Son partito con la faccia da bambino. Un pugno di cose tra le mie piccole mani: fantasia, birbanteria e passione. Tanta passione. E grinta! La grinta scesa direttamente dal Dna di mia mamma e la passione appresa alla scuola di papà.
Che non fossi solo è bastato poco per capirlo: Dio nei miei confronti è sempre stato di una tenerezza elegantissima. Per non parlare di sua madre, Maria di Nazareth.
Porte socchiuse ad aspettarmi, sorrisi pronti ad aprirsi, mani profumate di disponibilità. Diventato prete, scoprii che Dio c’era: nel profumo della mia terra natìa, negli sguardi dei miei ragazzi, nello stupore di affetti encomiabili. C’era il 15 gennaio 2005 tra la mia gente di Calvene, ma in quel mattino tutto invernale Dio aveva un volto faticoso da abbracciare. Stefano è stata l’orma più pesante che Dio ha messo finora nel mio cammino. Di sacerdote e di uomo. Ho sempre avvertito i suoi passi: e quando senti dei passi… germogliano attese, tremolii nel cuore, brividi sulla pelle.
Per 1000 giorni ho corso. Tantissimo: apparentemente ovunque, ma nel cuore Lui la direzione me l’ha additata. E ora, nella confusione di Roma, se ne sta nascosto dietro le sembianze di un Prete Gigantesco che mi tratta come un padre che ha a cuore la crescita del suo bambino. Ho supplicato i miei ragazzi di non essere sordi ai passi di Dio. Erano tremendamente sotto gli occhi d tutti: la storia di Carolina e Flavia, di Stefano e Francesca. Ma anche il silenzio di Colere, la fatica dell’ultima estate. Sempre: fino all’ultima messa.
Ma in cuor mio nutrivo un sogno che mi strapazzava l’anima. E per questo sogno ho sempre pregato: “Signore, mostrati davanti a questi ragazzi con un segno di quelli che sai mettere solo Tu. Stupiscili”. L’ho pregato per 1000 giorni, ho offerto la solitudine straziante di troppe sere in cui ero abbandonato a me stesso, volevo che mostrasse ai miei ragazzi che la preghiera sposta le montagne, che Lui c’è. Che la fede è vita, passione, stupore!
Nulla.



E io ho rifatto la valigia a settembre con questo sogno sbiadito. Dopo tre mesi di “nuova vita”, ho scoperto due cose inenarrabili.
- Dio mi ha portato nel deserto per parlare al mio cuore, perché mi voleva tutto per Lui un po’ di tempo: a pregare, ad inginocchiarmi, a scendere nell’abisso dell’anima, a scrutare il suo Mistero. Si: Cristo chiede attenzioni come ogni grande Amore.
- Poi, alla fine di novembre, in una sera nebbiosa, scesi all’aereoporto Marco Polo di Venezia. Era quasi mezzanotte. Intravedo un volto che m’aspetta. Mentre m’avvicino… squilla il cellulare.
Un messaggio:
“Don Marco, io …”. Dentro di me è partita un’ovazione da stadio! Ho guardato il cielo e ho pianto. Dentro le lacrime c’era un messaggio:
”Signore, sei fantastico. Sapevo che non mi avresti tradito”.
Prima di scappar-mi, il mio Dio (sempre più
figo) si raccomandò che la sera del
21 dicembre 2007 non prendessi impegni: m’avrebbe aspettato a
Sacra Famiglia.
L’ho guardato come per ricordargli la fatica di tornare lì. Lui si voltò e mi disse:
"T’aspetto dove una sera hai aperto un cerchio. Ero dietro di Te: dobbiamo chiuderlo, figlio mio!"Ho pensato: la sera del mio compleanno, a Sacra Famiglia, un cerchio...
Chissà da quanto ci lavorava quest’Uomo!