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Saturday, December 15, 2007 - ore 00:01


Collaborazione con Il Vicenza
(categoria: " Pensieri ")


MEMENTO VIVERE
"La conclusione è che... Baggio è Baggio!"
UNA PRECISAZIONE
Pietro Milan anagraficamente per me è un signor nessuno. Stando ai dati ufficiali della Diocesi di Padova l’incarico che riveste è di “cooperatore festivo nella parrocchia di Murelle”. Stando al carattere sacerdotale, però, è un mio confratello.
Dopo aver letto il suo pezzo su Il Mattino di Padova di oggi, penso che il "burn out" può colpire anche oltre i 60 anni. Il suo pensiero ne è la dimostrazione lapalissiana.
Non spreco parole a commento delle sue affermazioni: dogmi autorevoli di un ambasciatore ucraino - caldeo – maronita nella città di Padova. Se vuol capire gli basta la mazzata di un lettore che la Difesa del Popolo pubblica nell’edizione di domenica. Penso solo che se avesse avuto un rettore come il mio, a 60 anni non passeggerebbe di certo nella nebbia autunnale di pensieri ingialliti... E coglierebbe il valore della provocazione e dell’ironia nell’ambito linguistico!
In Italia c’è libertà di pensiero e libertà di masochismo: don Pietro Milan le ha centrare entrambe. Contemporaneamente, tra l’altro: bingo!

di don Marco Pozza
da Il Vicenza, sabato 15 dicembre 2007, pag. 6

Si andava allo stadio per vederlo. Poi, appese le scarpe al chiodo, di lui rimase solo un indirizzo. Virtuale, come virtuali parevano le sue prodezze: www.robertobaggio.com. Se ne andò in punta di piedi da quel mondo che aveva reso grande. E l’aveva reso grande. Un assist, un tunnel, un’acrobazia e lo stadio s’accendeva. Piedi di cristallo, genio lucidissimo, fantasia vagante nei verdi prati. E’ caduto. S’è risollevato. E’ ri-caduto. S’è innalzato. La resa non conosceva abitazione tra le mura della passione. Di lui si parlò, perché il genio – qualsiasi campo se ne attribuisca la paternità – disturba. Di lui si s-parlò. Con lui s’esagerò. Ma nulla infranse la magia di un cervello che, alleatosi con la potenza del cuore, partoriva geniali intuizioni in quella testa coccolata da un proverbiale codino. Da Vicenza a Brescia. Passando per Firenze, Torino, Milano e Bologna. L’Italia rimaneva attonita di fronte a quel pallone che sapeva emozionare al pari della parola sulle labbra di un poeta.



Il lunedì mattina, Gazzetta dello Sport alla mano, ne studiavi le moviole. Ma talvolta, come risultato, rimaneva solo una testa scossa. Non ci si capacitava di come si potesse gonfiare la rete direttamente dalla bandierina. Pensavi. Calcolavi la proiezione del pallone. L’assetto del terreno: morbido, asciutto, bagnato. Estivo. Invernale. Riflettevi sulla geografia del piede calciante. Aggiungevi la variante del genio. Ma il teorema non riusciva. Concludevi tra te e te: “perché Baggio è Baggio”. Rimasto fedele ai suoi affetti, il tintinnio di monete lontane non lo distrasse alquanto. Scendeva in campo con due nomi sulle scarpe: Mattia e Valentina. I suoi due goal più belli! Ha voluto chiudere la carriera come l’aveva aperta: calciando un prato di provincia. Ha calato il sipario sul campo di Brescia, all’ombra grintosa di Carletto Mazzone. L’uomo che di Baggio conosceva l’altra faccia della medaglia: il bisogno d’affetto, la nostalgia di una carezza, la lusinga per un tocco. La delicatezza del genio. Roberto gli rimase riconoscente a vita.
Sbagliò il rigore mondiale. Uno si sarebbe nascosto. Lui se ne uscì dicendo: “I rigori li sbagliano soltanto quelli che hanno il coraggio di batterli”.
L’ho scelta come sfondo per il mio giovane sacerdozio.
Perché nella mia terra la sapienza non s’arresta ad una differenza di credo religioso!


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