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martedì 30 ottobre 2007 - ore 22:16


Racconto
(categoria: " Vita Quotidiana ")



Mi chiamo tom Horse


Mi chiamo Tom Horse.
E sono morto il 22 Dicembre del 2003.

Vi starete forse chiedendo com’è possibile che voi riusciate a leggere queste righe. Bhè è molto semplice. Per capire è meglio partire dall’inizio. O meglio dalla fine.
Quante volte avete letto su libri, sui fumetti o viene rappresentato al cinema il passaggio dalla vita alla morte. Tanti raccontano che avviene dopo aver attraversato un lungo tunnel verso un punto di luce. Altri raccontano che si rivede la propria vita passata, o per lo meno parti di esse. In altre ambientazioni il protagonista rivede come in un vecchio film in bianco e nero il killer che gli pianta un coltello nel petto. Altri rivivono al rallentatore la pallottola che entra nelle proprie carni e al limite le facce della bella donna di turno china su di lui che gli grida di non morire.
A me è capitato molto diversamente.
Mi sono risvegliato come dopo una nottata passata abbracciato alla tazza del cesso a vomitare le ultimi 6 o 7 bicchieri di grappa primeuve. La testa che mi scoppiava e quel senso di ottovolante che non mi faceva smettere di ondeggiare. Non ho mai avuto bisogno degli occhiali da vista, anche se per il mio vecchio lavoro ogni tanto ne indossavo un paio finti, eppure non riuscivo a mettere a fuoco i contorni delle cose. Non sapevo dov’ero e non capivo perché c’era questa lunga coda davanti a me di gente. Non ero solo. Vedevo altre persone che come me avevano un senso di smarrimento. Volevo parlare. Eppure appena aprivo bocca le parole non mi uscivano. O meglio non sapevo più cosa dire. Proprio io che avevo fatto della mia parlantina una delle mie armi preferite.
Eravamo tutti li in coda e ci muovevamo lentamente. Feci un passo in più e un’enorme edificio alto e maestoso mi si parò davanti a non più di 10 metri. Alzai lo sguardo ma non riuscivo a vederne la fine. Era di un marrone antico, sembrava quasi di legno. Alte guglie gotiche mostravano dei grandissimi finestroni neri triangolari. Un’enorme foro centrale aveva le porte aperte verso l’esterno. E la fila delle persone procedeva lentamente verso il suo interno. Non c’erano rumori di passi, e la strada su cui appoggiavo i piedi non era di un materiale definibile. Mi sembrava di camminare su un sentiero di sassi finissimi ma senza sentire cedere alla pressione della scarpa.
Passando accanto alle porte di ingresso notai delle enormi travi che sarebbero servite a chiuderci dentro, ma a giudicare dallo strato di polvere, ruggine, e del passare del tempo non credo che le avrebbero usate proprio adesso. Una volta che entrai mi ritrovai solo. La gente prima e dopo di me era scomparsa nell’istante esatto che avevo oltrepassato l’ingresso e che al tempo stesso avevo chiuso gli occhi in un normale battito di ciglia. Normalmente sarei entrato in un posto così strano cercando di espandere tutti i miei sensi. Mi sarei preparato a scattare su un lato nel caso avessi avvertito un clic sospetto. Eppure in quella occasione mi sentivo come a casa. Rilassato. La nausea era sparita. Non avevo più quel peso sullo stomaco. E non mi ponevo tante domande.
Mi trovavo in un atrio di un’enorme biblioteca. Gli scaffali alti decina di metri formavano tutte file parallele a perdita d’occhio. Non vedevo la fine ne a destra ne a sinistra nonostante non ci fosse nulla nei corridori che mi bloccasse la vista. Ma proprio lì al centro una piccola scrivania. Mi avvicinai e mi accorsi di un piccolo ometto seduto. Era piccolo e pelato con una testa molto allungata verso l’alto. Quasi che il cervello cercasse di uscire da dietro. Aveva le braccia molto lunghe per quello che credevo essere la sua altezza. Cercai di mettere a fuoco la figura e notai che era curvo su un libro che leggeva avidamente. Sfogliava le pagine ingiallite con quelle sue dita lunghe. Aveva un colore della pelle pallido quasi azzurrino. Appena mi avvicinai mi guardò. Aveva gli occhi come quelli di un gatto. Si alzò e vidi che nonostante avesse il busto di un bambino di non più di 7-8 anni riusciva ad essere alto sui 3 metri. Anche le gambe erano molto lunghe ed esili. Credo che la parte più grossa non dovesse superare la circonferenza del mio avambraccio. Eppure si mosse verso di me come farebbe un gatto su un cornicione. Mettendo un piede davanti all’altro e credo con le braccia stesse cercando di mantenere l’equilibrio. Mi passò accanto senza voltarsi e prosegui. Capii in seguito di aver incontrato uno dei tanti “guardiani”. Ad un tratto sapevo cosa dovevo fare e sapevo esattamente dove mi trovavo.
Mi sedetti alla scrivania. Vidi che c’era tutto il necessario. Il mio libro, la penna d’oca ovviamente e una piccola boccetta di un inchiostro così nero che solo a guardarlo ti dava un senso di vertigine.
Il libro era rilegato con della pelle marrone, come quelli che avevo visto tante volte nelle biblioteche dei frati per le opere di maggior valore. Mi guardai attorno e vidi che i libri sugli scaffali erano tutti uguali. Sembravano tutti appena usciti dalla stamperia tutti belli ordinati uno accanto all’altro.
Sulla copertina e sulla costa con dei caratteri d’oro spiccavano le parole “Tom Horse: 2 Febbraio 1970 – 22 Dicembre 2003”.
Se siete appassionati di tradizioni antiche forse conoscerete la leggenda che narra di un antico monastero in un qualchedove, nel quale antichi frati scrissero nella notte dei tempi tutte le nostre storie. Storie che si intrecciano l’un con l’altra come in un intricato gomitolo di filo che noi chiamiamo destino.
Aprii il libro e tutti i miei ricordi fin dall’infanzia mi tornarono alla mente. La prima volta che vidi mio padre, la mia prima parola, il mio cane, dove avevo nascosto in una buca in giardino il mio tesoro costituito di macchinine della Burago. Via via fino a dove avevo messo quelle dannate chiavi della macchina, della prima persona che avevo ucciso fino al momento dell’impatto della macchina con il muro. Tutto mi sembrava più chiaro. E non aspettavo altro che cominciare a scrivere la mia storia. La leggenda che ho raccontato prima racchiude un piccolo fondo di verità. Esiste una biblioteca in cui ci sono tutte le vite degli uomini trascritte nei libri. Ma a differenza della tradizione i libri non vennero scritti da fratini nella notte dei tempi, ma dalle stesse persone una volta che passano nell’aldilà. O nell’aldiquà visto che sto scrivendo proprio in questo momento. Volevo scrivere queste righe di presentazione del libro della mia vita giusto per essere un pochino originale. Chissà quanti altri avranno fatto questo mio stesso ragionamento a pensarci bene. Non so adesso cosa succederà appena finirò di scrivere i miei primi 33 anni di vita “terrena” e sinceramente non mi interessa. E non mi interessa neanche il motivo che ci spinge a scrivere. Quello che mi chiedo è che se state leggendo queste righe probabilmente siete anche voi nell’aldilà (o aldiquà), e siete anche voi morti e non ve ne rendete conto.

D.



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