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Tuesday, November 06, 2007 - ore 00:05


...aperitivo e cena a Verona...
(categoria: " Vita Quotidiana ")



  • Da Piazza Bra’ a Porta Leoni: i Monumenti principali
    Punto di partenza di ogni turista è sicuramente la piazza più ampia e conosciuta, Piazza Bra’, che oltre alla monumentale Arena vede affacciarsi, come gioielli incastonati in una corona, il Palazzo della Gran Guardia, i Portoni della Bra’, il Liston, Palazzo Barbieri solo per citarne alcuni.
    Il termine Bra’ è di origine longobarda, probabilmente breit, ed equivale a spazio aperto; lo si ritrova attribuito anche ad altre zone della città, come la Bra’ dei Molinari nei pressi del Ponte Pietra e la chiesa di san Giorgio in Braida.

    L’anfiteatro romano, l’Arena, fu in origine costruito fuori dalle mura cittadine nella prima metà del primo secolo d.C., a cavallo tra l’impero di Augusto e quello di Claudio, successivamente inglobato nella cinta muraria dall’imperatore Gallieno nel 265 d.C. Dell’anello esterno alto 30 m. dopo il disastroso terremoto del 1183 che rase al suolo la maggior parte delle chiese veronesi, si può vedere la cosiddetta "ala", a 3 ordini di arcate.
    L’Arena, che al suo interno ospitò sin dai secoli più antichi spettacoli di ogni genere, da quelli gladiatorii a giostre, tornei, concerti, è oggi conosciuta ed apprezzata in tutto il mondo per la stagione lirica estiva, inaugurata per la prima volta nel 1914 con l’Aida di G. Verdi dal tenore Zenatello. Risale inoltre al 1996 la designazione da parte dell’Unesco di capitale della musica e della poesia e di quest’anno 2001 l’annovero tra le città il cui valore artistico è patrimonio dell’umanità.

    Si distinguono nella piazza le mura comunali, risalenti al 1100, rinforzate in epoca viscontea e la Torre Pentagona, il cui orologio segna lo scorrere inesorabile delle ore adossata ai , punto d’ingresso alla città durante il periodo comunale.

    L’Arena
    E’ il monumento che più di ogni altro ricorda le origini romane della città e simbolo di essa in tutto il mondo.
    Un grandioso anfiteatro, il terzo per grandezza fra quelli giunti fino a noi e sicuramente quello meglio conservato, nonostante il terremoto del 1183 che distrusse il triplice ordine di arcate sovrapposte che lo circondavano interamente. Oggi di quel paramento rimane solo una porzione formata da quattro campate che con amicizia i veronesi chiamano "ala", ma tanto basta perché anche il turista più distratto possa cogliere l’imponenza del suo aspetto originale.

    Perfettamente integro è invece l’ordine interno, ininterrotta sequenza formata da 72 doppie arcate in pietra che creano un’ellisse larga centodieci metri e lunga centoquaranta.

    Costruita nel primo secolo dopo cristo con il marmo estratto da cave della provincia, originariamente era collocata all’esterno delle mura cittadine. Fu solo nel 265 che, per necessità difensive cagionate dalla presenza di orde barbare nella pianura padania, essa venne inglobata nel perimetro cittadino con possenti mura fatte erigere dall’imperatore Gallieno. Mura che sono ancor oggi visibili nell’omonima piazzetta ad essa retrostante. L’ovale interno ha un’asse maggiore di circa settantaquattro metri e un’asse minore di quarantacinque metri. La cavea è formata da 45 gradini che hanno una altezza media di 45 centimetri.

    Durante gli anni dell’impero essa ospitò numerosi combattimenti di gladiatori, ricordati anche da Plinio il Giovane, nel corso dei secoli al suo interno furono allestiti spettacoli di ogni genere: tornei, giostre, duelli, balletti, circhi e rappresentazioni di prosa. Nell’ottocento qualche "luminare" pensò bene di utilizzarla anche per le ascensioni di mongolfiere ed improbabili corride, a cui nel 1805 assistette anche l’imperatore Napoleone Bonaparte.

