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Sunday, October 28, 2007 - ore 14:23


Orange Crush
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Credo nelle coincidenze, credo proprio che formino la mia vita, a questo punto. La gente che conosco, che ho conosciuto, la scuola, le scelte sbagliate, una battuta messa là... cose all’apparenza insignificanti, ma che alla fine formano i tasselli di un puzzle di un non ben definito disegno.

Ieri notte ero seduta fuori in questa bettola (osteria doc trevigiana), quando addocchio un tizio molto singolare ed eccentrico. Sulla quarantina, portava un cappello texano con stivali dalla stessa provenienza, credo, agghindato con ciondoli e anelli vari, sigaretta e aria tranquilla, di chi se la passa nonostante tutto. Ascoltava musica a livelli esorbitanti da quelle cuffiette, che da dove ero seduta io, si potevano intuire le parole della canzone. Mi stavo chiedendo che cavolo stesse ascoltando di tanto interessante, o meglio, cosa può ascoltare un tipo come quello da un fantomatico aipod-mp3-o forse walkman dell’anteguerra?Ero quasi tentata di andare lì e chiederlo solo per curiosità...

Si avvicina... l’avrei detto. Sentivo che questa persona sarebbe entrata in contatto con la mia vita. Lo sapevo già. Dice che vorrebbe offrirci qualcosa da bere, a me e al mio ragazzo, che gli piacerebbe scambiare due parole con noi, dato che è solo. Gli dico che ho già dato, che per stasera basta così, ma lui insiste così ordino l’ennesimo vino.
Il personaggio inizia a parlare senza sosta, un po’ aiutato dall’alcol, dalla rabbia e anche dalla tristezza. Dice di essere nato e cresciuto a Treviso, di essere poi scappato in Messico, dove tutt’ora vive. Mi sbagliavo, non era il Texas.
L’ultimo posto in cui è stato è il Montana e quando ritorna, vuole andare in una riserva in Montana assieme ai suoi serpenti a sonagli. Bah. Prendo con le pinze ciò che dice, il tutto mi sembra molto portato all’eccesso. Ma certe cose che dice sono, fottutamente, vere. Tristemente reali, vicine a noi. La situazione dell’Italia, delle grandi risorse che non sfruttiamo, della classe dirigente, della vecchiaia che imperversa e del futuro che ormai c’è stato rubato. Insiste su questo fatto. Il nostro futuro non c’è, a nessuno interessiamo. Noi giovanidoggi.
Ci chiede cosa facciamo ancora qui. Perchè non siamo già scappati altrove. Già, me lo chiedo sempre anch’io. Per quanto adori questo paese, la sua arte, la sua cultura, la sua gente... ma non trovo nessuna alternativa migliore.
Si parla di politica, di architettura, Renzo Piano, il decostruttivismo, il quarto ponte di Venezia, l’effetto Bilbao... becca una come me che si è fatta tre anni di architettura, per puro masochismo, per plagio altrui, per mancanza di idee chiare alla fine... cosa che non ho mai avuto. Tre anni passati lentamente, come uno stillicidio, con la rabbia addosso e il terrore saltuario, noi giovani promesse da educare, da plasmare, da rovinare, ogni giorno in quell’aula, tra progetti, numeri, scale. Tre anni sognando quello che si voleva fare davvero e portando all’odio estremo tutto quello che si stava facendo. Da allora decisi che mai e poi mai avrei fatto anche una sola cosa per dovere.

I discorsi e il tempo scorrono in fretta... al posto delle quattro sarebbero le tre. Accompagnamo Massimo fra i vicoli e le mura, dove tutto tace, tranne qualche passante che, come noi, rimane colpito dalla sua innata eccentricità. Ci chiede se qualcosa è ancora aperto a quell’ora... ovviamente no. Ci saluta, ormai il freddo si fa sentire. Si avvia con il borsone per una via deserta. Rimarrà qua a Treviso due settimane, va a trovare suo fratello. Poi se ne scapperà ancora, tornerà fra i suoi serpenti a sonagli ascoltanto ’Orange Crush’ dei Rem a tutto volume.

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