Quando mi trovo spettatrice di certi eventi memorabili, il mio
morale si risolleva e ritrovo
fiducia nel mondo, perché penso che, sotto a tutta la melma prodotta da questa società, cova ancora la
speranza...

Ieri sera,
Roberto Benigni (25 ottobre 1952), leggendo in diretta ed il prima serata il
V canto dell’Inferno dantesco mi ha commosso, esaltato e fatta felice.
Adoro la Comedia: ho una
passione viscerale, assoluta e quasi maniacale per i 14.223 endecasillabi a terzine con rima incatenata che compongono l’opera del fiorentino Dante Alighieri (1265-1321), poeta, scrittore e politico, figlio di Alaghiero di Bellincione e di Bella degli Abati: tutto merito -o colpa- del mio insegnante di Lettere del Liceo che, grande medievalista, mi ha trasmesso, durante indimenticabili lezioni e letture, un imperituro attaccamento al
Sacrato Poema... Leggere Dante mi dà sempre un
piacere profondo, perché infinite sono le sfumature, le scoperte, le chiavi di lettura, perché il suo linguaggio arriva a vette insuperabili ed insuperate, perché tutta la gamma delle emozioni umane è rappresentata in questi 100 canti. L’Inferno poi è la
Cantica che più sente affine un moderno ed io non faccio eccezione: da peccatrice (su
7 peccati capitali, di 3 sicuramente mi sono macchiata in passato e mi macchierò in futuro:
ira, gola e lussuria) partecipo profondamente delle sofferenze dei dannati...

Benigni, dopo aver
sparato a raffica per un’ora
sui politici di entrambi gli schieramenti:
Silvio (Berlusconi),
Clemente (Mastella),
Massimo (D’Alema),
Gianfranco (Fini),
Romano (Prodi),
Silvio (Sircana),
Francesco (Storace),
Sandro (Bondi) ecc ecc ecc ... ha spiegato e poi letto il
V canto dell’Inferno, il canto dei
lussuriosi, il canto di
Paolo e Francesca.
Intesi ch’a così fatto tormento
enno dannati i peccator carnali,
che la ragion sommettono al talento.
E come li stornei ne portan l’ali
nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
così quel fiato li spiriti mali
di qua, di là, di giù, di sù li mena;
nulla speranza li conforta mai,
non che di posa, ma di minor pena.
[Dante, Inferno, V, 37-45]Il monologo dell’attore fiorentino è stato
magistrale nella
prima parte, di
esegesi, perché la sua spiegazione del canto, verso dopo verso, ha dispiegato di fronte agli occhi degli spettatori, come un
arazzo dai vivi colori, il mondo, il pensiero, la mentalità di un intellettuale del Trecento italiano.
Benigni, partendo dal testo, ha toccato
temi importanti: ha parlato di solidarietà, di pace, della grandezza e della bassezza dell’uomo, di speranza per il futuro, di dovere, di responsabilità... Bellissima la frase: “
Questo mondo non è un lascito dei nostri padri, ma un prestito fattoci dai figli”...
Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende.
Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.
Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense.
[Dante, Inferno, V, 100-107]E quando poi, alla fine, Roberto Benigni, ha
recitato a memoria l’intero canto, mi si è formato un
groppo in gola ed ho pensato che, per vivere momenti come questo, vale la pena esserci...
Grazie Roberto...