    La stagione lirica è ospitata nelle antiche mura dal 10 agosto del 1913. Fu il tenore veronese Giovanni Zenatello ad avere l’idea di allestirvi uno spettacolo d’opera per celebrare degnamente il centenario della nascita di Giuseppe Verdi; la scelta cadde ovviamente su Aida, la più spettacolare tra le opere di Verdi e straordinariamente adatta alla grandiosità dell’anfiteatro sostenuto da una acustica miracolosa.

    Di fronte ai Portoni il Museo Maffeiano ospita lapidi di diversa provenienza ed adiacente ad esso, lungo via Roma, si trova il Teatro Filarmonico, dove annualmente orchestre di fama internazionale si esibiscono, secondo una tradizione musicale da tempo consolidatasi a Verona. Nella stessa via ha sede il Palazzo dell’Accademia Filarmonica ma purtroppo oggi si è persa la forma originaria, risalente al progetto dell’architetto bolognese Bibbiena, a causa delle considerevoli alterazioni dovute ai bombardamenti del secondo conflitto mondiale.

    Castelvecchio Al termine di via Roma spiccano le mura merlate del castello medioevale, Castelvecchio, l’imponente dimora voluta dagli Scaligeri al tramonto della loro dominazione, costruito nel 1354: il lungo ponte sul fiume a 3 arcate garantiva una sicura via di fuga in caso di insurrezione della città.

    Al termine del corso si varca la porta romana dei Bursarii, Porta Borsari, dove venivano riscossi i dazi sulle merci che transitavano in città in epoca romana.

    Proseguendo per l’omonimo corso, adornato dalle bellissime vetrine di numerose griff internazionali, si giunge in Piazza delle Erbe, sede del Mercato Nuovo voluto dagli Scaligeri per ampliare il Mercato Vecchio sito nell’omonima piazzetta ai piedi della torre dei Lamberti.

    Piazza erbe ha mantenuto inalterata la lunghezza originaria dell’epoca romana, mentre la larghezza ha subito ampliamenti per i successivi edifici a ridosso della medesima.

    Piazza erbe ha mantenuto inalterata la lunghezza originaria dell’epoca romana, mentre la larghezza ha subito ampliamenti per i successivi edifici a ridosso della medesima.

    Si riconoscono i palazzi del periodo comunale: il Palazzo del Comune lungo la parte orientale, sul lato opposto la Domus Mercatorum voluta dagli Scaligeri come sede delle Arti e dei Mestieri. Il lato orientale dove vi era la Domus Bladorum (magazzino dei foraggi) è occupata dalle case Mazzanti riconoscibili dai vivaci affreschi in facciata a soggetto mitologico: sono fra i palazzi più antichi di Verona, risalenti al 1300.


    L’Arco della Costa All’altezza del palazzo comunale si attraversa l’Arco della Costa, così denominato per la presenza di un osso di cetaceo che vi è appeso, e si entra in una seconda piazza caratteristica di Verona, P.zza dei Signori (gli Scaligeri), o Piazza Dante, in onore alla statua edificata al centro in onore del sommo poeta che qui soggiornò durante il suo insopportabile esilio.
    L’imponenza dei due palazzi scaligeri del Tribunale e della Prefettura collegati dall’Arco della Tortura fanno rivivere quel clima di sapore antico che non si è mai perso in tanti angoli di Verona.
    Se ci si sposta un poco dal Palazzo della Prefettura si scorge la chiesetta di S. Maria Antica, che ospita sulla facciata il monumento funebre e la statua di Cangrande I di Verona, che vigila dall’alto con un ironico sorriso enigmatico. Adiacente alla chiesa si ammira la cancellata in ferro battuto a maglie flessibili che delimita il cortile dove sono conservate le tombe dei signori di Verona, tra le quali spiccano rialzate dal sottosuolo quella di Mastino II e quella di Cansignorio, la più articolata ed arzigogolata negli elementi decorativi.


    Torniamo in Piazza delle Erbe e dirigiamoci verso via Cappello,l’antico Cardo Maximus romano; a metà circa della via sulla sinistra entriamo nel cortile della casa attribuita alla celebre Giulietta.
    L’atmosfera della storia d’amore tra i due giovani provenienti da due famiglie potenti ma avverse, i Montecchi e i Capuleti, si rivive affacciandosi al balcone in marmo bianco, da dove secondo la leggenda la fanciulla strappò la prima promessa d’amore al suo caro Romeo.
    Le fattezze dell’eroina shakesperiana sono state immortalate nel bronzo da Nereo Costantini nella statua che, in segno propizio, viene toccata se non abbracciata dai turisti.

