Diventare grandi è possibilità di tutti, realtà per qualcuno. La fama del col. Mario Giuliacci sta nel prevedere in anticipo le perturbazioni, le alte e basse pressioni, le turbolenze nell’oceano. La grandezza di un Giorgio Armani sta nell’intuire le linee di tendenza della stagione a venire. La capacità di un genio sta nell’anticipare i tempi perché ne percepisce il loro arrivo. La bravura di Gianluigi Buffon sta nell’intuire in anticipo la direzione di un calcio di rigore. L’eccezionalità di una mamma sta nel leggere in anticipo avvenimenti che il figlio le racconterà solo tre ore dopo.
Difficile diventare grandi! Perché si tratta di leggere piccoli fatti, sfumature delicatissime, segni ancora nascosti: una nuvola strana, un vestito accattivante, un’intuizione inedita, uno sguardo sulla porta, una tristezza sul volto.
Da cosa s’intuisce la genialità di un credente?
Ieri non è tempo passato. Rimane eterno presente nel calendario in cui si contano i giorni dell’uomo. Ieri, come oggi, i discepoli erano orgogliosi dei loro templi: la grandezza, la maestosità, la superbia delle pietre! Ma cosa resterà? A Babele rimase un pugno di polvere, a ricordo del più grande licenziamento che storia umana rammenti nei suo archivi. Arrivò improvvisa, forse troppo inaspettata per essere prevedibile. Come improvviso irromperà il giorno ultimo del Signore.
“Quando, quando Signore, succederà questo?”. Vedi il tempo dell’uomo? L’uomo attende, progetta e pianifica. Dio attende, irrompe e scombussola. L’uomo vive di minuti, di ore, di giorni. Forse di anni. Dio misura il tempo immergendolo nell’Eterno. Mille anni per l’uomo sono 365 giorni moltiplicati per mille volte. Mille anni, per il Signore, sono come il giorno di ieri che è calato. Meglio: come un turno di veglia nella notte. Il tempo per l’uomo è un castigo: corse sfrenate, minuti contati, nervosismo palpabile tra le mani. Il tempo è diventato una prigione: si lotta contro il tempo, si maledice il tempo, si spreca il tempo, si mangia il tempo. Si ha paura del tempo. Delle rughe. Della vecchiaia. Per Dio il tempo è fotografia della sua passione per l’uomo.
“Quando, quando Signore, succederà questo?”. Perché se il cielo è nuvoloso ci si prepara alla pioggia. Se c’è traffico sul Grande Raccordo Anulare si parte prima. Se la mèta è distante ci si mette in macchina pazienti. Se si sa cosa c’aspetta…tutto diventa meno terribile da vivere. Ma Lassù si ragione diversamente: l’Uomo di Nazareth non ci sta a fare l’indovino. Nato falegname sulla scia di un Padre Creatore, rifuggì sempre la tentazione di usare tarocchi, cartomanzie e pendolini per annunciare la bellezza di casa sua! Non stilò calendari sullo stile di Frate Indovino ma alla domanda sul tempo, replicò con un gesto di tenera attenzione:
“Guardate, non siate ingannati. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: Io sono. E: il tempo è vicino. Non andate dietro a loro”. Cioè: attenti alle fregature! Invito a tenere desto lo sguardo! Tempo incerto ma segni certi: popolo contro popolo, regno contro regno. Pestilenze, carestie e terremoti. Il fratello nella morte del fratello. Il padre del figlio. Il figlio dei genitori. Mani addosso, minaccia di tribolazione, prigioni che si aprono, tribunali schierati a battaglia. Flagelli nelle sinagoghe. Con un Maestro così in pochissimi hanno retto il suo passo.
