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venerdì 30 novembre 2007 - ore 16:22


GRAZIE ROBERTO: IL V DELL’INFERNO
(categoria: " Vita Quotidiana ")


E ’l duca mio a lui: “Perché pur gride?
Non impedir lo suo fatale andare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare”.

[Dante, Inferno, V, 21-24]

Quando mi trovo spettatrice di certi eventi memorabili, il mio morale si risolleva e ritrovo fiducia nel mondo, perché penso che, sotto a tutta la melma prodotta da questa società, cova ancora la speranza...


Ieri sera, Roberto Benigni (25 ottobre 1952), leggendo in diretta ed il prima serata il V canto dell’Inferno dantesco mi ha commosso, esaltato e fatta felice. Adoro la Comedia: ho una passione viscerale, assoluta e quasi maniacale per i 14.223 endecasillabi a terzine con rima incatenata che compongono l’opera del fiorentino Dante Alighieri (1265-1321), poeta, scrittore e politico, figlio di Alaghiero di Bellincione e di Bella degli Abati: tutto merito -o colpa- del mio insegnante di Lettere del Liceo che, grande medievalista, mi ha trasmesso, durante indimenticabili lezioni e letture, un imperituro attaccamento al Sacrato Poema... Leggere Dante mi dà sempre un piacere profondo, perché infinite sono le sfumature, le scoperte, le chiavi di lettura, perché il suo linguaggio arriva a vette insuperabili ed insuperate, perché tutta la gamma delle emozioni umane è rappresentata in questi 100 canti. L’Inferno poi è la Cantica che più sente affine un moderno ed io non faccio eccezione: da peccatrice (su 7 peccati capitali, di 3 sicuramente mi sono macchiata in passato e mi macchierò in futuro: ira, gola e lussuria) partecipo profondamente delle sofferenze dei dannati...


Benigni, dopo aver sparato a raffica per un’ora sui politici di entrambi gli schieramenti: Silvio (Berlusconi), Clemente (Mastella), Massimo (D’Alema), Gianfranco (Fini), Romano (Prodi), Silvio (Sircana), Francesco (Storace), Sandro (Bondi) ecc ecc ecc ... ha spiegato e poi letto il V canto dell’Inferno, il canto dei lussuriosi, il canto di Paolo e Francesca.

Intesi ch’a così fatto tormento
enno dannati i peccator carnali,
che la ragion sommettono al talento.
E come li stornei ne portan l’ali
nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
così quel fiato li spiriti mali
di qua, di là, di giù, di sù li mena;
nulla speranza li conforta mai,
non che di posa, ma di minor pena.

[Dante, Inferno, V, 37-45]

Il monologo dell’attore fiorentino è stato magistrale nella prima parte, di esegesi, perché la sua spiegazione del canto, verso dopo verso, ha dispiegato di fronte agli occhi degli spettatori, come un arazzo dai vivi colori, il mondo, il pensiero, la mentalità di un intellettuale del Trecento italiano.
Benigni, partendo dal testo, ha toccato temi importanti: ha parlato di solidarietà, di pace, della grandezza e della bassezza dell’uomo, di speranza per il futuro, di dovere, di responsabilità... Bellissima la frase: “Questo mondo non è un lascito dei nostri padri, ma un prestito fattoci dai figli”...

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende.
Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.
Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense.

[Dante, Inferno, V, 100-107]

E quando poi, alla fine, Roberto Benigni, ha recitato a memoria l’intero canto, mi si è formato un groppo in gola ed ho pensato che, per vivere momenti come questo, vale la pena esserci... Grazie Roberto...




Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
Per più fiate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
Quando leggemmo il disiato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante.”

[Dante, Inferno, V, 127-138]


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