  • Da Casa di Giulietta a Ponte Pietra
    Cominciamo la nostra passeggiata appassionata e irregolare dalla Casa di Giulietta, nella centralissima via Capello, la cui vicenda amorosa, sapientemente narrata da William Shakespeare ha reso la nostra città famosa in tutto il mondo. Si tratta di un’alta casa medioevale dalla facciata di mattoni scuriti dal tempo nel cui cortile si può ammirare il balcone, forse artisticamente non eccezionale, ma sentimentalmente carico di una suggestione che è ritrovabile solo in pochissimi angoli del mondo.
    Risalendo via Cappello si arriva all’antico foro romano, oggi Piazza delle Erbe, a cui ombrelloni del mercato danno un aspetto caratteristico, originale soggetto per numerosi pittori. Lungo la via mediana della piazza sorgono alcuni monumenti tra i quali la colonna Antica, pilastro gotico con edicola eretto nel 1401 per portare le insegne viscontee; il Capitello del XIV¡ secolo, un baldacchino in marmo dove si insediavano i signori e il podestà; la fontana (fatta erigere nel 1368 da Cansignorio della Scala quando condusse sino alla piazza le acque del Lori) costituita da una statua romana chiamata Madonna Verona, recante il motto "est iusti latrix urbs haec et laudis amatrix"; la colonna di san Marco, eretta nel 1523 per sancire l’avvenuto ristabilimento del dominio veneziano (il sovrastante leone è del 1886 e sostituisce quello abbattuto nel 1797 dai Giacobini).


    Costeggiando la Torre dei Lamberti (1172-1464), che con i suoi 83 metri è la più alta della città, e attraversando il volto della Costa, che prende il nome dall’osso di cetaceo appesovi (osso che la leggenda vorrebbe essere la costola di un gigantesco concittadino) si passa nella rettangolare e aristocratica piazza dei Signori, al cui centro spicca il monumento a Dante Alighieri (realizzato nel 1865 da Ugo Zanonini). Il lato sud est della piazza è formato dal fianco romanico del palazzo del Comune e dal palazzo dei Tribunali, nel cui cortile si erge la bizzarra porta dei bombardieri, capricciosamente composta e ornata da elementi e arnesi militari. Nel lato nord ovest la quattrocentesca loggia del Consiglio (detta anche di frà Giocondo, dal nome del suo architetto), il cui splendido cornicione è sormontato da statue raffiguranti i più grandi veronesi dell’epoca romana (Catullo, Plinio, Emilio Macro, Vitruvio e Cornelio Nepote).

    Scandendo verso il palazzo della Prefettura (già residenza degli Scaligeri) si giunge alla meraviglia delle tre Arche Scaligere maggiori, tutte di stile gotico: la tomba di Cangrande I¡ (1329) che è posta sopra la porta della chiesa, e le tombe di Mastino II¡ (1351) e di Cansignorio (1375) che con altri sarcofaghi minori sono chiuse entro un recinto in ferro che riporta intrecciato il simbolo scaligero.


    il liston
    Risalendo il centro storico attraverso via Mazzini (da sempre vasca dello shopping elegante cittadino) si raggiunge piazza Brà, il salotto più noto ed accogliente della città, dove i turisti che passeggiano sul largo Liston di marmo possono avvicinare il comune sentire della comunità veronese.
    La piazza che vi si affaccia è assai irregolare ma grandiosa, per i monumenti che la circondano: l’Arena (monumento simbolo di Verona), anfiteatro romano le cui dimensioni sono inferiori solo al Colosseo, costruito verso la fine del primo secolo dopo cristo con il marmo estratto da cave della provincia. Il palazzo del Municipio, un grande edificio corinzio con pranao sporgente, e il palazzo della Gran Guardia (1610/1821), di nobili forme tardo rinascimentali, si caratterizza per il suo essere rialzato da parecchi gradini rispetto alla piazza ed adornato con uno splendido porticato.
    Unito alla gran Guardia dai portoni della Brà c’è il museo Lapidario, incominciato (primo in Europa) da Scipione Maffei nel 1714. I Portoni, fatti erigere da Gian Galeazzo Visconti nel 1389 sono parte di un percorso sopraelevato destinato a consentire il passaggio dalla Cittadella a Castelvecchio (un vero e proprio castello dalle forme marcatamente militari, con lunghe cortine merlate, sette torri angolari e un mastio centrale, costruito nel 1354).
    Quest’ultimo, raggiungibile da piazza Brà percorrendo via Roma, era nel medio evo il punto d’incontro delle vie consolari Postumia e Gallica e abbracciava in una continuazione muraria l’Arco dei gavi (monumento funerario dell’omonima famiglia eretto dall’architetto Lucio Vitruvio Cerdone) che nel 1805 fu demolito dai francesi per ragioni di viabilità e in seguito ricostruito a fianco del castello.


