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Friday, December 07, 2007 - ore 17:43


And all the evil of this town
(categoria: " Pensieri ")


Sto trascurando il blog in questi giorni... mi spiace che non possiate tenervi aggiornati sulle mie mirabolanti avventure o quelle di Pete Doherty e compagnia (già, perchè a dispetto di quei miseri commenti, vedo che leggete, eccome... ma chissà pechè, non ricevo segnali di vita, boh... fate un po’ voi).
Periodo di coincidenze e nuove conoscenze, assurde poi. Forse ispiro la gente al dialogo, non saprei. Probabilmete sono anch’io logorroica intrattenendo i poveri malcapitati con i miei infiniti monologhi, e parlo a chiunque di cose che magari non gli frega proprio a nessuno, ma devo pur sfogarmi in qualche modo! La chitarra è rotta, è da un po’ che non suono più. A questo punto aspetto per prendermi una cosa almeno al limite della decenza, magari stravolgo tutto con un’acustica, chissà.

Visto finalmente ’Factory Girl’, film che ho stressato tutti per andare a vedere, e ne valeva proprio la pena. Anzi, è da vedere. Siena Miller molto brava nella parte di Edie Sedgwick e cavolo, Andy Warhol è uguale. Snob e cinico com’era nella vita reale, in quella New York anni ’70, in pieno fermento artistico, affascinante e pericolosa per antonomasia, dove tutti prima o poi confluiscono, per diventare qualcuno, conoscere qualcuno, sperare in qualcosa. Ma dietro a grandi speranze, a volte si celano terribili illusioni, la fine di un viaggio, il ritorno sulla terra.
Edie, musa ispiratrice di Warhol, viene usata nel momento dell’infatuazione collettiva, per essere poi brutalmente scaricata e lasciata morire pian piano... un poco alla volta la sua bellezza cadeva, il corpo si consumava, il sorriso si spegneva. La droga la sua unica e ultima amica. Nel breve viaggio ci sta pure una tresca con Bob Dylan, palesemente l’esatto opposto di Warhol: spirito libero, grandi spazi, poce cose, la chitarra e una sigaretta per essere felici. Cantore di grandi sentimenti e di grandi ideali. Andy al contrario, racchiuso nel suo mondo, la Factory, dove arrivano sconosciuti dalla NY underground, sognatori, emarginati, talentuosi; poi si succedono fama, successo, soldi. Presunzione e snobismo a mille; il vuoto interiore colmato dalla superficilità.
Edie Sedgwick, perennemente confusa, illusa, ingenua, troppo bisognosa d’amore; probabilmente nel pacchetto aristocratico familiare non era incluso. Gli abusi da parte del padre, invece sì, eccome.
La brevità della sua esistenza: 28 anni trascorsi cercando di combattere contro la propria fragilità e tentando di camminare a carponi sul filo della vita, che, come quella veggente lesse sulla sua mano, era spaventosamente spezzato, interrotto, reciso, come un fiore appena sbocciato.






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