altro dall’altra, sostenevano le sue mani”. Geniale Mosè: la vittoria è nascosta nella presenza di Dio. Scomoda Dio perché lui sa che Dio si lascia scomodare quando c’è in gioco il bene dell’uomo, quando l’impresa è trasparente, quando la qualità è evangelica. Insomma, Dio non accetta di farsi sponsor di chiunque: si mostra rigoroso. Sui mezzi e sui fini.
E’ fantastica la potenza della preghiera di Mosè. Mosè è un uomo lacerato tra cielo e terra, tra un Dio tutto santo e un popolo dalla dura cervìce. E’ un uomo a metà strada tra il sogno e la paura. Tra la follia e la vanità. E’ un uomo orante! Solleva le mani non per paura di sporcarsele, non perché la terra gli procuri prurito e schifezza, non per nascondersi all’ombra delle sue responsabilità. No! Mosè alza le mani per impegnarsi, per mettere in gioco la sua manualità, per non essere assente dai suoi impegni concreti. Quel popolo che sotto la collina sfida i nemici non è solo il suo popolo. E’ molto di più! E’ il gregge che un Dio Pastore gli ha affidato per spargergli profumi di libertà. Mosè prega per faticare; Mosè fatica per pregare. Insomma: Mosè nasconde una “doppia vita” fatta di orazione e di azione.
Prega nel deserto! E’ meraviglioso ciò che si scopre nella Scrittura: Dio non porta l’uomo nel deserto per isolarlo, per farne un superuomo, ma per immergerlo nell’umanità sofferente.
E’ proprio così! E’ incredibile quanto le cose e le idee cambino pregando. Chi ha deciso di pregare ha deciso di camminare, ha deciso di avanzare, ha deciso di superare. La preghiera è la forza dell’uomo perché se Dio ci manca noi cadiamo.
“Senza di me non potete far nulla” (Gv 15,5) – disse un giorno il Maestro a un pugno di discepoli innamorati di Lui ma confusi alla sua sequela. Voler far qualcosa, voler essere bravo e uomo senza pregare, è come decidere di sollevarti da terra tirandoti su per i capelli. E’ come tirare un seme perché nasca prima. E’ come spingere un ventre per far uscire un bambino. Insomma, è una
stronzata! Oggi la lezione porta la firma di una
vedova, povera ma cocciuta, disperata ma non rassegnata. Lei non solo prega. E’ molesta nella preghiera:
“pregate, non stancatevi di pregare, pregate sempre, finchè Cristo crollerà” (A. Gasparino). Pregare insistentemente non per la poca fiducia in Dio, ma per essere certi della nostra convinzione in ciò che chiediamo. Quante volte la gente prega e ha la sensazione che la preghiera non cambi le cose. Perché l’animo è prigioniero del rammarico, soffocato dalla collera, impantanato nello sdegno. E così nascono preghiere col fiato corto, messe da mal di pancia, invocazioni morte prima di vedere la luce, voli abbreviati nelle loro partenze. Per questo serve insistere: non per Dio, ma per noi! Pregare per imprestare la voce al mondo. Le cose non hanno niente, ma tu puoi farle cantare, farle pregare! Alberi, montagne, pesci, coccinelle, neve, brina… tutto può passare nella tua mente e nel tuo cuore e farsi preghiera. Esattamente: tu puoi essere il cantore innamorato dell’universo. Guai se la preghiera sparisse dal mondo! Saremmo tutti più poveri, più freddi, più duri perché l’uomo non vive di sola produzione: vive anche di orazione, di contemplazione!
Mi commuove sempre la domanda accorata di Cristo:
“Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”. Un gesto che fa tenerezza perché, seppur Dio, sembra essere sfiorato dal sospetto del fallimento della propria missione. Un tratto umanissimo nella sua sconcertante drammaticità.
Riusciremo a tenere le mani alzate fino al tramonto del sole?
Mi son sempre chiesto: sarà mai possibile leggere un libro senza voltare le pagine e con gli occhi chiusi? Si, è possibile, per un libro solo: quello della preghiera. Hai capito benissimo: si impara a pregare mettendosi in ginocchio, congiungendo le mani e tenendo gli occhi chiusi.
In breve: s’impara a pregare pregando. Ma quando? Quando hai troppo da fare. Quando hai il cervello grippato. Quando hai paura di amare. Quando hai smarrito il sorriso. Tu prega! Perché è pregando che si può tentare di migliorare il mondo.
Perché con le mani giunte puoi agire molto di più che non agitando le mani!
Questione di
sponsor? Ma vaff…!