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Wednesday, October 24, 2007 - ore 12:45


LA MIA COSCIENZA
(categoria: " Vita Quotidiana ")


[...]Intanto, per quietarla, mentii e le dichiarai ch’io non ci pensavo nemmeno, che non avevo piú voglia di leggere e preferivo di far quattro chiacchiere con lei.

La feci sedere a me in faccia. Proprio, mi ripugnava con quel suo aspetto da vecchia e gli occhi giovanili e mobili come quelli di tutti gli animali deboli. Compassionavo me stesso, per dover sopportare una compagnia simile! È vero che neppure in libertà io so scegliere le compagnie che meglio mi si confacciano perché di solito sono esse che scelgono me, come fece mia moglie.

Pregai Giovanna di svagarmi e poiché dichiarò di non sapermi dir nulla che valesse la mia attenzione, la pregai di raccontarmi della sua famiglia, aggiungendo che quasi tutti a questo mondo ne avevano almeno una.

Essa allora obbedí e incominciò col raccontarmi che aveva dovuto mettere le sue due figliuole all’Istituto dei Poveri.

Io cominciavo ad ascoltare volentieri il suo racconto perché quei diciotto mesi di gravidanza sbrigati cosí, mi facevano ridere. Ma essa aveva un’indole troppo polemica ed io non seppi ascoltarla quando dapprima volle provarmi ch’essa non avrebbe potuto fare altrimenti data l’esiguità del suo salario e che il dottore aveva avuto torto quando pochi giorni prima aveva dichiarato che due corone al giorno bastavano dacché l’Istituto dei Poveri manteneva tutta la sua famiglia. Urlava:

- E il resto? Quando sono state provviste del cibo e dei vestiti, non hanno mica avuto tutto quello che occorre! - E giú una filza di cose che doveva procurare alle sue figliole e che io non ricordo piú, visto che per proteggere il mio udito dalla sua voce stridula, rivolgevo di proposito il mio pensiero ad altra cosa. Ma ne ero tuttavia ferito e mi parve di aver diritto ad un compenso:

- Non si potrebbe avere una sigaretta, una sola? Io la pagherei dieci corone, ma domani, perché con me non ho neppur un soldo.

Giovanna fu enormemente spaventata della mia proposta. Si mise ad urlare; voleva chiamare subito l’infermiere e si levò dal suo posto per uscire.

Per farla tacere desistetti subito dal mio proposito e, a caso, tanto per dire qualche cosa e darmi un contegno, domandai:

- Ma in questa prigione ci sarà almeno qualche cosa da bere?

Giovanna fu pronta nella risposta e, con mia meraviglia in un vero tono di conversazione, senz’urlare:

- Anzi! Il dottore, prima di uscire mi ha consegnata questa bottiglia di cognac. Ecco la bottiglia ancora chiusa. Guardi, è intatta.

Mi trovavo in condizione tale che non vedevo per me altra via d’uscita che l’ubriachezza. Ecco dove m’aveva condotto la fiducia in mia moglie!

In quel momento a me pareva che il vizio del fumo non valesse lo sforzo cui m’ero lasciato indurre. Ora non fumavo già da mezz’ora e non ci pensavo affatto, occupato com’ero dal pensiero di mia moglie e del dottor Muli. Ero dunque guarito del tutto, ma irrimediabilmente ridicolo!

Stappai la bottiglia e mi versai un bicchierino del liquido giallo. Giovanna stava a guardarmi a bocca aperta, ma io esitai di offrirgliene.

- Potrò averne dell’altro quando avrò vuotata questa bottiglia?

Giovanna sempre nel piú gradevole tono di conversazione mi rassicurò: - Tanto quanto ne vorrà! Per soddisfare un suo desiderio la signora che dirige la dispensa dovrebbe levarsi magari a mezzanotte!

Io non soffersi mai d’avarizia e Giovanna ebbe subito il suo bicchierino colmo all’orlo. Non aveva finito di dire un grazie che già l’aveva vuotato e subito diresse gli occhi vivaci alla bottiglia. Fu perciò lei stessa che mi diede l’idea di ubriacarla. Ma non fu mica facile!

Non saprei ripetere esattamente quello ch’essa mi disse, dopo aver ingoiati varii bicchierini, nel suo puro dialetto triestino, ma ebbi tutta l’impressione di trovarmi da canto una persona che, se non fossi stato stornato dalle mie preoccupazioni, avrei potuto stare a sentire con diletto.

Prima di tutto mi confidò ch’era proprio cosí che a lei piaceva di lavorare. A tutti a questo mondo sarebbe spettato il diritto di passare ogni giorno un paio d’ore su una poltrona tanto comoda, in faccia ad una bottiglia di liquore buono, di quello che non fa male.

Tentai di conversare anch’io. Le domandai se, quand’era vivo suo marito, il lavoro per lei fosse stato organizzato proprio a quel modo.

Essa si mise a ridere. Da vivo suo marito l’aveva piú picchiata che baciata e, in confronto a quello ch’essa aveva dovuto lavorare per lui, ora tutto avrebbe potuto sembrarle un riposo anche prima ch’io a quella casa arrivassi con la mia cura.

Poi Giovanna si fece pensierosa e mi domandò se credevo che i morti vedessero quello che facevano i vivi. Annuii brevemente. Ma essa volle sapere se i morti, quando arrivavano al di là, risapevano tutto quello che quaggiú era avvenuto quand’essi erano stati ancora vivi.

Per un momento la domanda valse proprio a distrarmi. Era stata poi mossa con una voce sempre piú soave perché, per non farsi sentire dai morti, Giovanna l’aveva abbassata.

- Voi, dunque - le dissi - avete tradito vostro marito.

Essa mi pregò di non gridare eppoi confessò di averlo tradito, ma soltanto nei primi mesi del loro matrimonio. Poi s’era abituata alle busse e aveva amato il suo uomo.[...]


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