  • Arche scaligere
    Così Giovanbattista da Persico descrisse le Arche scaligere, ed è difficile dissentire dal suo giudizio.
    A pochi passi da piazza delle Erbe e dai palazzi scaligeri, su un lato della medioevale chiesa di santa Maria Antica, le Arche scaligere sono indubbiamente uno dei siti più notevoli e suggestivi di Verona.
    Un piccolo cimitero privato, monumentale e scenografico, nel quale sono conservate le arche di Alberto I, Alboino, Bartolomeo, Mastino I e Cangrande II, unitamente ai grandiosi monumenti funebri di Cangrande I, Mastino II e Cansignorio, le cui sculture equestri che si levano verso il cielo pare vogliano gareggiare in un interminabile torneo che un sortilegio ha pietrificato.
    Esternamente è protetto da un massiccio recinto in pietra veronese sovrastato da una trecentesca cancellata in ferro battuto, formata da anelli quadrilobi cingenti il simbolo araldico della scala e sorretta da eleganti colonne marmoree sormontate da statue.
    Varie sono le arche a forma di sarcofago in esso presenti, anche di pregevole fattura, ma sono quelle pensili ad attirare maggiormente lo sguardo e la curiosità di quanti hanno transitato per questi luoghi, in ogni tempo.
    La tomba più antica, priva d’ogni elemento ornamentale, risale al 1277 ed ospita le spoglie mortali di Mastino I. Poco più avanti è presente il sarcofago di Alberto I (1301), pregevolmente figurato su lati lunghi e sui fianchi con immagini del defunto accanto a santi e marie, bassorilievi e simboli araldici.


