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Thursday, October 25, 2007 - ore 17:10


Anniversario della mia ordinazione diaconale
(categoria: " Pensieri ")


ANNIVERSARIO D’ORDINAZIONE
"Vivo all’ombra di un G-gigante!"

25 ottobre 2003 - 2007: quattro anni fa quello che nei banchi di scuola e per le vie del paese era solo “un bambino vivace e scomposto” la fantasia di Dio l’ha ribatezzato don Marco. E’ l’incredibile bellezza di un Dio che ama scommettere in quello che le persone non sanno interpretare.
La gioia di quel giorno è la stessa gioia che m’ha inondato il cuore stamattina all’alba durante l’Adorazione. Ed è la gioia di chi sa di aver incontrato un Amore Immenso che ha scommesso sulla mia povera storia di uomo.
E’ vero: quel giorno, sdraiato a terra durante la consacrazione, avevo due sogni. In tre mesi Dio, con una delicatezza tutta sua, me li ha distrutti entrambi. Allora mi sentivo forte, ora mi sento piccolo. Ma la mia piccolezza è nascosta tra le braccia di Dio. In quattro anni m’ha fatto sentire prezioso. A suo modo: m’ha dato un grande calcio nel culo che mi ha mandato con il muso nella polvere. Ma così ha fatto con tutti i suoi profeti. Da’ una scossa all’edificio di sabbia, di presunzione, di illusione che quell’uomo si è costruito. Nel cadere, quell’edificio fa un gran polverone. Quell’uomo non vede, non capisce niente. Ma poi, un po’ alla volta, il polverone si dirada, e l’uomo comincia a capire, a vedere la realtà della vita, a respirare un’aria nuova di libertà.

Nasce una nuova mentalità!
E’ cominciata a crescere, non è cresciuta: è un germoglio, non è una pianta.
E’ una gemma che comincia a schiudersi, non è un frutto.
E’ qualcosa che matura dentro, e che fuori non si vede.
Tutti i santi sono un po’ matti, anche se non è vero che tutti i matti sono santi.

I miei primi anni di prete ho dipinto sogni giovani contro un esercito guidato. Adesso continuo a dipingere sogni all’ombra di un prete gigante nel quale non posso non vedere la tenerezza di Dio per me.
Apparentemente nel deserto! Ma è meraviglioso ciò che si scopre nella Scrittura: Dio non porta l’uomo nel deserto per isolarlo, per farne un superuomo, ma per immergerlo nell’umanità sofferente.
Dopo 13 anni mi sono arreso.
Dopo quattro anni dalla mia resa... mi scopro orgoglioso d’essermi arreso.
Alla bellezza di Dio!

Ti voglio bene, Amico Dio!

* Nel mio breviario stamane ho ritrovato la lettera che scrissi in quei giorni alla mia gente. E’ un capitolo di quel quinto Vangelo che Dio - come a tutti - ha chiesto di iniziare a scrivere!


di don Marco Pozza

L’aratro ha appena finito di smuovere la terra e sdraiato davanti alla stalla il contadino sogna già una nuova semina. In quest’angolo di paradiso, tutto aggomitolato nelle sue sinuose colline, basta il suono di un’antica campana per risvegliare ricordi di una fede semplice ma tremendamente vera. Quassù anche il tempo sembra fermarsi. Guardi la sua gente e ti colpisce la fantasia della vita: occhi spensierati di un bambino che corre nel prato senza stancarsi, occhi innamorati di un giovane rapito dall’innocenza di una fanciulla, occhi preoccupati di una mamma che ruba a Dio la santità facendo la lavatrice, occhi laboriosi di papà immersi nei suoi problemi, occhi vibranti entusiasmo del nonno che sogna giorni lontani, occhi commoventi della vecchietta che s’ inginocchia per arrampicarsi sulle altezze di Dio…
E io son fiero di sentirmi figlio di questa terra, una terra che mi ha regalato i primi sogni di bambino, che mi ha trasmesso una fede semplice, che mi ha addormentato nella commovente bellezza della sua millenaria storia. Tutto maledettamente troppo bello! Ma il fatto è che la mia storia s’annida lì, sotto quello sguardo penetrante dell’antico crocifisso ligneo che custodisce geloso i segreti d’intere generazioni, dei miei nonni, dei miei amici, della mia gente di Calvene. Due occhi che non mi hanno mai lasciato tranquillo, che mi hanno rapito il sonno, sequestrato l’anima, che mi hanno costretto a mettere sulle mie giovani spalle la valigia e partire.



Occhi che mi hanno insegnato che un grande amore va sedotto da lontano!
Quassù tutti sanno cosa voglia dire fare le valigie e partire.
«Han bevuto profondamente ai fonti alpestri, che sapor d’acqua natìa rimanga ne’ cuori esuli a conforto, che lungo illuda la lor sete in via» (G. D’Annunzio, L’Alcione).

