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Wednesday, November 21, 2007 - ore 19:06
I silenzi dellEuropa
(categoria: " Vita Quotidiana ")
di Franco Venturini
Chi ha paura di Nicolas Sarkozy? Il capo dell’Eliseo, è vero, si muove con la discrezione di un carro armato. Libera ostaggi dalla Libia al Ciad e spera di farlo anche in Colombia, alza il tono sul nucleare iraniano, maltratta una intervistatrice troppo curiosa, gioca al grande mediatore nei vertici europei, contrappone la sua grinta a quella di Putin, scuote il santuario della Banca centrale europea, evoca un nuovo ruolo di Parigi nella Nato e prospetta una improbabile Unione mediterranea. Poi arriva a Washington per dire che «si può essere amici dell’America e diventare Presidenti della Francia ».
George Bush esulta, i partner europei molto meno. Cosa si è messo in testa speedy Sarko, vuole essere più atlantico dei britannici, più attento all’Est dei tedeschi, più mediterraneo degli italiani e degli spagnoli? Dietro tanto attivismo non c’è forse il solito nazionalista francese, in bilico tra neoliberismo e neocolbertismo? Se sono questi gli interrogativi che accompagnano l’irruenza di Sarkozy, confessiamo subito di non saper fornire risposte adeguate. Sul fronte interno come su quello internazionale il Presidente della Francia resta per molti versi un enigma strategico in attesa di verifica. Ma un elemento, questo sì, salta agli occhi sin d’ora: il suo diverso coraggio politico rispetto agli altri leader europei.
Cosa fanno costoro mentre Sarkozy si agita, certo per riportare in prima fila la Francia ma anche per non far sparire del tutto l’Europa degli Stati? Angela Merkel è prigioniera della Grande coalizione e delle sue personali cautele. Gordon Brown fatica a diventare quel che deve essere, cioè autorevolmente diverso da Blair. José Luis Zapatero concentra le sue energie all’interno e predilige il profilo basso all’esterno. Romano Prodi paga l’alto prezzo di una instabilità politico-istituzionale che rende l’Italia poco credibile. Incapaci di contare insieme i leader europei sembrano progressivamente rinunciare anche all’ambizione di contare singolarmente, danno l’impressione di voler uscire dalla Storia con i loro silenzi e le loro inerzie.
Proprio mentre il mondo occidentale, in primo luogo grazie agli errori dell’amministrazione Bush, somiglia sempre più a quell’orchestrina che suonava sulla tolda del Titanic. ARTICOLO COMPLETO
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