  • La gran Guardia
    Piazza Brà raggruppa una serie di edifici che scandiscono il tempo della storia cittadina e che, nella serena e ridente luminosità dei loro colori, animano la piazza intera in sincronica armonia.
    Il termine Brà è la corruzione del toponimo braida, dal tedesco breit, largo, e nell’Alto Medievo indicava quel tratto al di fuori delle mura romane fino all’Adige. Quando la piazza venne inclusa entro le mura l’appellativo restò, come eredità da trasmettere alle successive generazioni.
    La piazza cominciò ad assumere l’aspetto odierno molto tardi, a partire dalla prima metà del Cinquecento, grazie alla costruzione del Palazzo Guastaverza ad occidente, che con il robusto porticato a bugne del piano inferiore intendeva richiamare, nel progetto del suo architetto Michele Sanmicheli, la possenza delle arcate dell’anfiteatro che gli sta in posizione frontale.
    Un analogo richiamo venne fatto nel lato meridionale della piazza dall’architetto Domenico Curtoni nel progetto della Gran Guardia del 1610.
    L’anno precedente il podestà veneziano di Verona Giovanni Mocenigo ebbe da Venezia l’autorizzazione ad edificare un possente edificio all’altezza della vicina Arena. Visto che la piazza aveva assunto nel corso dei secoli le sembianze di una discarica di pietre e materiali di scarto di edifici cittadini, si decise di ripulirla e di costruire la Gran Guardia, addossata ai Portoni della Brà. I Portoni, due ampi fornici voluti da Gian Galeazzo Visconti al tempo della sua signoria nel secolo XIV per collegare la fortezza di Castelvecchio con la Cittadella viscontea, si saldano da un lato alla Gran Guardia tramite la Torre Pentagona e dall’altro lato al museo maffeiano.
    Il palazzo fu progettato dal Curtoni su due piani. Si manifesta in tutta la sua imponenza per le dimensioni impressionanti: la facciata infatti è lunga oltre ottantasei metri. Il piano terreno, costituito da tredici arcate in robusto bugnato rustico (ogni arcate ha un diametro che supera i tre metri e mezzo) a richiamo della vicina Arena, fu scelto come sede delle esercitazioni militari. Sull’architrave a metope e triglifi si eleva il piano nobile, destinato ad accogliere la scuola dell’ Accademia d’Armi dei Filotimi (amanti dell’onore). Esso è ritmato da finestroni rettangolari separati da semicolonne doriche binate, inquadrate da un’alternanza armonica di timpani triangolari e curvilinei, al di sopra dei quali corrispondono semplici aperture di dimensioni modeste. Cinque fra esse sono riprese nel piano attico che fa da coronamento finale al palazzo. I due lati che si saldano alle mura medioevali presentano le stesse caratteristiche della facciata centrale: un volto a bugnato al piano terra che immette nel portico e al piano nobile tre grandi finestre, ma solo la centrale è sostenuta da un timpano rettangolare.
    Le linee del palazzo palesano l’influenza dello stile sanmicheliano: la divisione in due piani, ad arcate quello inferiore, ad ampie finestre il piano nobile, ricche di una magia chiaroscurale che richiama il vicino palazzo Guastaverza. Un motivo diretto di raccordo con l’arte del Sanmicheli è costituito dai timpani delle finestre superiori, come quelli di palazzo Bevilacqua in Corso Cavour. Ad essi a sua volta il Sanmicheli fu ispirato dai fornici di Portoni Borsari, una delle porte romane più antiche della città.
    Vi è quindi una congiunzione con il mondo classico che, passando dal manierismo del tardo Rinascimento del Sanmicheli, viene interpretato con una nuova sensibilità che prelude allo stile barocco: troviamo un’amplificazione ed un’enfasi, per la verità ancora contenute, che danno l’impressione di trovarsi di fronte ad una maestosa scenografia teatrale. La soluzione architettonica privilegia la larghezza rispetto all’altezza, secondo i richiami di un inquieto gusto barocco che toglierà l’armonica essenzialità tipica delle costruzioni rinascimentali. A segnare questo passaggio di stile sarà la peste del 1630 che porterà come dolorosa conseguenza la crisi economica, artistica ed architettonica di questa fiorente città.
    I lavori subirono un arresto per ristrettezze economiche nel 1614 e furono ripresi nel 1820 sotto la direzione dell’architetto Barbieri, lo stesso che realizzò Palazzo Barbieri, detto anche Gran Guardia Nuova. Successivamente, nel 1836, il progetto del Barbieri fu terminato sotto la direzione dell’ingegnere Enrico Storari che fece completare la parte sinistra del piano superiore e realizzò l’imponente gradinata di accesso. Questa immette nello scalone centrale che collega i vari piani e che lo Storari edificò su progetto di quello del Barbieri. Rispetto ai disegni originari, però, l’accentuata ripidità delle rampe fu ammorbidita, perché non si armonizzava con gli altri elementi architettonici. Furono realizzate due rampe addossate ai muri perimetrali che si riuniscono in un unico scalone. Da qui si accede ad un locale di ragguardevoli dimensioni delimitato da una balaustra che porta nei saloni espositivi.
    Nel 1853 l’edificio poteva dirsi concluso con soddisfazione di tutta la cittadinanza. Purtroppo ebbe bisogno di interventi di sostegno a causa della posizione instabile per la natura del terreno ghiaioso su cui sorge. Il primo venne effettuato nel 1840, poco prima del suo completamento, allorché il porticato dette segni di cedimento e dovette essere puntellato con un rinforzo robusto. L’ultimo intervento risale al 1989, durante il quale si procedette ulteriormente a rafforzare il porticato.