Una manciata di uomini e alcune donne. Ma di fronte a questo tamburo di minacce pure loro, discepoli innamorati ma confusi nel seguire la follia di quel Maestro, sbottano:
“Quando, quando tutto ciò, Signore?”. E Lui - che per tutta la vita, tra l’altro, ha sempre e solo parlato di vita - sorprende con pesantezza. Tempi e giorni sono conosciuti da nessuno. Neppure dal Figlio, nemmeno dagli angeli. Solo dal Padre. Che terribile questo Dio! O forse è rimasto l’ultimo atto di misericordia, la mano sulla testa che le nonne invocano per noi con le loro giaculatorie, un gesto di tenerezza azzardata? Un tempo volutamente nascosto, un tempo drammaticamente descritto.
Malachia – parola di Dio sbraitata nel Testamento Primo – parla di una
“fornace ardente in cui i malvagi saranno bruciati come paglia”. Bruciati in quel giorno, di essi non rimarrà nulla! La Parola di Lassù non è la parola di quaggiù. Le parole degli uomini vanno e vengono. Si chiamano e ri-chiamano. S’abbelliscono, s’abbruttiscono, cambiano direzione nei vocabolari. Cambiano pure significato! La Parola di Dio non è parola: rimane Voce che disturba. Lassù il giorno rovente non è un’accaldata giornata d’estate, con l’aria irrespirabile, con l’afa insopportabile. Quel forno non va confuso con una sauna benefica. E sull’orizzonte non si staglia quel Dio pacioccone e palestrato, con gli occhiolini azzurri e i capelli biondi, con la testina inclinata a sinistra e le manine giunte che ci hanno inculcato generazioni di catechismo più o meno eretico.
Balle! All’orizzonte si staglia semplicemente Dio.
“Per voi, invece, cultori del mio nome, sorgerà con raggi benefici il sole della giustizia”. E’ l’altra possibilità. Cultori del nome: per essere tali non basta il nome di Dio sulla bocca, i tatuaggi di Maria sui muscoli – sul seno – sulle cosce. Crocifissi sul naso, sulle orecchie, nelle sopracciglia! Cultori del nome sono coloro che prendono sul serio la portata di Cristo. Che si battono, che s’arrabattano, che si mettono in gioco. Che vivono, sognano, s’impegnano e denunciano. Che sudano, piangono, tremano. Sperano. Gente capace di giocarsi la vita a larghi orizzonti. Perché, capisci bene, che essere respinti da Cristo non significa essere un po’ trascurato. Significa: respinto! Cioè cacciato. Rigettato. Buttato fuori.
Tutta colpa degli occhi di Cristo: che vanno oltre le pietre! Che vanno oltre una comoda poltrona affittata in Parlamento da dieci legislature, oltre il milione di preferenze ottenute. Occhi che non s’arrestano ai trucchi, agli stracci colorati, alla bellezza profana di un corpo da esibire. Che si spingo più in la’ di un applauso, di un inchino, di un sorriso beffardo. Occhi che smascherano il prete sicuro: di se’, della sua storia, delle sue capacità. Che spettacolo desolante:
“non resterà pietra su pietra”. Cioè: non resterà pagina su pagina. Finanziaria su finanziaria. Parola su parola. Opera su opera. Discorso su discorso. Articolo su articolo. Rimarrà pietra su pietra…
Potrebbe essere una domenica di ordinaria provocazione. Potremmo dormire ancora in pace: entrare in chiesa, sbadigliar, uscire come ci siamo entrati: per abitudine. Potremmo fregarcene delle minacce ascoltate, della speranza nascosta, della Parola ascoltata. Siamo liberi di farlo.
Ma attenzione: quest’Uomo diceva
"Alzati" e il paralitico camminava,
"Ascolta" e il sordo udiva,
"Seguimi" e pescatori navigati abbandonavano mestieri conosciuti,
"Butta la rete" e quella si spezzava per i troppi pesci,
"Dopo tre giorni risusciterò" e trovarono un sepolcro spaccato,
"Vattene, Satana" e il demonio s’allontanava, alza
cinque pani e due pesci e ne tornano a migliaia. Insomma: ciò che diceva accadeva.
Mi sa che pure quelle di oggi non saranno parole a vuoto!
Purtroppo. O per fortuna. GOD BLESS YOU