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venerdì 7 maggio 2004 - ore 11:04
la democrazia val bene qualche tortura?
(categoria: " Riflessioni ")
In pubblico il presidente difende il segretario alla Difesa
ma fa arrivare ai media i dettagli di un litigio sul caso torture
Su Rumsfeld l'ira di Bush
scontro alla Casa Bianca
In privato pare che il capo della Casa Bianca si sia fatto sentire
E oggi, il ministro ha una difficile audizione in Senato
dal nostro inviato ALBERTO FLORES D'ARCAIS
Donald Rumsfeld
WASHINGTON - Brutti tempi per il falco Donald Rumsfeld. Non bastavano i rovesci militari in Iraq, adesso ci sono anche quelle maledette foto e quelle indagini appena al via e che rischiano di scoperchiare un verminaio ancora peggiore. Adesso ci si è messo pure Bush, il presidente che non ha mai mollato nessuno, che i suoi fedelissimi li ha sempre difesi fino in fondo. Pubblicamente George W. il suo ministro della Difesa lo ha difeso ancora ma questa volta è stata solo una copertura di facciata.
In privato sono stati guai, con urla che alla Casa Bianca non si sentivano da tempo e con la beffa di trovarsi la mattina dopo tutto la "verità" su due dei grandi giornali (New York Times e Washington Post) e sulla Cnn.
Rumsfeld (che oggi è atteso davanti alla Commissione Difesa del Senato per un'audizione di due ore sul caso torture) non ha fatto neanche a tempo a domandarsi quale "nemico interno" aveva raccontato tutto alla stampa che è arrivato la nuova doccia fredda: "L'indiscrezione ai giornali è stata autorizzata dallo stesso Bush".
Una storia così, nei delicati rapporti di potere che regolano la vita della squadra presidenziale, non si era mai vista; presidenti che hanno "soffiato" i dettagli di furibonde litigate ce ne saranno già stati, ma nessuno mai aveva lo pubblicamente rivendicato.
In una situazione normale e con un'altra amministrazione Rumsfeld si sarebbe già dimesso. Più incrinato di così il rapporto di fiducia con il capo non potrebbe esserlo, a meno che non si tratti di un gioco delle parti, di una manfrina per mettere a tacere critici e oppositori, soprattutto quelli interni all'amministrazione: Powell e i diplomatici del dipartimento di Stato, i "neocon" e quei militari che non perdonano a quel civile un po' troppo arrogante tutti gli errori della guerra in Iraq.
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Come messa in scena sarebbe geniale. Il presidente che lo difende pubblicamente, lo massacra in privato e poi snocciola tutto alla stampa solo per far restare tutto come prima. Più probabile che Bush sia veramente imbestialito, che non abbia digerito di essere venuto a conoscenza delle foto dalla Cbs, in una serata televisiva, esattamente come tutti i comuni mortali; e Rumsfeld che sapeva tutto da mesi, che per due settimane aveva premuto sul network televisivo perché quelle immagini non venissero mandate in onda non gli aveva detto niente.
Per Bush la vicenda è stato un doppio colpo. Oltre ad essergli state nascoste quelle immagini hanno mostrato al mondo la faccia meno presentabile dell'America, quella in cui l'evil - il male - se lo ritrova in casa. Una pugnalata alle spalle per un presidente in cui il pragmatismo guerriero della superpotenza si sposa con una visione etica di un mondo in cui il bene caccerà l'evil costi quel che costi.
Rumsfeld quella visione etica non l'ha mai avuta. Uomo di potere cresciuto con la generazione dei repubblicani reaganiani e di Bush padre, amico e compagno di avventure politiche del vicepresidente Cheney, sopporta a malapena le "utopie" del suo vice Paul Wolfowitz ma non nasconde l'indifferenza, quando non è disprezzo, per le teorie dei neocon. Antipatia ampiamente ricambiata, visto che negli ultimi dieci mesi sulle riviste e nei dibattiti pubblici gli ideologi neoconservatori non hanno lesinato critiche e attacchi durissimi al ministro della Difesa.
Forse ci ha già pensato a dimettersi, forse lo farà, ma nessuno potrebbe sorprendersi se ancora una volta alla fine l'avrà vinta lui. "Rummy" è un combattente nato, un uomo forse non simpatico, sicuramente arrogante, ma capace di umorismo e battute al vetriolo. Più che dai neocon sa che deve guardarsi le spalle dal vero nemico, l'avversario di una vita, l'unico in grado di combattere alla pari: Colin Powell.
Dietro i suoi modi gentili e i suoi comportamenti da colomba il segretario di Stato, è un osso duro anche lui. Rumsfeld ha provato a distruggerlo, quando il falco del Pentagono sembrava onnipotente e vittorioso e l'ex generale prestato alla diplomazia assapora oggi il gusto della rivincita. A lui tocca il compito di andare in giro per il mondo a spiegare che gli "american soldiers" sono in Iraq a farsi ammazzare per il bene di tutti.
Compito non facile, soprattutto di questi tempi, con le foto dei "torturatori" sulle prime pagine dei giornali arabi e con la comunità internazionale che grida vergogna.
Non è un mistero a Washington che sia Powell uno di quelli che preme di più perché Rumsfeld si faccia da parte, esattamente come il segretario alla Difesa cercò di farlo fuori alla vigilia della guerra in Iraq, e non essendoci riuscito lo costrinse all'umiliazione di dover difendere (con prove rivelatisi poi false) la scelta di una guerra che non condivideva di fronte alle Nazioni Unite.
(7 maggio 2004)
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