Era da tempo che non mi facevo una bella cavalcata sul cavallo di razza dei trasporti italici: trenitalia. Questa mattina, finalmente, l’occasione giusta. Non avevo il motorino, e mi sono affidato al treno per percorrere quei 13 km che separano Campodarsego da Padova.
Prima di arrivare in stazione, ligio al mio dovere di bravo contribuente, sono andato a prendere il biglietto. Un euro e novanta centesimi. "Già, giusto - mi son detto - il prezzo si è alzato: ci avevano avvertiti". Ripensavo a quando, per la stessa tratta, meno di due anni fa spendevo un euro e trenta. "Ma ci sta - mi ripeto - Bisogna rifarle queste ferrovie, e i fondi bisogna pur trovarli da qualche parte. In fondo è vero: abbiamo i biglietti più economici d’Europa".
Arrivo alla stazione, oblitero, e attendo il treno, che questa volta giunge con appena 8 minuti di ritardo. Tra gli altri viaggiatori in attesa sulla banchina grigia come quella mattina d’autunno, neanche una smorfia: 10 minuti sono un lusso.
Il treno rallenta piano davanti a me, sfregando la sua lenta pancia sul l’asfalto, e guardo dentro i finestrini. Centinaia e centinaia di persone compresse come foglie di tè. Mi sposto verso la coda del treno, sperando di trovare un minore affollamento. Niente da fare: tutte e otto le carrozze strabordano sia nei corridoi che negli spazi tra i convogli, complice una immaginifica politica degli orari che porta due treni a passare per Campodarsego direzione padova tra le 7 e le 7.20, ma solo uno dalle 7.20 fino alle 8.50. Scelta obbligata.
Tant’è. Mi faccio largo con qualche cortese spintone e nessuno dice nulla. Si chiudono le porte, rischiando di tranciare le dita di una vecchia signora a fianco a me. Il treno borbotta, sputacchia, si sgranchisce e finalmente parte a marcia lenta. Mentre i binari cominciano a scorrere lentamente sotto di noi, un pensiero crudele attraversa veloce la mia testa: "immagina un incidente ferroviario con questa concentrazione a bordo... che sicurezza può esserci? Morte certa per tutti". Ma è solo un attimo, e ben presto la mia attenzione si sposta al gruppo di viaggiatori di fronte a me.
Immersi in un effluvio sulfureo di deodoranti, dentifrici, tabacchi e sudore, i passeggeri rimangono silenziosi, marmorei. Nessuno alza un sopracciglio. Ognuno guarda in un direzione diversa, mai negli occhi di un altro passeggero, forse per paura di far trapelare o cogliere vergogna o rabbia. Ma è difficile non incorciare gli sguardi quando si è naso contro naso. Così, tutti abbassano gli occhi, guardando in basso, in un sinergico e subconscio moto di rassegnazione. Quasi tutti. Spaurito, in un angolo, con gli occhi che si muovono nervosi, c’è un asiatico. Probabilmente un giapponese caduto nel peggiore incubo logistico che mai un abitante del sol levante si possa immaginare: se un tale disastro si dovesse mai verificare nel suo Paese, ciò giustificherebbe agli occhi dei suoi abitanti una seconda Hiroshima; e nessuno oserebbe alzare un dito per la vergogna.
Alla stazione intermedia di Vigodarzere, un signore dal lungo cappotto bianco e cravatta rossa attende di salire a bordo. Le porte si aprono davanti a lui e, alla vista della calca umana, rimane impassibile, incapace di capire come potrebbe mai prendere parte a quell’assurdo viaggio asimoviano. Rimane sulla banchina a scrutare nei suoi occhiali, quasi ad interrogarsi sul da farsi. Il giapponese guarda con aria disperata fuori dalla porta che si apre, e sembra morire di languore di fronte al refolo d’aria invernale che viene ad impigliarsi tra i corpi e l’odore verticale di chiuso. Per un secondo pensa che sia finita, ma le porte si richiudono lasciando a terra il compassato professionista e il convoglio riparte. Nessun italiano dà segno di cedimento, ma rimangono tutti fieri, ritti nella loro dignità impassibile.
Altri dieci minuti di stoica sopportazione, e il treno arriva a Padova con appena un quarto d’ora di ritardo. Le porte si aprono e, ordinatamente, ognuno scende. Pesto incautamente i piedi ad una vecchia signora. Faccio per girare e scusarmi, ma vedo che lei non ha nemmeno alzato lo sguardo, intenta com’è a conservare la sua dura scorza di imperturbabile sopportazione. I passeggeri dunque scendono piano, in una fila alla Metropolis di Fritz Lang. Fanno per organizzarsi in placidi gorghi e cercare le uscite verso il sottopassaggio, quando tre uomini in pettorina arancione bloccano le uscite e pretendono di vedere i biglietti. Tutti i mesti viaggiatori frugano nelle loro tasche sdrucide, ed estraggono il documento di viaggio. Ad uno ad uno, i passeggeri vengono controllati e lasciati passare. Ad uno ad uno, si sfila in silenzio: nessuno dice una parola. Il controllore nemmeno mi degna di uno sguardo di comprensione o apprezzamento, visionando quel mio coraggioso tagliando acquistato per godere di 10 minuti di viaggio allucinante. Mi lascia passare, e io passo in silenzio, confuso nella massa.
Poi mi volto, guardo indietro, e vedo il giapponese. Spaurito, confuso, sbatte contro il muro del controllore che gli fa notare che il suo biglietto non è convalidato. Lui lo guarda interdetto: non capisce. sembra sul punto di arrendersi, di essere risucchiato in quel gorgo dantesco di individui che scolano piano piano verso le uscite. Il suo sguardo si perde verso l’alto, quasi a cercare il conforto degli antenati. E lì, a vederlo, mi coglie l’orgoglio. Mille e più passeggeri italiani hanno fatto valere la loro indomita indole sulla pure dura tempra nipponica. Di fronte al popolo dell’estremo sacrificio, della morte pur della sconfitta, abbiamo dimostrato carattere e sopportazione inscalfibili. Lo lascio con lo sguardo, un po’ con quella traccia di compassione del più forte che scruta il debole. E me ne vado, camminando un po’ più leggero, ringrazinado trenitalia per il suo viaggio sul treno dell’orgoglio.
