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Thursday, December 06, 2007 - ore 19:57 per m.organ la più bella critica (più di una critica) che ho letto su questo film. Marco Lodoli non delude mai. Mentre guardavo il bellissimo film di Piccioni, Luce dei miei occhi, mi risaliva alla memoria l’attacco di un racconto di Silvio D’Arzo, Elegia della signora Nodier, che ora vi trascrivo: "È stato detto che tutti noi, almeno per un certo periodo, viviamo una vita non propriamente nostra: finché, a un tratto, arriva "il nostro giorno", qualcosa come una seconda nascita, e solo allora ciascuno di noi avrà la sua inconfondibile vita. Ma, quanto alla signora Nodier, mi sembra che essa abbia vissuto sempre la sua vita". Ecco, gran parte del cinema e della letteratura attuali si fonda sul principio della svolta improvvisa. È una tecnica che funziona quasi sempre, perché va agevolmente incontro alle illusioni degli spettatori e dei lettori. Si inventa un personaggio e lo si segue lungo il falsopiano discendente della sua infelicità: pensieri e gesti sembrano saldati gli uni agli altri in una catena inesorabile, che nulla potrà spezzare; può essere un ricco o un povero, non importa, conta solo che sia prigioniero della ripetizione, che giri a vuoto come un criceto sulla ruota. Quindi, come prevede il manuale di ogni scuola di scrittura creativa, gli si pone davanti l’imprevisto: una sconclusionata puttana, un disastro aereo, un vicino pazzo, qualcosa che somiglia a una minaccia e che invece, nella parabola precisissima della narrazione, si rivela una fortuna. Il personaggio inciampa, si confonde, cade, ma quando si rialza è finalmente se stesso, un uomo nuovo. Questo in fondo è quanto ognuno di noi si attende. Spesso viviamo detestando le nostre abitudini, il lavoro, la compagna, la città, le domeniche e i lunedì, ma tanti film e tanti libri ci garantiscono che la sorpresa è dietro l’angolo, può essere una schedina o un incontro in un bar, persino un incidente. Così la vita rischia di passare come una promessa non mantenuta, come un copione al quale è stata strappata la pagina del riscatto, e l’unica sorpresa sarà una feroce cartella clinica. Piccioni e i suoi bravissimi sceneggiatori, Linda Ferri e Umberto Contarello, hanno invece avuto il coraggio e la sensibilità di raccontare esseri umani molto comuni eppure compiutamente calati dentro il loro destino. La loro traiettoria è lineare, vibra tra la polvere della terra e il grande nulla del cielo, come quella di qualsiasi esistenza che sa aderire alla propria ferita senza girare lo sguardo verso un futuro improbabile. Ciò crea un terzo mondo senza conoscenza, / in cui nessuno occhieggia, in cui la volontà non ha / esigenze. Accetta per vero quel che c’è, / compreso il dolore, che altrimenti è falso: così scriveva Wallace Stevens. Anche nel film di Piccioni si ha l’impressione di esserie accolti amorosamente in un terzo mondo, sospeso tra lo spazio stellare e il caos della città, anticipato dalle parole dei romanzi di fantascienza che il protagonista, ma anche gli altri, continuamente si ripetono. Questo terzo mondo non è nient’altro che il nostro mondo, minuscolo e infinito, penoso e dolcissimo, racchiuso nel tempo e aperto all’eternità dei sentimenti. Chi lo abita non può mai capirlo fino in fondo, ma non può neanche tradirlo, perché una via d’uscita non è prevista e nessun colpo di scena può mutare questa scena. I due protagonisti, senza volerlo, quasi solo con la luce magnetica dei loro occhi, ci dicono tante cose: che la vita è terribile, violenta, ingiusta, ma che c’è sempre la possibilità di attraversarla in un altro modo, basta rimanere fedeli a ciò che è autenticamente nostro, ed è pochissimo, è appena l’intuizione di un sentiero che avanza con coraggio senza volersi sommare al labirinto delle finte occasioni. È mai possibile che nulla di tutto ciò sia stato colto dai critici del Festival di Venezia? È possibile. Da tutti i recensori questo film è stato maltrattato, addirittura deriso. Io sono disposto a scommettere che avrà un grande successo di pubblico, perché a volte le pecore arrivano sui pascoli più alti, mentre i lupi muoiono di fame ululando da soli al vento. COMMENTA (0 commenti presenti) PERMALINK |
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