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Tuesday, November 06, 2007 - ore 00:54
SOS DARFUR
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Di cosa si tratta? Di un conflitto, di vecchia data, tra le popolazioni della regione (fur, masaliti e zaghawas, dajo, tunjur e tama) e il potere centrale di Khartoum.
Stanco delle troppe ingiustizie, del lungo e più totale abbandono, e dei ripetuti assalti delle forze governative, in particolare degli Janjaweed ("uomini a cavallo" – miliziani al soldo del governo centrale), il 25 febbraio 2003, il Fronte di liberazione del Darfur (Fld), presieduto dall’avvocato Abdel Wahid Mohamed Nur e formato da comitati di autodifesa dei villaggi fur nel Jebel Marra, è di nuovo insorto, unendosi ad altri gruppi etnici della regione (masalit, zaghawa e berti). Il Fronte ha preso, poi, il nome di Esercito di liberazione del Sudan (Als). E s’è alleato al Movimento per la giustizia e l’uguaglianza (Mje) che opera più a nord.
Da allora la situazione in Darfur è andata continuamente deteriorandosi. Gli Janjaweed non hanno mai smesso di assaltare villaggi, uccidere, violentare, bruciare capanne. Le vittime, questa volta, non sono "animiste" o cristiane: sono tutte musulmane. «Si tratta della più grave crisi umanitaria al mondo», ha detto il coordinatore dell’Onu per il Sudan, Mukesh Kapita.
Le cifre? 30.000 morti (almeno 10.000 negli ultimi 16 mesi), oltre 800.000 gli sfollati («le loro condizioni di salute stanno peggiorando drammaticamente per mancanza di assistenza»: così Medici senza frontiere, una delle poche organizzazioni umanitarie che hanno potuto continuare a operare nella regione), 110.000 rifugiati nel vicino Ciad (le truppe regolari sudanesi e le milizie Janjaweed hanno più volte attraversato il confine con il Ciad per attaccare i campi dei rifugiati, causando tensioni tra Khartoun e N’Djamena).
Il giudizio di Human Rights Watch: «Il governo sudanese è responsabile di pulizia etnica e di crimini contro l’umanità. Nel Darfur vige il terrore». Il segretario delle Nazioni Unite, Kofi Annan, dopo aver riconosciuto la pulizia etnica, ha commentato: «Il rischio di genocidio è reale»; e ha accennato a un possibile intervento armato internazionale.
Anche l’Alto commissariato delle Nazioni Unite parla di «crimini di guerra e crimini contro l’umanità». Ai primi di maggio, l’Alto commissariato Onu per i diritti umani, al termine di una missione d’inchiesta nel Darfur, ha confermato la gravità dello scenario.
Allami Ahmat, diplomatico ciadiano che sta tentando la mediazione, ha accusato Khartoum di aver disatteso l’accordo firmato l’8 febbraio scorso a N’Djamema, che prevedeva il disarmo degli Janjaweed. L’8 aprile, il presidente sudanese Omar al-Bashir ha sottoscritto un nuovo cessate il fuoco di 45 giorni. In assenza di un vero accordo politico tra governo e ribelli e un reale disarmo delle milizie arabe, questa nuova tregua (la terza in sei mesi) rischia di aggiungersi alla lunga serie di accordi non rispettati.
Khartoum ripete: «È un affare interno, tutt’al più regionale». Ma il suo tentativo di porre fine al conflitto con la forza tra gennaio e febbraio di quest’anno, per poi presentare il fatto compiuto alla comunità internazionale, gli si è rivoltato contro. Ufficiali originari del Darfur si sono rifiutati di bombardare villaggi della loro gente. C’è il concreto rischio di un ammutinamento di settori dell’esercito.
Il conflitto divide anche il fronte islamico nel nord del paese. Non si tratta più di eliminare “nemici della fede”. Il Darfur conferma il fallimento dei vari governi nell’affrontare i temi della divisione del potere e dell’equa distribuzione delle ricchezze. È un problema politico che richiede una soluzione politica. Non solo: il Darfur rientra in una “equazione nazionale” e non fa affrontato separato dal resto. E, comunque vada, questo conflitto segnala la fine del progetto di Khartoum di islamizzare il paese.
Intanto i paesi confinanti con il Sudan e quelli del Nord Africa tengono un profilo basso. Gheddafi lo ha definito «conflitto tribale» e s’è affrettato a stigmatizzare ogni «interferenza non africana». La Lega araba e l’Organizzazione della conferenza islamica non hanno ancora preso alcuna posizione. Mentre la neonata Unione africana, per bocca del suo presidente Alpha Omar Konaré, sembrerebbe disposta a porre il Darfur tra le sue priorità (Nigrizia, 5/04 8).
L’Ue, presente nelle trattative di pace a Naivasha (Kenya), deve fare pressione su Khartoum e sui leader del sud perché riconoscano l’estrema importanza di una soluzione pacifica in Darfur come parte integrante di tutto il processo di pace sudanese. È necessario bloccare l’invio delle milizie Janjaweed, e chiedere ad ambedue i fronti il rispetto del cessate il fuoco per permettere alle agenzie Onu di intervenire.
Ma soprattutto è urgente muoversi per facilitare il dialogo tra le parti.
Di sicuro non sta a guardare la Campagna italiana per la pace e i diritti umani in Sudan, di cui Nigrizia è parte. Dopo aver, per anni, monitorato la situazione e informato l’opinione pubblica, continuerà i suoi sforzi perché la pace in Sudan, e ora in particolare nel Darfur, trovi posto nell’agenda politica italiana ed europea.

Perchè tutti non dimentichino!
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