Quando ho intuito che imbrigliare la fantasia di Dio era come lottare contro i mulini a vento ho iniziato a tremare perché mi sentivo aggomitolato in qualcosa di incomprensibile, perché intuivo che Dio non scherzava. Ma non avrei mai pensato che Dio si sarebbe innamorato di un ragazzo ribelle, vivace e provocatore come me. Adesso tremo nel pensare ad un Dio che abbassa il suo sguardo fino ad incontrare i miei occhi fragili e dubbiosi, entusiasti e malandrini, spacconi e timidissimi. Per anni ho vissuto come un sognatore innamorato del tempo che non passa, navigante solitario nel mare della mia vita, ragazzo sedotto da occhi di fanciulla che promettono l’infinito.
E di Dio rimaneva solo un vago ricordo.
Ma il bambino deve diventare uomo. E diventare uomo significa scegliere: o continuare a volare a bassa quota o gettarsi nell’immensità della vita. Non avrei mai pensato di dover “combattere” contro il mio Dio. Una battaglia costruita con fantasia, ricercata, pensata, sognata per cercare di allontanarmi da quello sguardo che mi ha imprigionato, sequestrato per qualcosa di immensamente grande. Dopo tredici anni pensavo di aver vinto la battaglia, di esser rimasto solo, volutamente solo con i miei sogni.
Ma affacciandomi alla finestra della mia vita, ho trovato quello che non m’aspettavo: Dio se ne stava seduto li’, proprio davanti al casolare a scherzare con l’acqua che zampillava dalla fontana, paziente come nessun altro, all’incrocio della mia vita a giocare con i suoi divini pensieri.
Appoggio la fronte sullo stipite della porta di legno e capisco. Con la faccia del bambino che l’ha combinata grossa lo guardo tremante. Lo penso arrabbiato e deluso, tradito e sconsolato… e invece?
E invece Lui sorride e mi strizza l’occhio perché la scommessa l’aveva fatta e sapeva che sarebbe andata a finire così.
Adesso, dopo tredici anni, mi sento come un combattente che ha perso la battaglia solo perché ha scoperto che l’avversario era il suo più grande alleato. E allora, che fare? Lo fisso negli occhi, mi asciugo qualche lacrima ribelle che scava il mio eterno volto da bambino, sbatto la porta di legno e … mi arrendo!
Mi arrendo perché solo Dio è capace di trasformare in poetiche seduzioni tutte le infedeltà e titubanze della mia giovane vita!
Lo stesso Amore che regala alla mia piccola comunità di Calvene la commovente certezza di vedere che il suo pensiero continua ad infrangere il silenzio delle nostre antiche contrade, che il suo amore non teme la povertà della nostra fede, che il suo sguardo s’annida anche nei viottoli più nascosti della nostra anima!



Seduto sotto l’ombra amica di un albero, scruto il volto del mio paese, cammino tra i sentieri delle mie contrade, osservo l’orizzonte delle cime, la brillantezza trasparente dell’Astico, m’innamoro del silenzio eterno che mi sussurra l’eco di antichi ricordi. Ma, soprattutto, tra le inferriate delle finestre, indovino i volti della mia gente: il volto emozionato di mamma Ivette capace di innamorarsi dei silenzi di suo figlio, il volto esplosivo di papà Franco che sa che la vita è la danza della fantasia, il volto scanzonato di Sandro che ha sempre detto di avere un fratello “strambo”, gli occhi lucenti e fradici di lacrime della nonna Nerina che, aggrappata alle sue preghiere, ha sempre creduto al sogno del suo bambino, i volti increduli delle mie suore e delle mie maestre che ancora si chiedono perché Dio s’innamori sempre delle stranezze, i volti degli amici, quelli veri, che non mi hanno mai abbandonato, il volto segnato dall’età dei miei amati anziani che, tra un bicchiere e l’altro, al suono di una campana tracciano un segno di croce sul volto… Mille volti che custodisco gelosamente nel giardino del mio cuore come sigillo di un’amicizia senza tempo.
E quando ormai anche il sole si sta addormentando, spalanco gli occhi e son tutti seduti vicino a me, pronti a lasciare che lo sguardo scivoli stupito sulla fantasia di Dio.
Assieme a questi amici e con una commozione che m’incatena il cuore, il 25 ottobre 2003, quello che nei banchi di scuola e per le vie del paese era solo “un bambino vivace e scomposto” la fantasia di Dio lo farà diventare “don”.
E’ l’incredibile bellezza di un Dio che ama scommettere in quello che le persone non sanno interpretare. E’ la seduzione di un Dio che non legge la storia come la leggiamo noi, ma che sa trovarci la poesia anche nell’aridità più grande.

Perché ai sogni non bisogna mai spezzare le ali!


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