    Anche se il progetto dello Storari concepì l’utilizzo del primo piano in direzione della Brà come Pinacoteca, mentre i saloni verso l’Adigetto come Accademia di pittura, tale piano non fu attuato per la scarsa illuminazione del primo piano, di ostacolo nella valorizzazione dei colori delle pitture. Il palazzo fu invece utilizzato per esposizioni e mostre di diversi temi, proiezioni cinematografiche, concerti e rappresentazioni teatrali. Dopo il 1945 vi trovarono collocazione gli uffici dell’anagrafe.
    La Gran Guardia è stata lo scenario di innumerevoli mostre d’arte a cominciare dall’undici agosto 1869 in cui ebbe luogo la Biennale Nazionale della Società delle Belle Arti. Seguirono la Cispadana nel 1919, la postuma di Alfredo Savini, direttore dell’Accademia Cignaroli nel 1925, la I Sindacale Fascista nel 1931 e la retrospettiva di Angelo Zamboni nel 1939, la XII Mostra d’arte Veneta e il I Premio Verona nel 1942, quest’ultimo reiterato nel 1943. Le esposizioni continuarono nel 1949 con la quarantanovesima Esposizione della Società delle Belle Arti, inaugurata dal Ministro Guido Gonnella. Molte rassegne furono dedicate a nomi illustri della pittura locale: Vedova nel 1961, Dall’Oca Bianca nel 1967 e De Pisis nel 1969. Durante l’estate del 1981 l’arte si aprì agli influssi stranieri, grazie ad una interessantissima mostra dedicata alla Pop Art e al Nouveau Realisme tra gli anni sessanta - ottanta, mentre nel 1989 si tenne "Il Veneto e l’Austria", una rassegna sulla vita culturale ed artistica delle città del Veneto tra il 1814 - 1866. Nel 1990 fu organizzata una seconda Biennale dalla Società delle Belle Arti, visto il successo riscosso dalla prima.
    A partire dal 1998 il palazzo, sotto la direzione dell’architetto Calcagni, ha subito un paziente lavoro di pulitura che ne ha ripristinato la purezza della pietra originaria sia del bugnato nel portico al piano terra, sia al piano nobile dove le grandi finestre amplificano l’effetto luminoso della luce che vi si rifrange, nell’abbaglio di una scintillante e diffusa luminosità.
    La riapertura al pubblico risale al 28 giugno 2001, con l’inaugurazione dedicata ad una mostra di opere americane facenti parte della collezione del conte Giuseppe Panza di Biumo, dal titolo "La percezione dello spazio, arte minimal della collezione Panza, dal Guggenheim di New York". La mostra, nell’accogliere la contaminazione di generi diversi e moderni, ha dato l’avvio a concepire la Gran Guardia funzionale alla sua posizione, su un lato di una delle piazze più affascinanti d’Italia.Da questo momento fa da quinta imponente a manifestazioni congressuali ed eventi culturali di elevatura internazionale che trovano collocazione nei saloni al piano superiore, coniugando l’esaltazione di un edificio antico con le più moderne esigenze cittadine.
    Per rendere attuabile lo spazio sia di un centro congressi, sia di un auditorium, l’edificio è stato ampliato con l’aggiunta di una struttura non visibile a prismi che degradano in altezza dietro il palazzo e si saldano alle mura medioevali. I saloni sono stati modificati in base alle esigenze di ottenere una struttura divisa in cinque livelli con funzioni diverse. Si passa dal primo livello costituito dal piano scantinato che accoglie gli impianti per l’energia, al secondo all’altezza di via Adigetto dove è stata realizzata la sala congressuale e concertistica, preceduta a una hall e relativi servizi, con la capienza di cinquecentoquaranta posti a sedere. Si accede quindi attraverso il portico alla galleria del terzo livello, dotata di foyer, che si integra alla precedente sala con una capienza di centoquaranta posti. A questa altezza è stato realizzato il servizio biglietteria, il bookshop e gli ascensori. Vi è altresì la cosiddetta sala "Torre Pentagona", un grande vano dotato di caffetteria per conversare piacevolmente nei momenti di sosta. Attraverso lo scalone centrale si passa a quarto livello che accoglie una sala multifunzionale dalla capienza più contenuta di quaranta posti a sedere. Il piano nobile corrisponde al quinto ed ultimo spazio. Qui, oltre ad una sala convegni di duecentodieci posti è possibile ammirare le antiche sale in occasione di mostre importanti.
    Per rispondere alla moderna tecnologia che un centro congressi richiede, si è provveduto a climatizzare gli ambienti interni e a dotarli di televisione a circuito chiuso, postazioni di controllo dati e gestione degli impianti, apposite cabine per la traduzione simultanea, la proiezione, videoconferenze, sistemi antincendio ed anti intrusione, apparecchiature informatiche e sonore. Tutto ciò è stato realizzato nel rispetto e nella consapevolezza che il monumento è antico e non deve essere alterato in maniera brutale, intaccandone le fattezze originarie.
    Tutto il paziente lavoro di sistemazione al servizio dei bisogni cittadini è stato reso possibile grazie agli stanziamenti della ditta farmaceutica britannica Glaxo, che proprio a Verona ha impiantato importanti stabilimenti, ma mancava finora di adeguate sale per accogliere i continui congressi mondiali inerenti al mondo della medicina.

