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Saturday, November 24, 2007 - ore 17:13


Collaborazione con Il Padova
(categoria: " Vita Quotidiana ")


MEMENTO VIVERE
"Arresti domicilari scontati negli outlet"

di don Marco Pozza
da Il Vicenza, sabato 24 novembre 2007, pag. 6

Vicenza: terra d’incontro, spazio di incroci, condivisione di vite radicate in paesi tra loro estranei. Ai piedi delle montagne annovera figli salpati per lidi lontani: la guerra li ha dispersi, la fame li ha costretti ad incamminarsi, l’amore ha fornito loro il biglietto di rientro. Città che conserva la fatica della partenza, la malinconia dell’incertezza, la nostalgia di casa una volta accasatisi in terre straniere. Ma la storia inebria ancora col suo profumo?
All’esterno di tante fabbriche oggi ti da’ il benvenuto una scritta tanto osannata quanto maledetta: “Outlet”: garanzia che con pochi soldi puoi comprare pezzi firmati rimasti invenduti o difettosi. Il nonno, l’altro ieri, riempiva un bisogno con un appagamento. Magari sudato, guadagnato, inseguito. Il nipotino, oggi, strangola il bisogno ancor prima d’avvistarne l’arrivo. Con conseguenza buffa sotto gli occhi: rastrelliamo firme perché i vagabondi stiano a casa loro e non c’accorgiamo che a casa nostra i vagabondi siamo noi. Ieri si ideavano esistenze intere: annate di lavori, riposi e amori. Oggi, al massimo, vagheggiamo sul prossimo week-end: sempre che lo stress non lo massacri ancora prima del suo nascere. Rabbia alle stelle quando non ci fanno sentire importanti: poi basta e avanza annoverarci tra i consumatori e gli utenti. Con l’aggravante di non accorgerci più della nostra insignificanza tra i sentieri dell’uomo.


L’outlet è la fotografia in digitale del “non luogo” formulato da Marc Augé: spazio senza identità, storia, legami: addio vecchie strette di mano, capitoli di storia intrecciati, fotografia di volti invecchiatisi nel tempo. L’uomo è solo: vagabondo dimentico di una storia da interpretare. Meglio: da inventare e scrivere. Da elaborare!
Siamo ancora capaci di ascoltarci? Sentire è un problema di acustica, ascoltare è un problema di cuore. Ascoltare è lasciare che le parole dell’altro cadano dentro di noi, nel profondo, nell’anima. Non si ascolta solo con le orecchie! Ascoltare è sedersi vicino. Concentrare l’attenzione su di lui. Non sbirciare l’orologio. Si ascolta con lo sguardo. Con gli occhi. Con le mani. Noi al massimo sentiamo!
Salvo poi scandalizzarci se i bambini elaborano baby-prestazioni per saldare debiti da gioco. D’altronde stiamo insegnando loro che se domani l’outlet chiude…l’occasione è persa!
Loro sono coerenti. Loro!


CON I PIEDI PER TERRA
"Alza le gonne alla Parola"

di don Marco Pozza
da Il Padova, venerdì 23 novembre 2007, pag. 6

Arriva in plurali termini quasi ad anticiparne l’eccitazione, strapazza l’umano pensiero e dall’umano pensiero viene strapazzata. Scontro tra pugili indomiti! Infagottata di plurale pur popolata di singolari che, sorte unica, si decantano al singolar-plurale. Folle Parola perché scesa per poi rincasare. Ritorno previsto dopo aver strappato pensieri carnali e celesti enigmi all’umano intelletto che in Lei osa imbattersi. Parola come fiume: non fiume di parole. E’ pensata nei rotoli sacri. Pesata dai sacri rotoli. Per essere pensabile nei meridiani umani.
Parola impossibile a leggersi dritti: troppo significato non regge su ginocchia che da Lei prendono forma. Energia e vita. Diffidente delle ginocchia diritte, l’uomo le piega. Così va impugnata: unico libro a leggersi senza ausilio di schienale. Parola creata nell’Eterno. Parola creante: dentro di Lei una creazione inarcata scalpitava per esplodere. Strumento primordiale di un Dio ambizioso: creare senza mani, solo con potenza di Parola.


Solo Lassù certi pensieri non recano in dono emicranie fastidiose.
E’ dogma appreso agli elementari studi che la parola rappresenti qualcosa. Pochi abitano ancora case dove le parole non solo rappresentano, ma interpellano. Cioè dimenano, ti s’agganciano ai capelli. Bussano! Bianche mosche coloro che s’arrischiano e s’azzardano di alzare la veste alla parola. Alla Parola che svela i lineamenti di chi la pronuncia. Intenti a guardarsi – svelarsi – chiamarsi… le parole vacillano: rimangono i gesti a eterna supplenza. Prova ne fu l’Uomo di Galilea: abitava parole forti perché era la Parola più forte. Parola strana da diventare minuti, giorni e anni. Carne, passione e desiderio. Paura, agonia e risvegli. Ma pur scuotendo e svelando rimase la croce: parole e Parola divennero tutt’Uno.
Le parole vanno e vengono. Si chiamano e ri-chiamano. S’abbelliscono, s’abbruttiscono, cambiano direzione nei vocabolari. La Parola non è parola: rimane suono eterno. Ogni traduzione è tentativo di rispondere alla vertigine procurata negli originali scritti consegnati nel tempo. E’ tradimento. Severa l’ermeneutica di Nazareth: o servi l’originale scritto, o ti schiavizzi al contemporaneo bisogno di capirla.
Non diremo più nemmeno a Padova Ave Maria! Si dirà Rallegrati Maria!
Se la pensi pura trastullazione teologica, svesti la Parola.
Sotto c’è una sfumatura più penetrante di Dio.


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