  • Palazzo Barbieri
    Sotto la dominazione austriaca a Verona (1814- 1866) la città assistette in tempi brevi al progresso ed all’industrializzazione.
    Nel 1837 si avviò la costruzione della Strada Ferrata Ferdinandea, destinata a congiungere Milano con Venezia, a cui seguì tre anni più tardi la congiunzione di Porta Nuova con Porta Vescovo tramite il Ponte della Ferrovia. L’inaugurazione successiva (1867) della linea ferroviaria con Bolzano (quella che sarà la famosa Brennero - Modena), fece assurgere la città a nodo centrale del sistema di comunicazione del Lombardo - Veneto.
    Ma ad un’attente analisi delle condizioni socio - economiche tale progresso fu forzato e non rispondente ai bisogni cittadini, poiché i piccoli commercianti, che per i traffici si erano sempre serviti della navigazione atesina, ricevettero un duro colpo dall’avvento della ferrovia, ritrovandosi in condizioni di indicibile miseria.
    Le fabbriche che prosperavano erano quelle delle armi e degli alcolici, consumati in larghe quantità dagli Austriaci, non tenendo conto delle esigenze della popolazione, da sempre dedita ad attività rurali ed al piccolo commercio della lana e della seta, anzi soffocandole.
    Alla popolazione sradicata dal proprio mondo non restò altro che essere impiegata nelle nuove fabbriche, sotto il giogo di nuove disposizioni, tra cui le pesanti servitù militari che vietavano sopraelevazioni, demolizioni e ricostruzioni di qualsiasi tipo. Verona mutò radicalmente aspetto: da città di piccoli commercianti e coltivatori passò a cittadella militare con incombenze amministrative.
    Il fulcro della vita cittadina si era spostato da piazza Erbe a piazza Brà.
    Qui nel 1770 era stato creato l’elegante listòn, il lastricato in pietra di Prun, dove la cittadinanza amava passeggiare nelle ore di ozio, ritrovandosi piacevolmente a chiacchierare.
    Ornamento e vanto della piazza erano già importanti edifici come la Gran Guardia, il Museo Maffeiano, il Teatro Filarmonico, affiancati da palazzi nobiliari dal gusto sanmicheliano, tutti con la funzione di richiamare e suggerire un continuum con l’Arena, il meraviglioso anfiteatro romano risalente al periodo augusteo. Nel 1827 venne vagheggiata la costruzione di un’ imponente fabbrica neoclassica sul lato nord est della piazza, aumentandone l’imponenza, per trasportarvi gli uffici dell’amministrazione austriaca che si trovavano nella Gran Guardia. Fu così che nel 1830 si avviò la costruzione di un nuovo palazzo detto della Gran Guardia Nuova, per distinguerlo dal suo omonimo.
    Il progetto fu affidato all’ingegnere ed architetto Giuseppe Barbieri che costruì anche il Cimitero Monumentale e terminò la facciata della Gran Guardia Vecchia.
    Il lato sud-est di piazza Brà era occupato dal piccolo rione di S. Agnese con l’omonima chiesetta, attestata già nello Statuto dei Notai di Verona del 1268.
    Nel Quattrocento la piccola chiesa di S. Agnese cedette la propria giurisdizione parrocchiale alla vicina chiesa di S. Donato alla Colomba, che sorgeva al posto dell’attuale hotel Colomba d’Oro in via Carlo Cattaneo, perché il rione si era fortemente degradato ed era quasi deserto.
    Nel 1478 si decise di costruire un ricovero vicino alla chiesa di S. Agnese per accogliere chi avesse bisogno di cure in caso di pestilenza, ricovero che poi si trasformò in ospedale.
    Il primo marzo 1520 venne inaugurato il nuovo Ospedale della Santa Casa della Misericordia, che fu ampliato da un secondo fabbricato più grande nel 1782. Quest’ultimo fu costruito nel centro della piazza ed il progetto a pianta trapezoidale venne deciso dall’architetto Antonio Pasetti: il piano terra rispondeva a caratteri di funzionalità per i cittadini, con spazi aperti nei fornici al piano terra per i magazzini e le botteghe: i due piani sarebbero serviti come ricovero per gli ammalati e dormitorio per i bisognosi ed i mendicanti.
    Nel 1786 anche il secondo ospedale era concluso e fu intitolato alla Misericordia Nuova per distinguerlo dal primo. Sotto gli Austriaci questa costruzione al centro della piazza più importante della città subì critiche così forti, che ne fu deciso il repentino abbattimento nel 1819. La piazza venne liberata e ripulita: si decisero alcuni interventi relativi all’aumento del decoro urbano: fu abbassato il livello della piazza per mettere in vista le parti interrate dell’anfiteatro, che nel frattempo era stato ripulito da rifiuti e macerie che si erano accumulate nei secoli, mentre gli anfratti sotto i fornici terreni erano stati sgomberati dalle botteghe polverose dei commercianti.
    Si pensò inizialmente di costruire al posto dell’ospedale una sede stabile per il mercato delle biade e del grano che fin dagli inizi del Settecento si teneva in Brà.
    La proposta era quella di due corpi di fabbrica, uno verso via Pallone, a pianta semicircolare, con portico ad uso sia di magazzino sia di teatro, mentre il secondo verso il Listone, ad esso collegato e parallelo, con pianta rettangolare, ad uso di retroscena del teatro. Il Barbieri presentò un progetto molto ambizioso che prevedeva la realizzazione di un "porticale quadrilatero con trentasei colonne del diametro di Piedi sei, che servirà d’ingresso al pubblico passeggio, nonché per uso del mercato biade."
    Ma il Comune all’ultimo momento accantonò tale realizzazione per far posto al Palazzo della Gran Guardia Nuova, che, terminato nel 1848, fu destinato ad accogliere gli uffici della guardia civica austriaca.
    Il Barbieri costruì un palazzo dalle chiare linee del gusto neoclassico che allora era di moda. Il Neoclassicismo fu una corrente diffusa da due tedeschi, Joachim Winckelmann, esteta ed archeologo, e Gotthold Lessing, filosofo e letterato. Essi auspicarono il recupero dell’arte greca nelle sue forme essenziali ed armoniche, arrivando ad un modello di bellezza oggettiva, i cui caratteri di compostezza, misura ed equilibrio assolvevano ad una precisa funzione rasserenatrice della mente.

    L’intera facciata è disegnata da linee che ricordano lo stile bugnato di innumerevoli palazzi sanmicheliani. Durante la seconda guerra mondiale il palazzo venne danneggiato dai bombardamenti e nel 1947 gli architetti Raffaele Benfatti e Guido Troiani lo ristrutturarono, decidendo inoltre l’aggiunta di un altro corpo sul retro di forma ellittica, per sopperire all’incipiente bisogno di nuovi uffici comunali. La nuova costruzione non stona con la visione d’insieme del palazzo, sia perché è nascosta sul retro, sia perché richiama con l’andamento circolare le forma dell’Arena. Maggiori perplessità suscitò invece palazzo Barbieri nei cittadini veronesi, che lo giudicarono freddo ed accademico, una imitazione semplificata ed essenziale della classicità.
    Ma si deve considerare che gli architetti del tempo, compreso il Barbieri, erano fedeli osservanti delle richieste austriache, che davano moltissima importanza alla posizione degli edifici che dovevano assolvere alla funzione di aumentare il decoro della città, più rispondere a canoni artistici ed estetici dell’edificio in sè. Inoltre ciò che si perseguiva era soprattutto la semplicità delle forme e la suddivisione funzionale degli spazi interni, a scapito talora di un tocco più personale dell’architetto. Palazzo Barbieri risponde in pieno a queste esigenze e non manca da sempre di stupire i turisti che, sostando sulla scalinata centrale, godono un’ariosa visione del parco nel centro della piazza, deciso nel 1873 dalla Municipalità.



scusate se testo, storia e foto sono ’scopiazzate’...vi assicuro che è stata una piacevole improvvisata...una serata alternativa, tanto piacevole quanto imprevedibile e suggestiva per igli scenari proposti

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silvy82, 25 anni
spritzina di provincia di Pd
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Sono sistemato

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